di Elisabetta Bramerio

Quando si pensa all’obesità la mente corre subito ai dati allarmanti che provengono dagli Stati Uniti. Le ultime stime danno l’obesità nuovamente in crescita nel Paese del fast food che ha combinato l’hamburger con le bevande zuccherate, ma sono le isole del Pacifico del Sud a essere in testa alla classifica mondiale con il tasso di obesità complessiva. E questo, nonostante gli sforzi congiunti messi in campo per frenare il dilagare del fenomeno

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Le informazioni su sovrappeso e obesità reperibili sul sito del WHO (World Health Organization), una delle massima autorità internazionali in tema di salute pubblica, ci ricordano che il fenomeno è cresciuto ovunque negli ultimi decenni, con qualche rara eccezione. Per esempio, valori in controtendenza si sono registrati nelle sperdute isole del Pacifico del Sud ma, incredibile a credersi, stiamo parlando dei Paesi che sono da sempre in testa alla classifica mondiale dell’obesità.

La premessa è che l’obesità è aumentata a livello mondiale. Più precisamente è quasi raddoppiata dal 1980 a oggi. Dati aggiornati al 2014 ci ricordano che quasi 1,5 miliardi di adulti con più di vent’anni è in sovrappeso. Fra costoro, oltre 200 milioni di uomini e quasi 300 milioni di donne. In percentuale, il 35% degli adulti è sovrappeso, l’11% è obeso. La differenza fra sovrappeso e obesità è presto detta. Entrambi sono definite da una presenza eccessiva di massa grassa accumulata che mette a rischio la salute dell’organismo. L’indice di massa corporea (BMI) è un indicatore del peso rispetto all’altezza e viene comunemente usato per definire sia il sovrappeso sia l’obesità. Lo si calcola dividendo il peso, espresso in chilogrammi, per quadrato dell’altezza, espressa in metri (kg/m²). Un BMI superiore o uguale a 25 definisce il sovrappeso, superiore o uguale a 30 l’obesità.

Ma torniamo alle isole del Pacifico del Sud, proprio le stesse che per molti se non per tutti sono sinonimo di natura incontaminata, dove dominano barriere coralline tra le più stupefacenti per varietà e bellezza, spiagge da sogno e un mare che non è da meno. Ebbene, proprio questi atolli risultano in cima alla classica dei Paesi in cui il tasso di sovrappeso e obesità in rapporto alla popolazione è più alto. Nove su 22 di queste isole che politicamente sono stati indipendenti figurano fra i dieci Paesi in testa alla classica mondiale per obesità e correlata mortalità per malattie croniche non trasmissibili (malattie cardiovascolari, respiratorie, renali, diabete e alcuni tipo di cancro). Il decimo stato, che territorialmente non appartiene alla regione, è il Qatar. In questi atolli, il tasso di obesità oscilla fra il 35% e il 51%, con preoccupante crescita ma solo fra gli adolescenti, un quinto dei quali è obeso. Ciò nonostante, i dati sull’obesità sono migliorati. Dai drammatici che erano fino agli anni ’90, quando il tasso di obesità oscillava fra il 75% e l’80%, siamo passati a valori che ruotano intorno al 50%. Percentuale di poco superiore ai valori che si registrano negli Stati Uniti e in altri Paesi ad alto reddito, da sempre considerati la pecora nera per alimentazione ipercalorica e sedentarietà. Da notare, che da punto di vista del reddito, le isole del Pacifico del Sud rientrano per lo più nella fascia medio-alta.

Ma veniamo a qualche esempio. Samoa. Nel 1991, il 57% dei maschi residenti in area urbana era obeso contro il 74% delle femmine. Un po’ meglio la situazione nella campagna, 44% dei maschi versus il 62% delle femmine. Complessivamente, il 66% fra gli uomini e il 79% fra le femmine. Ebbene, il dato aggiornato al 2014 vede l’obesità di maschi e femmine scesa a Samoa al 43,4% della popolazione, tuttavia questo valore pone l’isola al quarto posto della classifica mondiale.

