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Si è incominciato a parlare di “paradosso francese” alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. La locuzione intendeva richiamare l’attenzione sul fatto che, a parità di quantità di alcol consumate, e nonostante l’assunzione associata di quantità non trascurabili di grassi, la mortalità per cause cardiovascolari e cerebrovascolari era in Francia sensibilmente più bassa rispetto a quella dei paesi anglosassoni di qua e di là dell’Oceano.

L’apparente paradosso si spiega quando si considera che i grassi assunti dai francesi, soprattutto nel mezzogiorno della Francia (come in tutta l’area mediterranea, inclusa la nostra Italia), sono soprattutto grassi insaturi derivati dall’olio d’oliva, a fronte di quelli saturi del burro preferiti dai nostri cugini d’oltremanica e d’oltreoceano, mentre l’alcol deriva soprattutto dal vino, ed in particolare dal vino rosso, piuttosto che dalla birra o dai superalcolici.

Secondo alcune ipotesi, la chiave di tutto sarebbero i polifenoli di cui il vino rosso è ricco, in particolare il resveratrolo. Tali sostanze sono altamente antiossidanti, e questa proprietà è alla base delle loro riconosciute azioni preventive di diverse malattie, tanto potenti da controbilanciare i danni che possono essere provocati dall’alcol in sé e per sé.

A partire da quelle prime osservazioni, negli ultimi cinquant’anni migliaia di articoli scientifici sono stati pubblicati sull’argomento, certo anche nella preoccupazione che un eccessivo entusiasmo potesse giustificare un consumo di alcolici dannoso per la salute. In realtà, nessuno ha mai messo in dubbio che a dosi elevate l’alcol sia una sostanza altamente tossica, in grado di provocare gravissimi danni epatici, fino alla cirrosi ed al cancro del fegato, ma anche patologie infiammatorie, degenerative e oncologiche di tutto l’apparato gastroenterico. Per di più, si è visto come l’incidenza di alcuni tumori possa essere aumentata dall’assunzione di alcolici anche a bassa dose.

In un editoriale pubblicato nel 2022 sull’European Heart Journal, Andrea Poli sintetizzava brillantemente che la letteratura scientifica fino ad oggi pubblicata ha dimostrato che l’assunzione moderata di alcol – due dosi giornaliere (150 ml l’una) per l’uomo ed una per le donne – era associata ad un ridotto rischio coronarico, con un rischio oncologico assai limitato, e dunque con un impatto globale favorevole sulla mortalità per tutte le cause. Ciò diventa ancor più rilevante se inserito nel contesto della dieta mediterranea, basata su verdure, pesce, carboidrati, grassi di origine vegetale, e sull’assunzione di moderate quantità di vino durante i pasti principali.

Sempre nel 2022, una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, «Lancet», ha ospitato un corposo lavoro del gruppo scientifico internazionale Global Burden of Diseases (impatto globale delle malattie). Lo studio ha dimostrato inoppugnabilmente come negli adulti – a differenza del fumo di sigaretta, la cui assunzione si correla linearmente (per qualsiasi quantità) ad una maggiore mortalità – la relazione dose/effetto tra consumo di alcol e rischio di malattie cardiovascolari non sia lineare ma a forma di J: una dose bassa o moderata di alcol produce effetti benefici, protettivi sul sistema cardiovascolare, ma superata una certa soglia gli effetti sono deleteri e crescono assai rapidamente.

Niente di nuovo sotto il sole. Gli antichi facevano risalire addirittura ad Esculapio, all’incirca nell’VIII secolo a.C., il suggerimento di utilizzare le proprietà curative del “vino vecchio”, purché in quantità moderate, suggerimento ripreso nel XVI secolo da Paracelso, che avvertiva: “è la dose che fa il veleno”.

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