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La pratica non è nuova anche se ancora sperimentale. Sperimentale al punto che per avviare uno studio clinico che contempli uno psichedelico come farmaco potenziale, bisogna chiedere un permesso speciale alle autorità antidroga competenti negli Stati Uniti, ove lo studio di cui stiamo per parlare è stato eseguito. Negli Usa come altrove la psilocibina, questa volta usata in doppio cieco contro il placebo per inibire il desiderio di alcol in una platea di circa 100 alcolisti, è un derivato dai funghi allucinogeni che, al pari delle altre sostanze di questo ceppo psicotropo (MDMA, LSD ecc.) viene considerata una droga da tutte le leggi internazionali. In Italia, rientra nella tabella 1 degli stupefacenti, insieme a oppio e derivati, foglie di coca, anfetamine e cannabis.
Lo studio in oggetto rappresenta un nuovo tassello che conferma quanto degli allucinogeni era noto dagli anni Cinquanta, e cioè che rappresentano un valido presidio contro le più ricorrenti forme di dipendenza, tra le quali l’alcolismo. Come ricorda Michael Pollan, lo scrittore e giornalista americano che agli allucinogeni ha dedicato un libro (“Come cambiare la tua mente”, Adelphi, Milano 2020) c’è un personaggio che già negli USA ddegli anni Cinquanta pensò di introdurre l’LSD per la cura dell’alcolismo prima che la moda di queste sostanze esplodesse al punto da venire vietata dall’amministrazione del presidente Nixon. Si tratta di Bill Wilson, coofondatore dei gruppi di sostegno degli Alcolisti Anonimi.
Tornando allo studio in questione, a sette mesi dall’ultima dose di farmaco, i pazienti trattati con psilocibina rispetto ai pazienti trattati con placebo sono diventati al 48% astinenti, rispetto al 21% di quelli trattati con il placebo. È quanto riferiscono gli autori di questo studio, apparso nel 2022 sulla rivista «JAMA Psychiatry». Tutti i partecipantihanno fatto anche 12 sessioni di psicoterapia a cadenza settimanale per 3 mesi, e tutti sono stati valutati a intervalli regolari dall’inizio dello studio fino a 7 mesi dopo la prima sessione di trattamento. Inoltre, risultati alla mano, chi è stato trattato con la psilocibina ha ridotto il proprio consumo di alcol giornaliero dell’83% rispetto alle abitudini di base, mentre il gruppo placebo ha ridotto lo stesso consumo di alcolici del 51%. Ciò a dire, un consumo nettamente più moderato per il gruppo che ha assunto la psilocibina.
Se bere fa male, bere tanto fa peggio, tanto più se la quantità eccessiva di alcol è condensata in poche ore, come avviene durante gli aperitivi o nelle serate in discoteca. Il fenomeno è chiamato binge drinking e ha pesanti ripercussioni sulla salute, in special modo cardiovascolare. Le vittime non sono solo i giovani. Adolescenti, adulti e over 65 anni si espongono alle medesime condizioni di rischio.
Sempre sui danni diretti sul sistema cardiovascolare, la letteratura in materia suggerisce che il binge drinking provochi lo stress ossidativo delle arterie, che a sua volta causa il restringimento e l’irrigidimento dell’endotelio. Inoltre, il binge drinking aumenta i valori lipidici del sangue (colesterolo cattivo e trigliceridi) e danneggia i normali fenomeni di coagulazione, favorendo la vulnerabilità del miocardio a sviluppare le aritmie.
Riassumendo, tanto il binge drinking quanto bere più di cinque porzioni alcoliche al giorno (quattro per le donne) sono associati a un aumento della pressione arteriosa e alle connesse esposizioni della malattia cardiovascolare. Inoltre, sebbene gli studi sulle conseguenze cardiovascolari dell’abuso alcolico nei giovani siano ancora limitati, i dati in nostro possesso indicano che il flusso arterioso diminuisce mentre aumentano i casi di ipertensione episodica, ottimo terreno di coltura per gli ipertesi dell’età adulta. Infine, è acclarato che l’esposizione al rischio nei forti bevitori sia deleteria perché coincide con un grosso stress fisiologico per l’organismo, in particolar modo nei giovani. E gli studi sulle conseguenze cardiovascolari del binge drinking non fanno che provare questo assunto.
Da notare che per l’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro l’alcol fa parte delle sostanze classificate come sicuramente cancerogene, fra i quali tutti sanno riconoscere il fumo di sigaretta ma meno il vino e le altre bevande a esso equiparabili per la presenza di una sostanza che si chiama etanolo. È l’etanolo che porta l’alcol a essere cancerogeno. Il consumo abituale di alcol è responsabile dei tumori fra i più diffusi, come il cancro al seno nelle donne, il tumore della prostata negli uomini, al colon retto in entrambi i sessi. Rispetto al rischio di cancro, per l’alcol non è mai una questione di modica quantità. Casomai, la modica quantità può rallentare l’evenienza. Gli esperti, tuttavia, hanno fissato come modica quantità giornaliera due porzioni alcoliche per l’uomo e una per la donna. Vino, birra o superalcolici non fa differenza, purché i centilitri ivi contenuti siano quelli giusti, da dose standard. La modica quantità di alcol dà i suoi frutti ma solo rispetto alle malattie cardiovascolari. Per il rischio oncologico è già veleno.

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