Nella classifica mondiale figurano anche Nauru e le Cook Islands, rispettivamente al terzo e al primo posto. Nel 1994 Nauru registrava un’obesità per entrambi i sessi pari a 79,4% (80,2% tra i maschi, 78,6% per le femmine). Nel 2014 il dato di obesità complessiva è sceso a 45,6%. Ma il primato negativo è da tributare alle Cook Islands, dove la situazione è passata da un tasso di obesità del 63% al 50,8% per la popolazione nel suo insieme.

Come termine di paragone fra i Paesi appartenenti ad aree differenti, può essere utile in confronto con il Qatar (42,3%), gli Emirati Arabi (37,2%), gli Stati Uniti (33,7%).

Per la top ten completa, corredata delle rispettive percentuali, rimandiamo alla mappa della regione. La domanda che sorge spontanea potrebbe essere la seguente. Se l’indice di obesità è migliorato, come mai era ed è ancora così alto a quelle latitudini, fra quelle popolazioni? E ancora, quali sforzi sono stati messi in campo negli ultimi anni per ottenere il risultato positivo di una generalizzata diminuzione dell’obesità?

In soccorso ci viene uno studio osservazionale condotto, fra gli altri, da ricercatori della Dearkin University di Melbourne, Australia, e pubblicato nel 2013. Per meglio comprendere quali sono i cibi e le bevande responsabili del vistoso aumento ponderale e del concomitante miglioramento dei dati sull’obesità nel medio periodo, ai ricercatori è bastato monitorare gli alimenti sui quali si sono concentrati negli anni gli sforzi più o meno congiunti dei governi locali per tassare l’importazione di cibi ad alto contenuto calorico ma basso importo proteico e vitaminico e, viceversa, detassare gli alimenti sani e naturali. Nel primo caso, imponendo alti dazi per l’importazione, si poteva limitare il consumo dei cibi dannosi, nel secondo, con una detassazione circoscritta, favorire il consumo di quelli virtuosi. Tenendo dietro a questi dati, i ricercatori sono riusciti a evidenziare nel consumo più virtuoso e consapevole una delle cause che ha agito positivamente sull’abbassamento percentuale sia di sovrappeso sia di obesità. Nel senso che i dazi all’importazione di bevande zuccherate, dolciumi e merendine, cibi ad alta concentrazione di glutammato monossodico e olio di palma hanno agito da deterrente sul consumo. Il tutto è stato accompagnato da un maggior controllo sui processi di lavorazione e da una etichettatura in linea con gli standard più avanzati, insieme a un forte giro di vite all’importazione delle carni con le più alte concentrazioni di grassi come il sottopancia di montone e le ali di tacchino, molto in voga da quelle parti. Sul versante della detassazione, si è scelto di agevolare il consumo di frutta, vegetali freschi e acqua minerale che, com’è noto, hanno benefici diretti per l’organismo. Il risultato è stato che, anno dopo anno, le abitudini alimentari sono diventate più virtuose e il girovita di uomini e donne, bambini e adolescenti non ha tardato a registrare dei miglioramenti. Da notare, che le concomitanti campagne di prevenzione, con inviti a consumare cibi sani e a fare più movimento fisico, fin dove si è potuto sono state finanziate con i proventi delle accise sui cibi e le bevande finiti sul banco degli imputati.

Va precisato che, territorialmente parlando, questi atolli sono affioramenti completamenti piatti, sui quali la vegetazione è monotona e le coltivazioni scarseggiano, oppure sono di origine vulcanica e allora presentano terreni fertili. Ma anche là dove il terreno è ubertoso, il riscaldamento globale sottopone periodicamente il frutto del lavoro di contadini e allevatori alla furia del mare e dei venti, con inondazioni, grandinate, trombe d’aria o, viceversa, lunghi periodi di siccità, in grado di fare piazza pulita di raccolti e bestiame in un colpo solo, e decretare annate alimentari fallimentari.

