Che senso ha un’applicazione per smartphone, pc e tablet che curi la pressione arteriosa o il diabete, al di là del fatto che, nel 2020, le start app a esclusiva vocazione digitale ormai fanno il bello e cattivo tempo anche in campo sanitario? Cominciamo da una distinzione fondamentale. Se parliamo di Digital Therapeuctis (DT) ci riferiamo a applicazioni con determinate caratteristiche. Si tratta di software che servono da terapia, al pari di qualunque altro presidio sanitario, proprio perché, al pari di una qualunque medicina che in Italia ha ricevuto il via libera da AIFA o negli Usa da FDA (Food and Drug Administration), ogni DT in commercio ha superato gli stessi studi clinici normativi di un farmaco validato, dimostrando scientificamente di essere efficace per il fine per il quale è stato sviluppato. Diverso il discorso rispetto a tutte le altre app sulla salute prive di questa certificazione, sulla cui efficacia, per cominciare, fa fede solo il marketing che promuove il prodotto.

Fatto sta che se le app per la salute che si possono scaricare sul telefonino sono tante, le DT, a oggi, sono poco più di decina, e nemmeno tutte in fase di commercializzazione. Questo perché questa nuova tecnologia sta muovendo ancora i primi passi. Stando al booklet digitale “Digital Therapeuctis dalla A alla Z” del luglio 2020, voluto da Pharmastar, editrice del “Giornale online sui farmaci”, la situazione a livello globale è la seguente: negli Stati Uniti – mercato di riferimento per le terapie digitali – i primi sì da parte di FDA sono del 2017, ma le prime attivazioni sono slittate al 2019. In sintonia con i nostri target, segnaliamo che l’app “OneDrop”, per il trattamento dei pazienti diabetici, ha superato tutti i trials clinici e fa parte dei farmaci rimborsabili.

In Europa, a parte Germania, Francia e Gran Bretagna, in cui vi sono app in commercio che hanno ottenuto il nulla osta dei rispettivi sistemi sanitari, per il resto è ancora lettera morta. In Italia, nonostante gli entusiasmi a fase alterna per l’app Immuni del protocollo covid, si attende ancora un quadro legislativo di riferimento. In Giappone la situazione è decisamente più movimentata. Di maggio è la notizia che Hypertension della start app “CureApp” è entrata in fase 3, cioè si sta confrontando in uno studio multicentrico randomizzato che ha arruolato una moltitudine di pazienti ai quali viene proposto o l’app oppure altro ma soltanto come esortazioni terapeutiche, scritte o verbali, per iniziativa del curante o di altro personale sanitario durante le fasi di controllo. Ai fini sperimentali, infatti, i pazienti sono stati arruolati fra i curabili per ipertensione senza il ricorso obbligatorio ai farmaci tradizionali. Sia il contenuto dell’app sia le esortazioni del medico mirano a un radicale cambiamento di stile, in cui, in vista di una pressione sistolica nella norma, si è invogliati a migliorare la dieta, a fare più attività fisica e più di tutto ciò che, in generale, è riconducibile a uno stile di vita salutare. Con la differenza che l’app è in grado di seguire il paziente step-by-step.

Nella definizione del software di questa applicazione, un ruolo non secondario hanno avuto le considerazioni preventive del paziente e del curante. Dovendo incidere sulle abitudini individuali, dopo averle valute nell’ambito del contesto socio-economico di riferimento, è ovvio che il punto di vista del singolo cui la applicazione è rivolta è stato un elemento fondante nella messa a punto del manufatto digitale.

Hypertension, inoltre, è pensata per i pazienti in età lavorativa, con poco tempo a disposizione (soprattutto per sottoporsi a ripetuti controlli sanitari) oppure per persone che vivono in zone decentrate, nelle quali la presenza di presidi sanitari è sempre troppo distante.

Inutile dire che se l’applicazione avrà il successo che le auguriamo, sarà possibile curare un certo tipo di ipertensione senza dover ricorrere ad alcuna classe di farmaco tradizionale, con un notevole risparmio per il bilancio sanitario di ciascun Paese. Non a caso, la spesa corrente dei farmaci per la cura dell’ipertensione è una delle più onerose ovunque, questo perché i pazienti affetti da questa malattia – anticamera di infarto e ictus – sono tantissimi. In Giappone (126 milioni di abitanti) sono 43 milioni gli ipertesi stimati ma solo 12 milioni quelli stabilmente in terapia – ricordano quelli di “CureApp” nel loro sito.  Il che significa che circa 30 milioni di pazienti non seguono le cure come dovrebbero. O che potrebbero farlo meglio affiancando Hypertension alla terapia tradizionale? Di sicuro quelli di “CureApp” lo sperano. Nel frattempo si stanno adoperando, attraverso la loro succursale statunitense, a ottenere la stessa certificazione anche nel paese “a stelle e a strisce”, nel quale, com’è noto, gli ipertesi non mancano. Anzi, abbondano.

Quello che ancora vogliamo sottolineare è che, se nel caso di Hypertension, l’app è alternativa al farmaco, nel caso di altre patologie (o in presenza di una forma di ipertensione più grave) i due presidi sanitari, DT e farmaco tradizionale, possono benissimo coesistere e cooperare allo stesso fine terapeutico.

«Con i Digital Therapeuctis ora possiamo programmare un software per diventare “medicina” – scrive Giuseppe Recchia, CEO dell’italiana Da-Vinci Therapeuctis nel summenzionato booklet – in grado di trattare malattie quali depressione, schizofrenia, diabete, abuso di sostanze, insonnia, autismo. Sono “medicine” che permettono di trattare malattie complesse attraverso modifiche dei comportamenti disfunzionali delle persone, in un modo che le molecole chimiche o biologiche non potrebbero fare».

Staremo a vedere.

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