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In anni recenti, riesaminando studi compiuti su vaste popolazioni di pazienti, si è visto che il rischio cardiovascolare è strettamente e proporzionalmente legato ai valori di pressione in tutta la loro gamma.
Perciò, così come nelle tabelle del rischio cardiovascolare l’ipertensione viene stratificata in tre livelli (lieve, media e grave), anche per i valori di pressione “normali” si distinguono tre categorie: si parla di pressione ottimale (al di sotto di 120/80), normale (120-129/80-84) e normale/alta (130-139/85-90).
Addirittura, alcune società scientifiche americane hanno proposto di abbassare il limite oltre il quale si comincia a parlare di ipertensione (attualmente fissato a 140/90) a 130/85, e di fatto già da ora si adottano limiti più restrittivi per pazienti in cui all’ipertensione si associno altri fattori di rischio cardiovascolare, primo fra tutti il diabete.
A questo punto è importante ricordare che quando si parla di ipertensione arteriosa si intende parlare di valori “costantemente o frequentemente” elevati, cioè che si riscontrano in diverse misurazioni, in giorni diversi e in diversi momenti della giornata. La pressione arteriosa, così come la temperatura o la frequenza cardiaca, è una funzione variabile, che risente di condizioni interne ed esterne al nostro organismo: le fasi della giornata (sonno, veglia, fase digestiva…), l’attività fisica, lo stress emotivo, l’azione di diversi ormoni, l’assunzione di sostanze alimentari o farmacologiche. Un atleta giovane e sano all’acme dello sforzo fisico raggiunge valori pressori vicini o anche superiori a 200/100, e nessuno si sognerebbe di definirlo iperteso. Ciò che costituisce un rischio per il nostro sistema cardiovascolare non sono i picchi isolati che la pressione può raggiungere in condizioni estreme, ma i valori medi, che determinano un sovraccarico sul cuore e sulle pareti delle arterie, alla lunga danneggiando tutti gli organi, dai reni al cervello agli occhi, ed aumentando il rischio non solamente di cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco e ictus, ma anche di danni alla retina e di insufficienza renale. Ciò che conta è il lavorio oscuro e silenzioso ma costante che valori di pressione anche solo di poco elevati compiono nel corso degli anni a danno di tutto il nostro organismo.
L’ipertensione è una condizione assai frequente e spesso misconosciuta, perché di per sé non dà sintomi: non di rado viene scoperta occasionalmente, ad un controllo di medicina preventiva oppure effettuato per le ragioni più svariate (una malattia febbrile, una colica, un trauma, o una visita di pre-ospedalizzazione in vista di un intervento chirurgico); dunque alcuni ipertesi non si curano semplicemente perché non sanno di essere ipertesi.
Ma anche tra gli ipertesi noti ve ne sono molti che si curano in modo inadeguato per una sorta di inerzia sia dei pazienti che dei medici: il medico prescrive una terapia, il paziente la assume, ed entrambi si accontentano di osservare un abbassamento più o meno importante dei valori, senza perseguire, come sarebbe necessario, la loro effettiva stabilizzazione al di sotto delle soglie raccomandate.
E non bisogna dimenticare che esistono diverse modalità con cui l’ipertensione si presenta; tra queste, due sono particolarmente insidiose: l’ipertensione da camice bianco e l’ipertensione mascherata. Si tratta di due condizioni in un certo senso opposte: nella prima il paziente non è effettivamente iperteso, ma lo sembra, perché il suo organismo reagisce con un innalzamento della pressione quando si trova in un contesto medicalizzato; nella seconda, il paziente presenta valori di pressione assai spesso elevati ma talvolta normali: in particolare normali quando si trova nello studio medico, per cui a un esame superficiale può essere erroneamente etichettato come normoteso.
Per questo le società scientifiche precisano le tecniche da porre in atto per diagnosticare l’ipertensione. Bisogna differenziare le misurazioni, non limitandosi a quelle nello studio medico, ma prescrivendo un holter pressorio (al paziente viene applicato un registratore di pressione che lo segue in tutte le sue attività, misurando la pressione arteriosa per 24 o anche 48 ore), e invitando i pazienti a tenere un diario della pressione: un semplice taccuino su cui annotare quotidianamente, per un periodo di un mese o più, la pressione arteriosa, possibilmente impiegando strumenti diversi, in contesti diversi, e in diverse ore della giornata. Si ottengono così informazioni preziose, che forniscono un quadro più aderente alla realtà e consentono di impostare la terapia giusta per ciascun paziente.
Questi, da parte sua, deve essere consapevole dell’importanza della terapia, ed assumerla così come il medico la prescrive, senza adeguamenti, sconti o variazioni. In caso di controllo pressorio inadeguato, effetti indesiderati, o qualsiasi altro problema, bisognerà tornare dal medico che, come un sarto adatta un vestito, riuscirà alla fine a confezionare la terapia giusta.

Cristina Cavalletti, Unità Coronarica Policlinico Umberto I,
Università “La Sapienza” di Roma.
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