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Quando in medicina si parla di “sindrome” si intende un “complesso di sintomi che concorrono a formare un quadro clinico, non necessariamente collegati a una causa univoca”.
In parole povere, un’associazione di complici che, insieme, possono esser capaci di commettere delitti che nessuno di loro, da solo, forse potrebbe commettere.

La sindrome metabolica: quando i rischi si moltiplicano
Abbiamo parlato più volte su queste pagine della famigerata “sindrome metabolica”, cioè di quell’associazione tra (1) obesità, (2) alterata glicemia plasmatica a digiuno, o insulino-resistenza, o diabete conclamato, e (3) dislipidemia, cioè l’eccesso di colesterolo e/o trigliceridi nel sangue. Tale sindrome si è imposta all’attenzione dei clinici per la sua estrema pericolosità come fattore di rischio per malattie cardiovascolari e cerebrovascolari (infarto, insufficienza cardiaca, ictus).

Dunque l’obesità, o, più modestamente, il sovrappeso, il diabete o pre-diabete, e la dislipidemia, possono associarsi tra loro, predisponendo chi è affetto da più di tali condizioni, e tanto più gravemente quante più ve ne siano, alle patologie vascolari in modo assai più grave rispetto a chi non è affetto da nessuna di tali patologie, o anche a chi soffre di una sola.
Brutte notizie, perché si tratta di condizioni molto comuni, soprattutto nella popolazione oltre i cinquant’anni.
Però c’è anche qualche buona notizia, perché, se è vero che queste tre condizioni sono imparentate fra di loro, si può sperare che esista qualche farmaco in grado di tenerle sotto controllo tutte e tre.

Una classe di farmaci multitasking
E in effetti, esiste una classe di farmaci capace di questo: i farmaci – non spaventatevi per i nomi complicati – “agonisti del recettore del Glucagone con effetti cardiovascolari provati (Liraglutide, Semaglutide, Dulaglutide, Epfeglenatide)”: sostanze originariamente messe a punto per la terapia del diabete, e che, alla prova dei fatti, hanno mostrato un’azione antidiabetica efficace ma non tanto intensa; dunque, possono essere impiegate con successo nel pre-diabete, o nelle condizioni di insulino-resistenza, ma non sono capaci, da sole, di tenere sotto controllo un diabete conclamato.

Dall’obesità alla protezione cardiovascolare
Però, cominciando ad impiegarle nel diabete in associazione ad altri farmaci, ci si è resi conto che tali sostanze erano capaci di tenere sotto controllo il peso corporeo, e si è pensato di provare ad impiegarle per trattare l’obesità anche in pazienti non diabetici. I risultati sono stati entusiasmanti, addirittura più che nel diabete: nei pazienti obesi, con la somministrazione sottocutanea di Semaglutide una volta la settimana, si è ottenuta una perdita di peso superiore a quella ottenuta con la chirurgia bariatrica (quella, per intenderci, in cui si asporta una parte di intestino, dunque una chirurgia altamente invasiva, e riservata ai cosiddetti “grandi obesi”). E tutto ciò non solo nei pazienti obesi e diabetici, ma anche in quelli che diabetici non erano: dunque, un effetto indipendente dal controllo della glicemia.
Si è arrivati così ad un passo ancora successivo: testare la protezione rispetto ai cosiddetti “eventi cardiovascolari maggiori” (essenzialmente, infarto del miocardio e ictus cerebrale) eventualmente assicurata da questa classe di farmaci.

La prova dei fatti: gli studi clinici
Quando si intende mettere alla prova un’ipotesi di questo tipo, ciò che si fa è somministrare ad un gran numero di pazienti, in aggiunta alle terapie consolidate, il farmaco in esperimento, attraverso studi definiti “in doppio cieco”: a metà dei pazienti in studio viene somministrato il farmaco da testare, all’altra metà un placebo, cioè una sostanza del tutto inefficace, e tutto questo in “doppio cieco”, cioè né i pazienti né i medici sperimentatori sanno se nel singolo caso si stia impiegando il farmaco attivo o il placebo, così da evitare effetti di suggestione. Alla fine dello studio, si aprono i codici e si confrontano i risultati tra il gruppo di pazienti che ha assunto il farmaco e quello che ha assunto il placebo.
Attraverso diversi studi così disegnati (STEP, SELECT, OASIS, SURMOUNT-MMO, SOUL, etc), che complessivamente hanno arruolato qualche decina di migliaia di pazienti, si è giunti alla seguente conclusione, accolta nelle linee guida per il 2024 della Società Europea di Cardiologia (European Society of Cardiology, ESC), con il massimo livello di evidenza: “i farmaci agonisti del recettore del Glucagone con effetti cardiovascolari provati (Liraglutide, Semaglutide, Dulaglutide, Epfeglenatide) sono raccomandati nei pazienti con diabete di tipo 2 e patologie cardiache aterosclerotiche per ridurre gli eventi cardiovascolari, indipendentemente dai livelli di emoglobina glicata e indipendentemente da altri farmaci ipoglicemizzanti eventualmente impiegati. (Classe di evidenza 1 A).
Tutto ciò perché, evidentemente, questo gruppo di farmaci ha una serie molteplice di effetti: il controllo della glicemia, certo, ma anche azioni antiinfiammatorie, antitrombotiche, e più genericamente di protezione della parete dei vasi sanguigni. Gli studi che continuano ad accumularsi, come ben sintetizzato recentemente in una revisione della materia pubblicata da un gruppo italiano*, dimostrano sempre nuove proprietà, come la prevenzione del danno renale nei pazienti con diabete. Inoltre, è stata introdotta anche una formulazione che può essere somministrata per via orale anziché sottocutanea, senza che si abbia una riduzione degli effetti benefici.
Insomma, sicuramente una nuova, efficace arma nell’arsenale di cardiologi, endocrinologi, internisti e geriatri: un’arma che, usata bene e nei casi opportuni, unitamente a tutte le altre terapie e ad uno stile di vita sano, potrà contribuire a migliorare la prognosi di tanti pazienti.

*Eur Heart J Suppl, 2025 Apr 16(Suppl 3): iii98 – iii101.doi: 10.1093/eurheartjsuppl/suaf 024
From the SELECT study to SOUL: different administration methods of Semaglutide but same efficacy?
Laura Gatto, Flavio Giuseppe Biccirè, Antonio Emanuele Lentini, Lorenzo Scalia, Francesco Prati

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