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Studi osservazionali e studi clinici riportano che i fattori di rischio per l’ipertensione sono principalmente ambientali. Il riferimento è ai fattori legati allo stile di vita, pei i quali si passa dall’assunzione di sodio e potassio al consumo di alcol, dal peso corporeo all’attività fisica, dalla dieta alle condizioni socioeconomiche, che hanno il loro peso sulla salute. Stando così le cose, se questi fattori migliorano, dovrebbe corrispondere una riduzione del rischio di ipertensione nella popolazione. Un dato incoraggiante, se si pensa che meno della metà dei pazienti in cura per ipertensione raggiunge i valori ottimali di pressione sanguigna grazie alla terapia, ovvero la pressione sistolica inferiore a 130mmHg e la diastolica inferiore a 80 mmHg. Stando al dato completo più recente, nel 2019 la prevalenza globale dell’ipertensione standardizzata per età negli adulti di età compresa tra 30 e 79 anni è stata del 32% nelle femmine e del 34% nei maschi. Il che significa che oltre un terzo della popolazione mondiale adulta è ipertesa. Ridurre il peso sanitario dell’ipertensione è, quindi, una priorità primaria di salute pubblica.

Alcuni dei principali gruppi alimentari sono inversamente associati al rischio di ipertensione. Fra questi si noverano i cereali integrali, la frutta, le noci, i latticini, le fibre, il potassio, mentre quelli associati positivamente includono la carne rossa e lavorata, lo zucchero alimentare e il sodio. Altre revisioni sistematiche di studi randomizzati hanno riportato una pressione arteriosa più bassa nei raggruppamenti di pazienti che si conformano a modelli dietetici specifici, come la dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) nordica e mediterranea.

Cosa c’è di vero, di esagerato e di falso in queste affermazioni avulse dal contesto specifico? A questa domanda cerca di rispondere lo studio pubblicato di recente su «Advances in Nutrition», organo di stampa dell’American Society for Nutrition. Si tratta di una metanalisi di studi randomizzati (RCT) e di revisioni sistematiche ricavati dai principali motori di ricerca medico scientifica attivi su scala mondiale.

A seconda dell’accuratezza con la quale ogni singolo studio è stato eseguito da un punto di vista del metodo e del rigore scientifico che i loro autori sono riusciti a imporsi e a rispettare, chi firma questa metanalisi ha cercato di dare delle valutazioni di merito nel rapporto fra ipertensione, alimenti e regimi alimentari: un punteggio che va da alto (ovvero di massima aderenza e riscontro) a molto basso (il contrario). Se i dati relativi a RCT di alta qualità suggeriscono che diete come DASH e chetogenica hanno contribuito positivamente al controllo della pressione arteriosa, per quanto riguarda gli studi osservazionali non ci sono prove robuste che diete come la vegana e la mediterranea raggiungano il medesimo obiettivo.

Per la carne, le uova e il pesce, gli RCT hanno offerto prove moderate che un consumo di questi alimenti sia efficace a ridurre i valori in eccesso di pressione sanguigna, al contrario degli studi osservazionali, che prove robuste in questo senso le offrono. Immergendosi più in profondità, frutta e verdura hanno dato conferme di efficacia moderata, mentre per mirtilli e barbabietole rosse le conferme sono nette. Negli alimenti ricchi di amido le prove sono per lo più di bassa qualità, mentre nei legumi i risultati sono altalenanti. Noci e semi si sono distinti con prove di alta qualità nella capacità di abbassamento della pressione, con una menzione speciale per i semi di lino. Anche il cacao ha dato prove moderate a sostegno. Nel dominio delle spezie, la cannella riduce mentre la liquirizia aumenta la pressione diastolica. Il tè ha ricevuto una conferma moderata ma chiara, mentre l’influenza del caffè rimane ambigua. Per quanto concerne i macronutrienti, si evidenziato prove favorevoli per le proteine ​​come la L-carnitina e le proteine ​​della soia. Al contrario, la maggior parte dei grassi e degli oli hanno mostrato risultati incoerenti, fatta eccezione per l’acido eicosapentaenoico (EPA) degli Omega 3, per il quale il pollice è su. Anche i minerali hanno registrato variabilità. Il potassio ne esce raccomandato, mentre il calcio e lo zinco non hanno riscontrato valori di rilievo né in un senso né nell’altro.

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