Può un aneurisma aortico lasciare che l’uomo non più giovane ma dalla forza ancora poderosa che ne è affetto rincorra per anni gli assassini della sua promessa sposa e di colui che stava per diventare suo suocero? Per scoprirlo non basta arriva alla fine di «Uno studio in rosso», il primo, accattivante romanzo di Arthur Conan Doyle (1859-1930) costruito sulla falsariga di questa trama, ma occorre prendere confidenza con il metodo analitico deduttivo fatto proprio dal detective che risolverà felicemente il caso. Sì, proprio lui, il celeberrimo Sherlock Holmes, uscito dalla penna dello scrittore che eserciterà la professione del medico fino a quando il successo non lo indurrà ad abbandonare per sempre lo stetoscopio a favore della penna d’oca. I biografi sostengono che Conan Doyle, per creare la forma mentis di Sherlock Holmes, si sia ispirato a quella di un altro medico, il primario dell’ospedale in cui egli aveva esercitato la professione come internista prima di diventare un medico di famiglia. Stiamo parlando di un celebre professore londinese che si peritava di arrivare a refertare solo dopo accurata anamnesi, nella quale tutti i sintomi, compresi quelli meno appariscenti, venivano posti sullo stesso piano fino a che non si trovava il bandolo della matassa che portava a fare le distinzioni del caso e a una diagnosi certa. Come temperamento, invece, Conan Doyle rivive nei panni del collega Watson. Ovvero del medico bonaccione, squattrinato ed eccessivamente passionale a confronto con l’asettico Sherlock Holmes. Succede che Watson, di ritorno dalla guerra in Afghanistan a causa di una ferita a una gamba, si trova per caso a condividere con Holmes lo stesso appartamento in affitto, in Becker Street a Londra. In seguito a questo antefatto, i due si frequentano e Watson prende parte ai casi di Holmes. Fin da questo primo caso diviene suo assistente ma anche l’esegeta della gesta. E’ Watson che decide di assumersi l’incarico di scrivere, commosso dall’acume che il coinquilino dimostra nei casi che risolve. Di base, proprio come l’uomo in carne ed ossa che sta dietro a ogni trama, Watson si riconosce una qualche abilità nel raccontare gli accadimenti arricchendoli dello spessore sentimentale che vi scorge tra le pieghe. Holmes finge di disprezzare i quaderni che Watson redige nonostante il ruolo di protagonista assoluto che gli tributa. Holmes, in ossequio al suo personaggio, si fa coinvolgere solo da letture di contenuto scientifico o, comunque, che non facciano commercio di passioni umane.  A suo dire, le passioni, come l’amore, inficiano l’analisi e il giudizio, pertanto è meglio evitarle. Ciò nonostante, gli sforzi letterari di Watson non lo lasciano del tutto indifferente. Il suo egocentrismo accentuato glielo impedirebbe. Holmes, tuttavia, è il tipo d’uomo che vive nell’azione, a patto che si consideri il pensiero come un differente modo di agire. Solo durante l’attività investigativa tutti i suoi sensi si rimettono in moto come i meccanismi oliati di una macchina perfetta, il cervello in testa. Invece, durante i periodi di inattività forzata, il suo biografo descrive Holmes che si aggira per casa come uno zombie, gli occhi cerchiati per la troppa cocaina. A tanto arriva il suo stato depressivo quando non ha un caso da risolvere e non può dare sfogo alla sua vera natura. Che in Holmes convivano gli opposti come i qualsiasi altro essere umano, è altrettanto vero. Abbiamo detto che è un narciso egocentrico ma non quando c’è da prendersi il merito per la buona riuscita delle indagini. In questo, anticipando il comportamento di altri eroi di fumetti e celluloide divenuti famosi nel Ventesimo secolo, Holmes lascia volentieri che le luci della ribalda tributino il riconoscimento pubblico ai volti di comprimari. Nel suo caso, ai visi tronfi dei poliziotti di Scotland Yard che a lui ricorrono, lo sguardo mesto e il portamento vile, quando si sono impantanati in un crimine e non sanno più a che santo rivolgersi per venirne fuori, salvo tornare gli sbruffoni di sempre quando si tratta di dare in pasto alla stampa i dettagli salienti di un caso portato a compimento.
Tornando alla domanda da cui siamo partiti, se può un aneurisma aortico inficiare il cammino di uomo che voglia vendicarsi di un grave torto subito. Ovvio che nella finzione romanza può non essere d’ostacolo. A dire il vero, stiamo parlando di uomini, come dire, di un’altra tempra. Nel caso di specie, di un cercatore d’oro il cui viso perennemente abbronzato è solcato da rughe profonde, di un avventuriero abituato a dormire all’addiaccio nell’Ovest degli Stati Uniti, giunto a Londra sulle piste degli assassini della sua promessa sposa, che nel frattempo ha fatto mille lavori di fatica per mantenersi. A Londra l’uomo s’è fatto assumere come cocchiere, così può stare dietro più facilmente agli spostamenti dei due che insegue. Costoro sanno bene l’uomo che gliel’ha giurata non avrà pace finché uno di loro tre non sarà costretto a scrivere la parola fine in uno scontro diretto. La catarsi che segna l’epilogo di questa storia vuole che il nostro personaggio aneurismatico riesca a portare a compimento la sua vendetta, a raccontare per filo e per segno tutto l’accaduto prima di consegnarsi per sempre nelle mani della giustizia inglese, non senza aver ricevuto un commovente attestato di stima da parte di chi ha avuto l’ingrato compito di catturarlo.

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