di Angela Nanni

Con il termine sarcopenia in medicina si allude alla perdita di massa muscolare. Oltre a essere connaturata ai processi di invecchiamento, la sarcopenia può diventare un fattore di rischio per lo sviluppo di diverse condizioni patologiche, fino a esitare in una vera e propria malattia che, nei pazienti con insufficienza cardiaca, arriva ad avere un’incidenza variabile dal 20 al 50%. Non a caso i più colpiti da sarcopenia sono i pazienti con diagnosi di cardiomiopatia dilatativa

E siste una vera e propria correlazione lineare e inevitabile tra perdita di massa muscolare, malnutrizione e cachessia. La perdita di massa muscolare o sarcopenia è un evento ineluttabile, come ha evidenziato il Longevity Check Up. Tale studio fa riferimento a un progetto di ricerca condotto da Italia Longeva, il network scientifico sull’invecchiamento istituito dal Ministero della Salute e da un team di geriatri della Fondazione Policlinico Universitario “Gemelli” – Università “Cattolica del Sacro Cuore” di Roma. Questo gruppo di ricercatori, attivo nell’identificazione dei fattori correlati all’invecchiamento in salute, ha accertato che, al compimento del 50° anno di età, si verifica un invecchiamento che implica una diminuzione della massa muscolare compresa fra il 10 e il 20%, a cui fa seguito un calo della forza di circa il 60%. Numeri che si traducono in un crollo consistente della performance motoria, misurata attraverso un test che prevede di alzarsi e sedersi cinque volte senza aiutarsi con le braccia e valutando la velocità di esecuzione. Si tratta di processi fisiologici che si possono contrastare in un solo modo, ovvero mantenendosi attivi. La sarcopenia, dunque, può rappresentare una vera e propria condizione patologica che compromette in maniera importante la qualità della vita, poiché determina un equilibrio motorio instabile, con aumentata probabilità di sperimentare cadute e fratture, mancata capacità di scendere e salire le scale autonomamente, di portare pesi come le buste della spesa.
A proposito della sarcopenia il professor Maurizio Muscaritoli, Direttore della UOC di Medicina Interna e Nutrizione Clinica presso il Policlinico Umberto I di Roma e Presidente SINuC (Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo) ci racconta che «la sarcopenia ha un’eziologia multifattoriale, ma fra le cause principali che la determinano vi sono la diffusione di stili di vita sedentari e la malnutrizione, i cui effetti negativi peggiorano con l’età, alle quali si associano il declino ormonale – di estrogeni nella donna e di testosterone nell’uomo – fino a condizioni di decadimento cognitivo e demenza. La malnutrizione incide soprattutto come eccesso calorico e deficit amminoacidico. Comorbilità come tumori, nefropatie, cardiopatie, diabete, arteriopatie periferiche croniche possono accelerare il processo sarcopenico. Inoltre, l’aumento della massa grassa e l’infiammazione cronica silente, frequenti nell’anziano, concorrono a favorirla. A loro volta, lo stress ossidativo cellulare e l’infiammazione cronica silente compromettono le capacità di riparazione e rigenerazione delle fibre muscolari danneggiate. Numerose condizioni croniche, alterazioni metaboliche, cattiva o scarsa nutrizione, l’immobilità, l’allettamento producono un fenomeno di perdita muscolare e la conversione in tessuto adiposo».
Tra le patologie concomitanti alla sarcopenia, un posto di primo piano merita il rischio cardiovascolare. Condizione frequente riscontrata nei soggetti con patologie cardiache, la sarcopenia giunge a una prevalenza che va dal 20 al 50% nei pazienti con insufficienza cardiaca, con una percentuale significativa nei soggetti con diagnosi di cardiomiopatia dilatativa. Nello specifico il professor Muscaritoli sottolinea che «i pazienti a cui dobbiamo prestare attenzione sin dalle prime fasi della malattia sono affetti da problemi renali, bronco-pneumopatia cronico ostruttiva, oppure sono reduci da fratture e da eventi cardiaci acuti o cronici. Tuttavia, dobbiamo considerare la fragilità e la perdita di massa muscolare come una patologia e non solo come un fattore di rischio. Esiste infatti una correlazione lineare e purtroppo inevitabile, se non riconosciuta e poi trattata, tra sarcopenia, malnutrizione e infine cachessia che non può essere invertita con il nutrimento».
