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“È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche …) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.”
Mi son trovata davanti questo brano di Benedetto Croce, ovviamente riferito alla scelta di uomini politici; e mi colpiva il fatto che, come paragone di una categoria in cui era necessaria una competenza tecnica di alto livello, venisse scelta proprio la professione medica. Vero è che, dai tempi in cui Croce scriveva (poco più di un centinaio d’anni fa), la figura del medico in quello che oggi si chiama l’immaginario collettivo è profondamente cambiata. Dagli albori dell’umanità e fino ai tempi di Croce (o poco più avanti), l’idea che si aveva dei medici era stata, con pochi cambiamenti e aggiustamenti, quella di personaggi quasi sacrali imparentati via via con i sacerdoti, con i maghi o con i filosofi, detentori di un sapere iniziatico e di un ruolo nei confronti delle persone comuni che era soprattutto quello di far accettare loro la morte: in realtà la possibilità di curare veramente la maggior parte delle malattie non esisteva, e la grande sapienza dei medici stava nel riconoscere quelle poche condizioni che potevano essere curate (e curarle) da tutte quelle che non potevano essere curate (e spiegarlo ai profani). Ed è all’insindacabilità di questa capacità di discernimento che si riferiva Croce nel parlare di una competenza positiva e pratica del medico: la diagnosi era spesso vissuta quasi come una sentenza, di vita o di morte, dinanzi alla quale poco c’era da fare al di fuori della mera accettazione.
In pochissimi anni abbiamo avuto a disposizione, oltre che condizioni di vita (a partire dall’igiene e dall’alimentazione) molto migliori per la maggior parte della popolazione, farmaci potenti come gli antibiotici o gli antiblastici e tecnologie diagnostiche e terapeutiche che hanno reso curabile un gran numero di patologie. Paradossalmente, tutto ciò, anziché trasmettere ottimismo e fiducia nei confronti della Medicina, ha fatto sviluppare un clima di diffidenza: il fatto stesso che il numero di patologie curabili cresca tanto rapidamente genera da un lato l’illusione che tutte lo siano e insinua dall’altro il sospetto che quando l’esito non sia quello sperato ci sia una colpa personale del medico che è incompetente o, peggio, agisce in modo disonesto per chissà quali fini.
Non voglio con questo dire che non esistano, purtroppo, casi di malasanità. Ma il problema su cui vorrei richiamare l’attenzione dei miei venticinque lettori è come, in condizioni abnormi come la pandemia nella quale ci troviamo a vivere, la concezione della Medicina cui siamo arrivati genera degli enormi malintesi e dei comportamenti anomali sia nei pazienti che nei medici: la popolazione, comprensibilmente spaventata (e addirittura terrorizzata) dall’epidemia in corso, cerca spiegazioni e rassicurazioni, ma nel martellamento da parte dei media trova solo amplificazione alla propria angoscia; e d’altra parte i medici hanno la smania di apparire in pubblico, come per giustificarsi, contribuendo a trasmettere un messaggio che è di insicurezza e inquietudine.

La Professoressa Cristina Cavalletti, Unità Coronarica Policlinico Umberto I, Università “La Sapienza”.

Proprio perché il sapere medico oggi è così tecnico e così dettagliato, voler trasmettere tutte le informazioni necessarie non è possibile. Quando un medico parla con un altro medico, dice un’informazione che però presuppone tutto un sapere condiviso che entrambi hanno impiegato anni ad acquisire; la stessa precisa informazione data a un profano rischia di far concentrare la sua attenzione su un dettaglio che però gli fa perdere la visione d’insieme, come accadrebbe a chi osservasse un quadro troppo da vicino cogliendo ogni singola pennellata ma non riuscendo più a riconoscere la figura che questa con le altre compone.
Per uscire di metafora, i programmi televisivi sono affollati di medici che, in diversi contesti, parlano della diffusione del virus, delle vaccinazioni, delle terapie intensive, dell’opportunità di utilizzare questo o quel farmaco, di quale sarà il decorso a breve e a lungo termine dell’epidemia, dell’importanza o dell’inutilità dei mezzi di protezione personale, mostrando cartelloni o partecipando a dibattiti. In tal modo, oltre che indulgere, forse, in un certo protagonismo, contribuiscono ad avvalorare l’idea che ci si trovi di fronte non a dati oggettivi, ed eventualmente interpretabili da tecnici esperti, ma piuttosto ad argomenti di discussione.
Il problema, quindi, come spesso accade delle cose umane, non è tanto nelle cose stesse quanto nella consapevolezza delle medesime, e nello scambio che se ne fa tra una consapevolezza e l’altra, ovvero nella comunicazione. Di fronte a un discorso così complesso, è molto difficile portare un’alternativa (o addirittura una soluzione).
Quel che posso proporre è quel che provo a fare nella mia attività quotidiana di medico: parlare in maniera trasparente ai miei pazienti, senza nulla nascondere della patologia che stiamo trattando ma senza indulgere troppo in dettagli tecnici che potrebbero fornire a chi non sappia interpretarli un’idea difforme della situazione. Probabilmente si potrebbe provare a tenere un atteggiamento di questo tipo anche nella comunicazione su vasta scala, prendendo esempio per questa dalla scala più piccola dei colloqui personali coi propri pazienti, come suggerivano, in una perfetta rispondenza di macrocosmo e microcosmo, quei medici-santoni-filosofi di prima di Croce.

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