Le malattie cardiovascolari costituiscono una delle principali cause di morte su scala mondiale. I trattamenti farmacologici possono ridurre in maniera statisticamente significativa il tasso di morbilità e mortalità, ma l’efficacia dei vari percorsi terapeutici dipende in maniera forte dalla corretta aderenza del paziente e dalla continuità della terapia. In che modo la pandemia di Sars-CoV-2 è andata a incidere sull’aderenza alla terapia e sui controlli necessari per gli aggiustamenti posologici e farmacologici che le patologie cardiovascolari impongono? Ha provato a rispondere alla questione uno studio osservazionale “Save your Heart”, promosso dal Gruppo Servier Italia, in collaborazione con la Società Italiana di Farmacia Clinica (SIFAC) e con il patrocinio della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA), dellaSocietà Italiana per lo studio dell’Aterosclerosi (SISA) e di Conacuore Onlus. I risultati dello studio, condotto tra maggio e luglio 2021, sono stati recentemente pubblicati sul «Giornale Italiano di Health Technology Assessment and Delivery». Lo studio osservazionale, trasversale, multicentrico è stato condotto grazie a farmacie presenti sul territorio italiano e ha raggiunto oltre 500 pazienti di età superiore o uguale a 50 anni. Sono state arruolate persone di sesso sia maschile sia femminile, tutti ipertesi in trattamento antipertensivo, disponibili a effettuare la misurazione di pressione arteriosa, profilo lipidico e glicemia. Tutti, infine, hanno compilato un questionario sull’aderenza alle terapie in corso. Dall’analisi dei dati raccolti è emerso che vi è un insufficiente controllo dei fattori di rischio nei pazienti in trattamento antipertensivo ed è per questo che vi è la seria necessità di intercettare coloro i quali sottovalutano o non sono a conoscenza dei potenziali danni ai quali sono esposti.
«Dallo screening è emerso che circa il 70% dei partecipanti non cura efficacemente l’ipertensione arteriosa, il 66% ha livelli di colesterolo LDL non accettabili e il 70% degli ipertesi diabetici non ha un buon controllo della glicemia – ha raccontato Claudio Ferri, professore Ordinario in Medicina Interna Università dell’Aquila e past President SIIA, che ha aggiunto – Inoltre, sebbene l’85% del campione avesse dichiarato di non avere il diabete, ben il 30% di questo 85% aveva evidenti (e sin lì ignorati) problemi di glicemia. Per quanto riguarda, infine, l’aderenza alla terapia antipertensiva, oltre il 40% dei pazienti è risultato solo parzialmente aderente, cioè assumeva in modo non corretto e discontinuo una terapia correttamente prescritta. Ciò, ovviamente, è un forte elemento negativo, che gioca cioè a favore del mancato controllo dei parametri pressori».
I risultati dello studio evidenzierebbero la necessità di un approccio clinico che miri a identificare, trattare efficacemente e seguire nel tempo i soggetti ipertesi, al fine di evitare possibili conseguenze cardiovascolari nel medio e nel lungo termine, è la conclusione del professor Ferri. Questi risultati suggeriscono come, in questo momento, sia necessario ripensare alla presa in carico dei pazienti; evidentemente per seguirli adeguatamente serve l’intervento di medico specialista, medico di medicina generale, paziente e farmacista.
Il paziente va formato e informato, forse perché alle prese con mille problemi acuiti dalla pandemia, non riesce ad essere aderente alla terapia come dovrebbe e questo è un dato sul quale focalizzarsi, in ragione, forse, anche del rapporto stravolto con il medico di medicina generale. Su questo aspetto in particolare Damiano Parretti, responsabile Area Cardiovascolare Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), invita alla riflessione: «Il rapporto tra Medico di Medicina Generale (MMG) e paziente durante la pandemia ha subito diversi stravolgimenti. La maggior parte dei nostri assistiti sono pazienti affetti da patologie croniche o acute per i quali oltre al monitoraggio continuo della malattia, è necessario svolgere un’attività di prevenzione per evitare l’insorgere di ulteriori complicanze. È chiaro quindi che, per questa tipologia di persone, il rapporto diretto e continuativo tra medico e paziente risulta fondamentale. Una delle patologie croniche più diffuse nel nostro Paese è l’ipertensione arteriosa. Essa colpisce circa il 30% della popolazione, una percentuale che si traduce, per ciascun medico di Medicina Generale, in circa 300 pazienti ipertesi in trattamento ogni 1000 assistiti, che devono sottoporsi a controlli periodici e ad accertamenti clinici. A causa della pandemia e dei conseguenti ingressi contingentati negli ambulatori, il rapporto diretto in presenza medico/paziente ha subito una battuta d’arresto, causando in molti pazienti una diminuzione dell’aderenza alle terapie. Questo scenario è riportato anche dai dati di “Health Search” (un rapporto curato dall’Istituto di ricerca della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG), dai quali si evince come i contatti per patologie specifiche del medico di famiglia nel 2020, confrontato a quello del 2019, si sia notevolmente ridotto, così come ridotti sono stati gli accessi ospedalieri e la richiesta di esami. Il medico di Medicina Generale (MMG) è stato chiamato ad affrontare una serie di nuove sfide cliniche, assistenziali ma soprattutto gestionali ricorrendo anche all’uso delle tecnologie digitali, unico modo possibile per tenere vivo il contatto con i pazienti durante l’emergenza sanitaria».
Il che porta il dottor Parretti a concludere che, a due anni dall’inizio della pandemia, è essenziale riprendere i contatti in presenza e i controlli di prevenzione nei pazienti ipertesi e portatori di patologie croniche, monitorando la pressione e altri parametri quali peso corporeo e frequenza cardiaca, ma anche supportandoli nel percorso di cura attraverso la semplificazione posologica.

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