In occasione della Giornata mondiale della terra del 22 aprile scorso, si è tenuto un vertice a distanza fra i capi di stato e di governo di quaranta paesi, una sorta di G20 al doppio delle presenze, nel quale sono fioccate le solite promesse sul clima. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden che s’impegna a ridurre i gas serra del 52% entro il 2030. Del 55%, gli ha fatto ecco Ursula Von Der Leyen per conto della UE. Del 78% ma entro il 2035, ha rilanciato il premier inglese Boris Johnson. Anche lo scettico Bolsonaro s’è detto della partita. Si vede che la strage di morti per Covid in Brasile lo spinge a essere meno negazionista del solito. Il Brasile, ha dichiarato, vuole debellare la deforestazione illegale dell’Amazzonia. Ammiriamo le buone attenzioni di tutti. Leggermente meno quella di Bolsonaro, in cui sembra trasparire la solita protervia di chi finge di dire una cosa e intanto afferma il contrario. A noi tutti preme che l’Amazzonia non venga spogliata affatto del suo habitat, sia che chi ha intenzione di farlo decida di metterlo in pratica legalmente o illegalmente.

In ogni caso, ora però i fatti. Altrimenti siamo alle solite dei proclami che, alla loro scadenza naturale, arrivederci e grazie; con i politici di oggi che non saranno i più i protagonisti di domani, e quelli di domani che troveremo alle prese con nuove e più urgenti promesse. Intanto che noi, comuni mortali, vigiliamo, possiamo cominciare a essere virtuosi e agire concretamente ogni giorno con delle scelte giuste. Cos’è che ciascuno di noi fa, più volte giorno, di grande impatto sull’ambiente? Fra le tante cose, niente sembra più cruciale di quello che mettiamo in tavola. Questo perché con una drastica riduzione degli sprechi alimentari e con una diminuzione del consumo di carne rossa, risparmiamo un bel po’ di anidride carbonica (CO2) e di effetto serra. La sola produzione di cibo incide per un quarto di tutte le emissioni di CO2 a livello mondiale; è così gli esperti stimano imprescindibile, per limitare il riscaldamento globale, intervenire con un cambio di rotta significativo nelle abitudini alimentari e culinarie di tutti. Tanto più che un terzo di tutto il cibo prodotto finisce in discarica, dove emette metano. Metano che si va ad aggiungere a quello che è servito per coltivazione e distribuzione. Secondo stime della FAO, si butta il 45% di frutta e verdura, il 35% di pesce e prodotti ittici vari, il 20% di formaggi e altri prodotti caseari, il 20% di carne e il 20% di oli e di semi oleosi. Colpa dello spreco che vien fatto nei ristoranti e nelle mense, si dirà. Cosa vera solo in parte. Il grosso di questi sprechi avviene nelle case, quando si getta del cibo per eccesso di consumismo o paura che sia tossico, mentre, a volte, è solo meno buono. Cosa che capita se il cibo ha appena superato la data di scadenza del fresco. E così, quando un cibo finisce in discarica, si vanifica tutta la CO2 servita per farlo arrivare fin sulle nostre tavole. Questo perché nessuna fonte di energia è a impatto zero. Ora il cibo è energia, carboidrati e proteine. In quanto energia, ha bisogno di altra energia per essere prodotto. Ha bisogno di energia per crescere, di altra energia per essere lavorato o processato, di altra ancora per il trasporto e lo stoccaggio lungo tutta la filiera di distribuzione, punto di raccordo fra produttore e consumatore. Cosa che avviene nei container dei cargo, nei cassoni dei camion, nelle celle del freddo del grossista, del supermercato e in quelle più modeste ma non meno inquinanti dei frigoriferi di casa nostra. Si ha idea del fabbisogno energetico che un avocado richiede per essere prodotto in Colombia e trasportato e venduto in Europa d’inverno? Cosa succede se detto avocado finisce nella spazzatura? Che insieme a esso ci finisce tutta l’energia servita per produrlo e farlo arrivare a destinazione. Con l’avvertenza che la discarica finale sono sempre i polmoni del pianeta. E, in ultima istanza, i nostri.

Discorso non dissimile vale per il consumo di carne rossa. Secondo alcuni studi, è più redditizio dal punto di vista energetico che il 40% della popolazione riduca di un terzo il proprio consumo di carne bovina che non il servizio che fa il 3% della popolazione che ha scelto di diventare vegetariana. Questo perché le grandi quantità moltiplicano esponenzialmente gli effetti nocivi. Per produrre un chilo di carne rossa bovina servono 60 kg di CO2. Inoltre, questo chilo è 8 volte più costoso da un punto di vista energetico di quello ricavato dai pesci o dei polli d’allevamento, 12 volte più delle uova, 25 più del tofu, anche più se paragonato ai legumi, carote, banane. Alla base della catena del rischio energetico c’è proprio il bovino in quanto tale. Nessun altro animale produce così tanto C02 attraverso le deiezioni e il respiro, ovvero i rutti sommessi che accompagnano la ruminazione. Senza contare che una dieta ipoproteica è molto più salutare di una iperproteica. Cosa che i soggetti a rischio di malattia cardiovascolare dovrebbe sapere, per via della presenza dei lipidi che, tra le altre cose, aumentano il colesterolo. La Dieta Mediterranea, in cui la carne rossa è praticamente assente, in cui i latticini rappresentano una risorsa marginale, basandosi molto di più su cereali, frutta e verdura, pesci e carni bianche come proteine, è una scelta azzeccata anche in tema di salvaguardia dell’ambiente. Un’opzione che noi in Italia abbiamo a portata di mano.

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