di Alberto Ferrari

Che cosa si nasconde dietro ai cibi di tutti i giorni? Per esempio, a un hamburger economico, a un’insalata dal packaging perfetto e a un cosciotto di maiale al forno? Ce lo spiega Michael Pollan in un libro che in pochi anni è diventato un best-seller planetario. Uno dei meriti del “Dilemma dell’onnivoro” è quello di aver fatto venire alla luce, in modo chiaro per tutti, le sorprendenti connessioni fra alimentazione, ambiente e salute

Cosa mangiare per pranzo? Per rispondere a questa semplice domanda, la stessa che allieta e affligge ogni famiglia almeno una volta al giorno, Michael Pollan ha scritto un libro di oltre 400 pagine. Deciso a fare chiarezza sulle possibili opzioni, il giornalista americano ha preso in considerazione quattro menù.

Il pranzo da cui è partito è stato il meno impegnativo e costoso. Per la modica cifra di nemmeno 15 dollari, lui la moglie e il figlio sono andati in un McDonald’s, il ristorante simbolo del cibo industriale. Durante l’inchiesta sulla grande industria alimentare, egli ha fatto un incontro inaspettato con il mais. Ha scoperto che il mais è la monocoltura da cui dipendiamo quasi totalmente. Dal mais si ricavano gli ingredienti di base contenuti in quasi tutti i cibi dei supermercati. Di mais è fatto il mangime dei bovini. Per stare al passo con questo dispensatore di carboidrati ingrassanti, manzi e vitelli hanno smesso di essere dei ruminanti erbivori, cioè hanno smesso di percorrere in lungo e in largo i pascoli, e sono finiti a poltrire nei feedloot, altrimenti detti fabbriche della carne. Il mais si trova anche nei mangime di polli, di conigli e di tutti gli altri animali che un tempo si chiamavano da cortile. Perfino nel cibo dei salmoni d’allevamento. Dal mais si ricava il fruttosio presente, fra gli altri, nelle bevande zuccherate, Coca-cola in testa. Il mais è una monocultura che ha bisogno di grandi quantità di concime per non inaridirsi e siccome il letame dei feedloot non è adatto, perché troppo ricco di sostanze azotate e di fosforo che distruggerebbero i raccolti, le monocolture di mais vengono ingrassate con fertilizzanti ricavati dal petrolio. Così, per soddisfare le esigenze di produzione e consumo, si è messo in moto un circolo vizioso altamente inquinante. Più petrolio nel terreno e nelle deiezioni degli animali vuol dire falde acquifere e mari più inquinati. Nei mari inquinati dal petrolio le alghe infestanti proliferano e causano la moria dei pesci, in quanto distruggono il plancton e il resto della catena alimentare che nutre le varie specie ittiche. La conclusione di Pollan è che nello scontrino a buon mercato che ha pagato da McDonald’s non erano registrati gli alti costi ambientali, ma nemmeno quelli che il contribuente è costretto a pagare in termini di salute, spesa sanitaria e sociale. Le carni allevate con mais contengono più acidi grassi saturi e meno acidi grassi Omega-3, i primi dannosi per cuore e arterie, i secondi benefici. Man mano che cresce il consumo di grassi saturi aumenta obesità e il diabete alimentare con il corollario di malattie cardiache e vascolari che i lettori del nostro giornale ben conoscono.

E se l’alternativa fosse il biologico? Per dare una risposta a questa domanda Pollan prepara altri due pranzi, non prima di essersi preso la briga di studiare l’origine dei prodotti che sta per mettere in tavola. Per il primo pranzo ricorre ai cibi del biologico industriale, ovvero i prodotti di nicchia che si trovano nei supermercati più ricercati. Che cos’hanno di buono questi alimenti rispetto a quelli dell’industria tout court? Che almeno vengono prodotti, nel caso di frutta e verdura, su campi in cui è proibito l’uso di fertilizzanti derivanti dal petrolio. Solo compost animale si può utilizzare in un campo i cui frutti avranno la certificazione del biologico. Stesso discorso per le carni. Gli animali devono aver mangiato solo mais di prima scelta, coltivato in campi fertilizzati anche loro con il compost. E che cos’hanno di negativo gli alimenti di questo biologico? Che oggi il cibo biologico è stato cannibalizzato dalla grande industria, perciò viene distribuito con lo stesso enorme consumo di carburante. Si stima – ricorda Pollan – che l’insalatina croccante contenuta in una busta di plastica salva-freschezza percorra mediamente 2.400 km negli Stati Uniti prima di raggiungere il banco del supermercato chic dove farà bella mostra di sé. Non solo, per la lavorazione nei campi, vengono assoldati gli stessi immigrati che sono impiegati negli appezzamenti contigui di mais e soia a uso industriale. Il che di per sé non sarebbe un male, se non fosse che le condizioni di sfruttamento dei lavoratori sono le stesse. Questo perché la logica del mercato agroalimentare è perfettamente in linea con il resto dell’economia globalizzata, e prevede di produrre la merce ortofrutticola o d’altro tipo al minor prezzo per andare poi a venderla anche all’altro capo del mondo, se questo è il luogo dove verrà pagata al miglior prezzo.

In alternativa c’è la cosiddetta filiera corta. Si tratta del cibo comprato direttamente dal contadino (o in qualche mercatino del chilometro zero) da consumarsi poco distante, dopo esserci accertati che il produttore, nella sua fattoria a conduzione familiare, coltivi i campi praticando la rotazione dei raccolti, dia da mangiare l’erba fresca d’estate e il fieno d’inverno alle sue mucche, approvvigioni galline e conigli di mais cresciuto su campi non trattati con fertilizzanti derivati dal petrolio. Per questo tipo di pranzo Pollan si fa in quattro, sgobbando per una settimana in una fattoria che risponde ai requisiti, allo scopo, appunto, di verificare in prima persona l’origine dei cibi del pranzo biologico in senso stretto che andrà a preparare. Alla fine della ricerca è contento di scoprire che il maggior costo di questo pasto è un prezzo pieno, che non prevede costi aggiuntivi da caricare sull’ambiente, sulla salute e sui soldi pubblici.

L’ultimo pranzo è quello del cacciatore. Per sfida con quello che siamo stati durante l’evoluzione della specie, cioè dei cacciatori prima di diventare degli agricoltori-allevatori, Pollan decide che tutto quello che metterà in tavola questa volta dovrà essere a costo zero, ovvero cacciato con le sue mani. In che modo quest’uomo mite, a suo agio con lapis e taccuino, riuscirà a imbracciare un fucile per seguire una battuta di caccia ai maiali selvatici è una curiosità che dovrete scoprire alla fonte, nella speranza che quello che abbiamo raccontato fin qui di questo libro, un classico mondiale della divulgazione scientifica, vi abbia incuriosito al punto di spingervi a cercarlo negli scaffali di qualche libreria o biblioteca.

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