Con il termine cachessia si è soliti indicare una magrezza estrema, una forte riduzione della massa muscolare e un sensibile assottigliamento della cute. Più nello specifico si parla di cachessia come di una complessa sindrome metabolica associata a una malattia cronica con o senza perdita di massa grassa. Soffrire di questa condizione equivale a evidenziare un’impennata della mortalità per tutte le cause. Nello specifico, secondo alcuni studi, la cachessia costituisce un fattore di rischio di morte per tutte le cause dello scompenso cardiaco.
Possibile che negli anziani la malnutrizione sia una complicazione così frequente? La risposta del professor Muscaritoli è inequivocabile. «La malnutrizione è una condizione pressoché “epidemica” negli anziani. Negli ultimi anni gli esperti hanno calcolato che gli effetti in termini di comorbidità, ossia della presenza di patologie concomitanti collegate alla malnutrizione, fanno impennare i ricoveri ospedalieri e la mortalità nelle persone anziane. Nell’insufficienza cardiaca, per esempio, si verifica un’attivazione cronica del peptide natriuretico (un peptide formato da 32 amminoacidi, secreto dai ventricoli del cuore) in risposta a un eccessivo allungamento delle cellule muscolari del cuore a cui si aggiunge l’attivazione del sistema adrenergico che muove l’idrolisi dei lipidi negli adipociti, causando la perdita di peso e l’aumento dei livelli di acidi grassi liberi. Un meccanismo che, combinato alla resistenza all’insulina delle cellule del miocardio, determina un’alterazione del metabolismo dei grassi e stress ossidativo, con il deposito di grasso ectopico (cioè fuori sede) nel muscolo».
La sarcopenia così come la malnutrizione e in ultima analisi la cachessia sono condizioni nient’affatto rare nei pazienti che riescono a sopravvivere a un ictus, spiega il professor Muscaritoli: «Dai dati presentati durante la decima conferenza internazionale della Società Mondiale di Sarcopenia, Cachessia e Malnutrizione (SCWD) che si è tenuta di recente a Roma, hanno appurato che il 20% dei pazienti sviluppa una sindrome da deperimento entro un anno dall’evento acuto. Buona parte della disabilità conseguente all’ictus è causata dalla perdita di innervazione del tessuto muscolare che si combina con l’immobilità del paziente, con lo stato infiammatorio e la spasticità e, infine, con il meccanismo che presiede alla mancanza di controllo dei riflessi che causa l’atrofia muscolare e la degradazione del tessuto. A determinare tutte queste condizioni patologiche è l’ictus che, non guasta sottolineare, è una una delle principali cause di disabilità degli adulti nei Paesi occidentali (60% dei casi), con un 30% di pazienti che non riesce più a camminare senza assistenza. Stiamo parlando di disabilità da attribuirsi esclusivamente all’insulto cerebrale che porta alla perdita di innervazione muscolare».
La cachessia è una condizione piuttosto comune in caso di problemi cardiocircolatori, anche se per motivi non ancora del tutto noti. «Nel paziente con scompenso cardiaco avanzato – precisa il nostro esperto – la condizione deriva da un malassorbimento intestinale dovuto alla congestione venosa cronica intestinale, ma anche allo squilibrio fra sintesi di ormoni anabolici e catabolici. Il tutto è favorito dalla condizione di infiammazione cronica che si accompagna allo scompenso stesso. Intervenire su una situazione di questo tipo alfine di migliorare la situazione del paziente è tutt’altro che facile. Dalle evidenze fin qui disponibili si può affermare che una terapia nutrizionale attuata incrementando l’apporto calorico e somministrando dei supplementi di aminoacidi può in qualche modo contrastare gli effetti della progressiva perdita di massa muscolare. Più in generale di fronte a una situazione di cachessia bisognerebbe assumere un’adeguata quota proteica ogni giorno. Per questo motivo nell’anziano si raccomandano, in assenza di problematiche renali, 0,8-1,2 g pro-chilo di proteine al giorno, che dovrebbero essere correttamente ripartite fra colazione, pranzo e cena. Ovviamente gli anziani, così come la popolazione generale, dovrebbero attenersi alle linee guida nazionali per una corretta alimentazione. Negli anziani, bisognerebbe curare molto attentamente l’apporto con la dieta di vitamina D, calcio e di tutti i nutrienti essenziali per il benessere generale, la salute delle ossa e la forza muscolare. Nell’anziano, infine, a causa della riduzione del metabolismo basale bisogna prestare grande attenzione alla qualità dei nutrienti, ma anche ridurre le porzioni».

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