Una trasposizione letteraria in cui la malattia ne determina la trama o, comunque, ne costituisce un fatto imprescindibile? Ce ne sono tanti di romanzi così, ovviamente. In questo spazio dedicato alla promozione di libri da leggere proponiamo “La macchia umana” di Philip Roth. Di Roth è appena uscita una biografia autorizzata che sta facendo discutere, per non dire incavolare, molti fautori del politicamente corretto, a causa delle accuse di misoginia. Ma torniamo alla “Macchia umana”, che pure con il politicamente corretto come bersaglio polemico ha molto da spartire.
Il co-protagonista di questo romanzo (considerato uno dei migliori del noto scrittore americano morto tre anni fa) si chiama Coleman Silk. Alla fine degli anni Quaranta, Silk è forse il primo ebreo che diventa professore ordinario in un’università americana, il fittizio Athena College nel Massachusetts. È sempre stato un brillante professore di Lettere Classiche e un giorno, quarant’anni dopo, durante un appello, riferendosi a due studenti che non si sono mai presentati a lezione, fa dell’ironia sulla loro pervicace volontà di non materializzarsi mai, li menziona come spettri, parola che in inglese si traduce con spooks. Tuttavia, spook ha anche un significato secondario. Vale come spregiativo di “negro”. Il caso vuole, si verrà a scoprire di lì a poco, che i due ragazzi sono effettivamente di colore. Monta l’onda del “politically correct”, cavalcata da una giovane lettrice di francese che non sopporta l’atteggiamento sicuro di sé e chissà cos’altro di Silk, anche se, sotto sotto, ne è attratta. La giovane insegnante dai natali europei, parigini per l’esattezza, fa in modo che Silk si dimetta da insegnante e da preside – lo è ormai da 25 anni – per aver usato quell’epiteto pseudo-razzista. Cosa strana, Silk accetta di farlo quasi senza lottare. Spiega la sua decisione limitandosi a dire che è disgustato da tanta grettezza. Non credeva che fra tutti i colleghi che lo conoscono da una vita nessuno si fosse preso la briga di esporsi pubblicamente per difenderlo. A causa dell’allontanamento e del prepensionamento forzato, sua moglie ne fa una malattia, al punto che dopo due anni è colpita da ictus e muore. È così che entra in scena la malattia cerebrale in questa trama.

Nathan Zuckemberg è uno scrittore. A 65 anni, in seguito a un tumore della prostata che l’ha reso impotente, s’è trasferito nel Berkshire. Ecco un’altra patologia che viene investita di un ruolo importante per la determinazione della psiche e della scelta di vita che farà questo personaggio. Nathan ricompare in altri romanzi di Roth. È da considerarsi il suo alter ego.
Nel Berkshire, Nathan stringe amicizia con Silk. Quando Silk gli chiede di scrivere la sua storia, Nathan non sembra propenso ad accettare. Ci penserà su, gli risponde, nel mentre l’amico gli mette in mano il proprio manoscritto di appunti. Poi succede che quattro mesi dopo Silk muoia in un incidente d’auto assai misterioso come dinamica. A bordo, insieme a lui, c’era Faunia, la sua fidanzata, di circa 30 anni più giovane. Il fatto scatena la curiosità umana e professionale di Nathan. Lo scrittore apre le sue indagini. Che a far fuori Silk sia stato l’ex marito di Faunia, lo scopriamo come un fatto assodato. Questi è un reduce del Vietnam completamente paranoico. Non sopportava che la ex-moglie se la facesse con uno che avrebbe potuto essere suo padre, dirà alla psicologa del penitenziario. La descrizione che Roth fa della mente malata di quest’uomo sembra presa da un manuale sulla sintomatologia della PTSD, tanto è accurata e calzante. PTSD sta per Post Traumatic Stress Disorder, una malattia devastante che si sviluppa in seguito a uno o più eventi traumatici, come la guerra in Vietnam, appunto.

Scavando nella vita di Silk, Nathan scopre due cose che per lui sono la vera ragione che hanno ridotto al silenzio l’amico preside di fronte alle accuse di razzismo. La prima e più importante è che Silk è di colore. Da ragazzo, al momento di arruolarsi in marina per andare a combattere i nazisti in Europa, decise di compilare gli incartamenti attestando di essere bianco e di razza ebrea. La sua pelle aveva un colore che poteva benissimo essere scambiata per quella olivastra di un mediorientale. Di qui la scelta di intestarsi anche la razza ebrea; la seconda bugia sul proprio conto. In passato aveva frequentato a Newark, New Jersey, la palestra di boxer ebreo. Si proclamò bianco per sfuggire ai soprusi e alle rinunce che gli sarebbero toccati in sorte in quanto uomo di colore. Ebreo, per poter vantare un passato purchessia. A questo proposito, scelse la via più semplice: figlio unico di genitori morti quando lui era di stanza in Europa a combattere Hitler.
Dunque Silk, di fronte alle accuse di razzismo, avrebbe potuto cavarsela in cinque minuti dicendo: ma vi pare? proprio io che ho visto la luce in una famiglia proveniente dal profondo sud da parte di padre, da schiavi riscattati anzitempo da parte di madre, da cui i geni della carnagione più chiara, per le ripetute generazioni di sangue misto!
Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. E non l’ha fatto perché, prima, avrebbe dovuto smascherare se stesso e smacchiare la sua macchia umana. Un tributo troppo alto da pagare in società, di fronte ai suoi figli, cresciuti sapendosi ebrei da parte di entrambi i genitori. Il più problematico dei tre aveva avuto dei trascorsi da ebreo ortodosso. Avrebbe reagito malissimo di fronte a questa verità.

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