Torniamo a parlare di obesità. Questa volta lo spunto ce lo offre il documento che lo scorso 15 luglio il Ministero della Salute ha inviato alla Conferenza-Stato Regioni. Si tratta di un documento contenente le “Linee dì indirizzo per la prevenzione e il contrasto del sovrappeso e dell’obesità” messo a punto con l’obiettivo di favorire l’applicazione di tali linee guida in tutte le Regioni, nel rispetto delle autonomie attuative.
Alla fine del documento, vien fatto un elenco delle iniziative andate in porto finora, a distanza di 5 anni dalla loro prima definizione (la prima stesura del documento risale a fine 2016).
Sul piano dell’informazione è stato fatto molto, quasi il 100% delle Regioni si sono attivate, quantunque il documento non faccia menzione dei risultati che ogni Regione ha messo a segno. Viceversa, sul piano dell’attivazione fra centri di coordinamento (hub) e strutture ove materialmente si praticano la diagnosi, la prevenzione e la cura dell’obesità (spoke), creati ex novo o assoldati fra le strutture già esistenti, siamo ancora piuttosto indietro.
Dalle pagine (53-55) dedicate a queste informazioni scopriamo che i PPDTA (Percorsi Preventivi Diagnostici Terapeutici e Assistenziali) hanno assunto la forma di qualcosa di concreto sono nel 30% delle Regioni nei primi 3 anni; un altro 30% (60% in tutto) è andato a segno entro il quinto anno. In altre parole, siamo ancora lontani da una presenza capillare delle strutture indicate come necessarie. Del resto, non si può dare un senso se non di belle speranze alla seguente definizione: “Individuare un percorso condiviso tra l’area preventiva e quella clinica precoce […] che rappresenti un anello di raccordo fra la medicina di base, i Servizi Igiene Alimenti e Nutrizione (SIAN) dei Dipartimenti di Prevenzione e i diversi setting di cura specialistici ambulatoriali/ospedalieri” (pag. 10). Una petizione di principi che nulla aggiunge a ciò che realmente serve per curare l’obesità.
Più avanti, viene spiegato che l’ostacolo iniziale nell’individuazione del problema dell’obesità e della forma minore, conosciuta come sovrappeso, è spesso rappresentato dal medico curante. Con tutto il rispetto per quello che questa categoria di professionisti ha dovuto subire negli ultime tempi a causa della pandemia, in termini di personale esposizione di rischio per la salute e per i carichi eccessivi di lavoro, sembra che i medici di base non sempre si dimostrino solerti nel sollevare il problema dell’obesità. Immaginiamo che un paziente si rivolga al proprio medico per un dolore articolare, e che il medico prescriva le analisi e il rimedio appropriato per la risoluzione del problema, senza compromettersi con la causa a monte. Se al paziente fanno male i ginocchi perché o anche perché è in sovrappeso, sembra che il curante non si senta in dovere di aprire il dossier sovrappeso tutte le volte, anche quando l’aspetto del suo assistito lasci poco margine a dubbi. Non sapremmo dare un senso diverso da questo laddove il documento riferisce che l’attenzione degli operatori sanitari è bassa e in riduzione nel tempo. Il dato è desunto da uno studio secondo il quale meno della metà delle persone in sovrappeso od obese intervistate sostiene di aver ricevuto il consiglio di seguire un regime alimentare adeguato dal proprio medico. Si tratta sempre di un’occasione perduta, giacché fra chi sta seguendo una dieta, oltre il 42% afferma di averlo fatto dietro la prescrizione del medico. Se l’indicazione di mettersi a dieta viene dal medico, diventa un incoraggiamento ulteriore a metterla in pratica (pag. 12).
Per finire, vorremmo citare il paragrafo in cui viene ricordato che l’eccesso ponderale è il risultato della combinazione fra una vulnerabilità individuale e un particolare ambiente “obesogenico”. Quest’ultimo è riferibile a un contesto in cui gli individui sono esposti alla facile reperibilità dei cibi ipercalorici, spronati a un consumo di quantità maggiori di cibo e con a un’attitudine minore o ridotta a praticare attività fisica, a causa della crescente “motorizzazione del movimento quotidiano” (pag. 6). Mettici poi il carico da novanta della tecnologia e la partita è persa. La tecnologia – ricorda il documento – al pari della globalizzazione e dell’urbanizzazione stanno trasformando il modo in cui le persone vivono e lavorano. Le attività con uso di schermi favoriscono una sedentarietà preoccupante, che si riversa sull’assenza di socialità nonostante la diffusissima presenza sui social. Insomma, grazie alla tecnologia siamo tutti i più soli e in sovrappeso, se non obesi, ma virtualmente molto attivi.

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