Ragion per cui, l’approvvigionamento annonario di questi Paesi dipende in massima parte dalle importazioni. Anche la pesca, un tempo lavoro fondante delle popolazioni oceaniche, è attiva ma solo per l’esportazione. Il pescato prodotto è assorbito dalle vicine potenze economiche in grado di pagarlo prezzi che hanno stroncato sul nascere ogni velleità di mercato interno. Per dirla con una battuta, queste sono isole in cui il pescatore vende il proprio prodotto ittico ai commercianti e poi va al supermercato a comprare il tonno e altro pesce in scatola d’importazione.

Del resto, dopo che si è ridotta l’attività estrattiva nelle isole vulcaniche, per la quale questi arcipelaghi furono colonizzati a fine dell’800, le popolazioni locali si sono trovate a fare scelte di vita più sedentaria, abbandonando la miniera e la campagna per andare a vivere nelle città della costa, cresciute d’importanza nel frattempo come poli commerciali.

Queste città, dal secondo Novecento in poi, sono diventate il fulcro per l’attività turistica e terziaria, ma non vi mancano le aree di povertà. In ragione dei commerci e della povertà, i Paesi dell’arcipelago intrattengono scambi mercantili e ricevono aiuti dagli Stati un tempo colonizzatori, ovvero la Francia, gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda e l’Australia. Più di recente, intese commerciali e aiuti umanitari sono stati attivati con le potenze economiche emergenti del Sud Pacifico, e cioè la Cina, il Giappone e la Corea del Sud. Inutile dire che i rapporti di forza in gioco sono paragonabili a quelli di un soggetto gracile al cospetto di energumeni capaci di fare la voce grossa quando occorre.

A questo proposito, i ricercatori menzionano un aneddoto esemplare. Dopo aver ricordato che gli scambi alimentari fra gli stati dell’arcipelago e le potenze economiche sono in rapporto di 1:20, ovvero quello che ogni Paese dell’arcipelago importa è 20 volte superiore a quello che esporta, i ricercatori citano il contenzioso con la Nuova Zelanda. Questo Paese, come abbiamo detto, è uno dei principali interlocutori commerciali ed è attivo negli aiuti umanitari.  A riguardo degli aiuti, se da un parte fornisce la strumentazione per la cura delle malattie renali (che prosperano in conseguenza dell’obesità), dall’altra è pervicace nell’esportazione dei sottopancia di montone, con buona pace dei destinatari che, per lo meno ufficialmente, non la vorrebbero. La Nuova Zelanda avrebbe fatto la voce grossa in seno al WTO (Organizzazione mondiale del commercio), per non vedersi affossato questo commercio di carne. Stiamo parlando di una delle carni a più alto tasso di grassi (oltre il 33%), il cui destino segnato sarebbe di finire nelle scatolette alimentari di cani e gatti. Ebbene, dopo una battaglia commerciale nemmeno tanto aspra, pare che la Nuova Zelanda abbia per ora ottenuto il permesso di esportare la carne incriminata ma solo per il consumo e non per la vendita, dappertutto nelle isole del Sud ma non alle Fiji, in cui il sottopancia di montone è state espressamente messo al bando in quanto supera abbondantemente il limite massimo per la presenza di grassi, fissato al 22%.

In ogni caso, ammettere il consumo ma non la vendita non può che favorire il mercato nero.

Per concludere, mentre questi Paesi si riappropriano con fatica di abitudini alimentari più sane, alcuni degli Stati importatori cercano di fare orecchie da mercante – è proprio il caso di dirlo – pur di tutelare il business dell’esportazione (e degli aiuti) là dove, in isole come queste, il fabbisogno alimentare dipende totalmente o quasi dalle importazioni. Non mancano gli osservatori che intravedono in queste politiche commerciali spregiudicate una nuova forma di imperialismo.

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