di Italo Richichi

Le malattie cardiovascolari e le affezioni neoplastiche sono responsabili del 75% di tutti i decessi. I sistemi sanitari internazionali sono impegnati ad attivare una politica che mira all’eliminazione dei fattori di rischio, allo scopo di ritardare, e spesso impedire, il determinismo di queste malattie cronico-degenerative

Negli anni ’80, era elevata la preoccupazione della classe medica mondiale e dei suoi ricercatori d’avanguardia; il problema delle malattie cardiovascolari e delle neoplasie diventava incontrollabile e si estendeva sempre di più, mietendo vittime e lasciando milioni di invalidi come sopravvissuti dell’infarto e dell’ictus o delle cure demolitive dei tumori. In effetti, i medici potevano agire solo quando la malattia era conclamata, mentre appariva sempre più necessario intervenire nell’eziopatogenesi o, almeno, in fase iniziale, per limitare i danni delle patologie che influivano sul 75% di tutte le morti globali.

Stando così le cose, curare un tumore significava al massimo fare una diagnosi precoce, ma la terapia farmacologica risultava spesso inefficace e insufficiente, giacché il meccanismo terribile delle metastasi non riesce mai a evitare le recidive, sempre più temibili.

Alla stessa stregua, l’infarto, l’ictus e le vasculopatie severe lasciavano sempre l’organo invalidato poiché neanche la riabilitazione riusciva a ottenere risultati completi. È a quel punto che si è sviluppata una integrazione di risorse, capaci di mettere in campo strategie antagoniste per delimitare i danni crescenti.

I congressi internazionali sollecitavano sempre più la necessità di arrivare alla radice dei problemi per impedire lo sviluppo delle patologie. È stato allora che è apparso chiaro, e ora non esistono più dubbi, che i fattori di rischio rappresentano le cause delle malattie. Finalmente risulta diffusamente definito che eliminando questi fattori di rischio (FdR), almeno quelli conosciuti, è possibile ritardare, e spesso impedire, il determinismo delle malattie cronico-degenerative e neoplastiche. Allargando questo tipo di conoscenza si è cominciato a ipotizzare che anche per molte malattie genetiche, delle 6 mila conosciute, si ottengono benefici nelle mutazioni genetiche riducendo i fattori di rischio. In buona sostanza i fattori di rischio, cause o concause, rappresentano elementi che arrivano ad accelerare i meccanismi importanti delle malattie più diffuse. Se la mortalità delle malattie cardiovascolari raggiunge circa il 40%, quelle tumorali il 30% e quelle genetiche il 10% è facile concludere che il 20% delle restanti morti comprende tutte le altre cause: infezioni, traumi, incidenti, droghe ecc.

Ora, finalmente la questione sanitaria, superata la fase scientifica, è approdata al livello culturale; ora finalmente si capisce che il problema è sociale e non solo sanitario, anche perché la stessa politica si è accorta dell’elevato costo dell’assistenza per i cittadini malati. In Italia, la spesa non è più compatibile con il PIL nazionale, ma non siamo gli unici ad avere problemi. Negli Stati Uniti, per esempio, non si riesce ad assistere i circa 40 milioni di americani sprovvisti di assicurazione privata.

Fortunatamente i mass media mondiali stanno dedicando grande spazio al problema conoscitivo e culturale della sanità.

Pertanto, dopo unʼopportuna e prolungata campagna di informazione e il relativo inizio del trattamento dei fattori di rischio, deve innestarsi il cambiamento delle abitudini e dello stile di vita. Certo, occorrerà ancora un decennio per individuare la fascia dʼetà più opportuna per intensificare l’azione efficace che impedisce la progressione di queste malattie, che fanno del tempo il veicolo più temibile, ma la strada è ormai segnata e indietro non si torna.

In ordine dʼimportanza e di diffusione i fattori di rischio sono i seguenti: il fumo, la dislipidemia (colesterolo, trigliceridi), l’ipertensione arteriosa, il diabete, l’obesità, l’ereditarietà, la sedentarietà, lo stress cardiovascolare; altri fattori di minore importanza o addirittura sconosciuti vengono trascurati per la scarsa certezza scientifica o per la scarsa influenza patologica.

Per quanto riguarda l’alimentazione, essa non è, e non può essere, un fattore di rischio perché ne rappresenta diversi. Infatti, l’alimentazione rappresenta il lifestyle di una società; quindi nelle abitudini familiari, sociali e ambientali sono da ricercare correttivi efficaci e profondi per modificare il modello di vita più congruo e più adeguato ai tempi attuali.  È stata costruita una società del benessere che sconvolge la vita quotidiana producendo eccessi ed esasperazioni delle normali abitudini; le  comunità hanno creato modelli di vita nuovi ma spesso contrastanti con le regole e i comportamenti del vivere sano e tranquillo.

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