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di Alberto Ferrari

L’uomo è l’unico essere vivente ad avvertire la paura di morire fuori da ogni contesto che la possa legittimamente motivare. Una paura irrazionale, logorante, inconfessabile. La paura della morte permea la società di noi bipedi pensanti. Sbuca da dietro il conformismo. Fa capolino nel troppo cibo che mangiamo. Ci insegue durante gli acquisti compulsivi. È un rumore bianco che incombe come una nube tossica sopra le nostre vite

Se i bei libri appartengono alla categoria dei prodotti senza data di scadenza, “Rumore bianco” è senza dubbio uno di questi. Va da sé che si tratta di un romanzo sorprendentemente attuale, sebbene Don De Lillo l’abbia scritto ormai 35 anni fa, nel 1984.
Vi si narra la storia di Jack Gladney e di sua moglie Babette. I due vivono insieme ai quattro figli frutto dei loro precedenti matrimoni. Jack è un professore di Storia. È preside del dipartimento di studi hitleriani al College on the Hill a Blacksmith, una non meglio precisata cittadina a Nord degli Stati Uniti. Babette lavora con gli anziani; li intrattiene leggendo loro libri e riviste e organizzando corsi ricreativi allo scopo di mantenerli mentalmente attivi. La vita di questa famiglia allargata procederebbe tutto sommato bene, se non fosse per le difficoltà oggettive imputabili a una società dominata dall’edonismo e dalla voracità consumistica da una parte, dall’incertezza esistenziale e dalla paura della morte dall’altra. È Jack che s’incarica di riferirci quanto accade. Grazie al suo racconto, scopriamo che nella piccola Blacksmith nessuno sembra sfuggire alle regole universali della società consumistica. Vi s’incontrano un sacco di uomini e donne obesi. «Quando i tempi sono incerti, la gente si sente costretta a mangiare in eccesso». Gli obesi sono a ogni angolo di strada, intenti a rimpinzarsi di cibi spazzatura. S’ingozzano ovunque, cammin facendo, in macchina, al supermercato mentre si aggirano fra le corsie con il carello stracolmo di spesa. A questa regola ferrea derogano solo gli anziani, che tuttavia sembrano altrettanto a rischio a causa della fragilità, un tratto distintivo della loro magrezza.
Contro la pinguedine lotta la stessa Babette, che si sottopone a estenuanti su e giù sui gradini dello stadio mentre sembra incapace di nutrirsi con più discernimento. Il consumismo tiene in scacco anche il professore di Storia. Quando Jack si aggira con la famiglia per gli stand degli immensi centri commerciali, è vittima come gli altri dell’acquisto compulsivo, favorito dalla facilità di spesa della carta di credito.
Consumismo vuol dire anche inquinamento ambientale. Un bel giorno, nella monotona esistenza della cittadina teatro degli eventi accade un incidente. Un treno carico di Nyodene-D deraglia nella locale stazione. Da un vagone fuoriesce questa sostanza tossica che costringe gli abitanti a mettersi in fuga. Le autorità pubbliche danno indicazioni di recarsi in macchina in un vicino campeggio di boyscout. Si crede che i fumi della nube tossica, sospinti dal vento, vadano in direzione opposta. Durante il tragitto Jack è costretto a fermarsi per fare benzina. Gli bastano pochi muniti all’aperto, accanto alla pompa di un distributore abbandonato, e le radiazioni di Nyodene-D lo infettano. La sua finora immotivata paura di morire ha adesso un elemento concreto su cui prosperare. Sua moglie Babette non è diversa da lui. Da sempre ciascuno dei due si augura di non sopravvivere all’altro, segno che in loro la paura di morire è seconda solo a quella di restare soli. O forse si tratta dello stesso stato d’animo osservato da due condizioni differenti. Non a caso Babette, terrorizzata all’idea di morire, aveva aderito, di nascosto dal marito, a un esperimento molto discutibile da un punto di vista etico e scientifico. Chi l’ha ideato voleva testare un farmaco il cui scopo era quello di azzerare la paura di morire. Neanche a dirlo, mentre i risultati sono stati molto lontani da quelli sperati, gli effetti collaterali sono esplosi in tutta la loro nefasta concretezza. Uno di questi sono i vuoti di memoria. Spesso Babette si aggira per casa senza meta. Oppure è fissa davanti alla finestra con lo sguardo vacuo. Un altro è scambiare le parole con la realtà. Motivo per cui al grido di, per esempio, disastro aereo, il paziente farmaco-dipendente cerca rifugio dall’imminente impatto contro il suolo, quantunque si trovi in una stanza d’albergo. È quanto accade all’inventore, totalmente assuefatto da questa pillola, quando Jack lo terrorizza prima di sparagli per punirlo per aver approfittato della buona fede e della paure di Babette. Per rendere più coercitivo il legame con la paziente farmaco-dipendente, costui, al pari di un qualsiasi spacciatore privo di scrupoli, aveva costretto Babette a concederglisi fisicamente. Tutte cose di cui veniamo a conoscenza dalla confessione che Babette farà a Jack, dopo che questi l’ha messa alle strette avendo rinvenuto il tubetto di pillole.
Lo spacciatore in fin di vita e il suo assalitore, feritosi anch’egli durante la colluttazione, finiscono per trascinarsi fino a un vicino ospedale. Il nosocomio è gestito da religiosi. Per il professor di studi hitleriani, in preda all’eccitazione del momento, le suore tedesche che incontra diventano un pretesto per fare uno sfoggio un po’ scemo della lingua di Goethe che nel frattempo s’era messo a studiare. Fra un vocabolo e l’altro, che butta lì come fossero a scuola, Jack scopre che le suore non credono alla vita eterna e ad altre invenzioni dell’aldilà. Scopre che il senso più sincero della loro fede religiosa risiede nell’accoglienza senza limiti che offrono al prossimo. Infatti, nessuna di loro chiede conto delle ferite di proiettile.
Nei mesi successivi Jack rifiuterà di sottoporsi alle analisi che il suo medico gli prospetta. Sa di essere spacciato ma anche che gli effetti nefasti dell’intossicazione possono attendere anni prima di fargli male. Adesso che ha risolto a suo modo con la paura di morire, punendo chi voleva mercanteggiarla e creare una nuova, immensa schiera di tossicomani, sembra deciso a sperimentare una esistenza normale, a distanza di scurezza da farmaci e da referti clinici.

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