di Riccardo Segato

Cuore e apparato respiratorio sono organi intimamente legati, al punto che i primi segnali di un problema cardiaco possono facilmente essere di tipo respiratorio. Impariamo a riconoscere i sintomi tipici e le categorie di pazienti più esposte ai pericoli del caso. Ci soccorrono oggi i risultati di uno studio osservazionale italiano appena terminato

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Se sei giovane e sano, febbre e raffreddore ti passano in pochi giorni con una cura a base di farmaci antipiretici come la Tachipirina e lo Zerinol. Ma se sei una persona anziana o un cardiopatico, può bastare una banale influenza per correre rischi molto seri. È questa la ragione per cui, da anni, si ricorre ai vaccini antinfluenzali, con buona pace degli allarmismi diffusi ciclicamente circa la pericolosità di questi farmaci. Molti forse ricorderanno che, di recente, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha riammesso il vaccino antinfluenzale Flaud della Novatis, riconoscendolo non pericoloso. Il vaccino era stato sospeso in via cautelativa, in attesa che una commissione ad hoc facesse tutte le indagini del caso. Dopo aver avuto il nulla osta degli esperti, l’Aifa ha riammesso il farmaco e ribadito a gran voce l’importanza della vaccinazione antinfluenzale per le categorie a rischio.

I vaccini servono a evitare che il virus dell’influenza si trasformi in un killer delle persone anziane e dei soggetti affetti da cardiopatia. Ciò accade per il precipitare di una polmonite. La polmonite è la conseguenza più grave delle affezioni virali che vanno a interessare le vie respiratorie. La polmonite è una malattia virale che si cura con farmaci antibiotici, antivirali e antipiretici. Il ricovero in ospedale diventa necessario se sussistono almeno tre di questi sintomi: confusione mentale, respiro rapido e ipotensione arteriosa.

Ma la polmonite da sola non basta a dare ragione del fenomeno. Circa un quarto dei ricoverati in ospedale per polmonite, sviluppa complicazioni cardiache durante la degenza, facendo impennare il dato della mortalità a breve termine del 60%. Le complicanze cardiache sono la causa di morte nel 27% dei decessi per polmonite. Un altro dato allarmante del rapporto tra polmonite e malattie del cuore è che, entro 30 giorni dalla diagnosi di polmonite, la mortalità è più alta nei pazienti che hanno avuto una complicanza cardiaca durante il ricovero.A questo proposito, il 50% delle complicazioni cardiache si presentano entro le prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi di polmonite.

Di recente è stato pubblicato su JACC – rivista scientifica di fama internazionale – uno studio italiano in cui viene evidenziato quanto sia frequente il coinvolgimento del miocardio in caso di polmonite. Il miocardio è il muscolo cardiaco. Con l’espressione “infarto miocardico acuto” si indica la necrosi dei miociti (il tessuto muscolare del cuore) provocata da ischemia prolungata.

Orbene, nello studio citato si evidenzia quanto sia necessario monitorare l’andamento di alcuni parametri ematochimici e strumentali per tenere sotto controllo il pericolo di scompenso cardiaco e d’infarto del miocardio. Nello specifico, si è trattato di uno studio che ha valutato circa 280 pazienti, dall’ingresso alla dimissione in ospedale dove erano stati ricoverati per polmonite. All’ingesso e più volte durante il ricovero, i pazienti sono stati sottoposti a un esame del sangue per monitorare l’eventuale aumento delle troponine. “Le troponine sono enzimi rilasciati dalla cellula miocardica – ci spiega il dottor Roberto Cangemi, ricercatore di Medicina Interna presso l’università “La Sapienza” di Roma e primo autore dello studio in questione. – Lo scopo dello studio era valutare attentamente il danno miocardico durante le polmoniti. Per inciso, tale danno può essere ‘aspecifico’ o associato a un vero e proprio infarto. Siccome la diagnosi di infarto non si fa solo conoscendo l’andamento delle troponine, si è reso necessario fare ripetute indagini strumentali come l’elettrocardiogramma e l’ecocardiogramma”.

Quali sono i risultati ottenuti con questa indagine? “Abbiamo riscontrato che nella fase acuta della polmonite, molti pazienti mostravano un aumento delle troponine che poteva essere isolato (nel 50% circa dei casi) o associato a un vero e proprio infarto (nel 10%). L’infarto spesso non si manifestava tramite dolore, ragion per cui sarebbe potuto sfuggire alla diagnosi, se non fosse stato attentamente ricercato attraverso gli esami ematochimici e strumentali. Inoltre, l’infarto era associato alla severità della malattia, all’età del paziente (ha colpito soggetti anziani) e alla presenza di storia di cardiopatia ischemica. Infine, l’infarto era associato a una iper-attivazione delle piastrine (gli elementi corpuscolati del sangue responsabili dell’emostasi e della trombosi) che avveniva appunto nella fase acuta della polmonite. Si può quindi concludere che, da un punto di vista clinico, i pazienti anziani con storia di cardiopatia ischemica dovrebbero essere seguiti con la massima attenzione in caso di polmonite. Inoltre, sarebbero necessari ulteriori studi per valutare se una terapia anti-piastrinica (come, tanto per fare un esempio, l’aspirina) sia in grado di ridurre l’insorgenza di danno miocardico durante la polmonite”.

Malattie respiratorie e polmonari hanno spesso cause comuni. Basti pensare al fumo di sigaretta, all’invecchiamento e al diabete. Di sicuro i medici hanno ben presente le complicanze della malattia cardiache e le complicanze di quella polmonare. È possibile che ci capisca qualcosa anche il paziente, giusto per riuscire a stare meglio in guardia?

In altre parole, ci sono segni e sintomi che il paziente è in grado di cogliere da solo per recarsi tempestivamente dal medico?

“Sicuramente il segno cardine è la dispnea che, in parole semplici, significa affanno e difficoltà nella respirazione. Una dispnea improvvisa o un peggioramento della dispnea sono un chiaro segnale di allarme. In presenza di questi sintomi, bisogna recarsi da un medico.

A volte l’esordio della dispnea può essere infatti subdolo e lentamente progressivo. Molti pazienti, soprattutto se anziani, iniziano a considerare normale non riuscire a fare le scale di casa senza affanno, sentire affanno a ogni piccolo sforzo o, nei casi più gravi, essere costretti a dormire con più cuscini per riuscire a respirare. Questi sintomi dovrebbero sempre essere valutati da un medico, soprattutto in soggetti a rischio cardiovascolare elevato quali gli anziani, i fumatori, i diabetici, i dislipidemici e coloro che hanno familiarità per malattie cardiovascolari”.

Sappiamo che le malattie polmonari e quelle cardiache possono complicarsi la vita a vicenda. Quali sono le complicanze più rischiose per il cuore?

Parlando di polmoniti, le complicanze più frequenti per il cuore sono un aumento del rischio d’infarto, la comparsa di nuove aritmie (per esempio la fibrillazione atriale), il peggioramento di uno scompenso cardiaco. Va sottolineato che questo tipo di complicanze si manifestano soprattutto nei soggetti di età avanzata (oltre i 65 anni) e con comorbidità (per esempio, soggetti con storia di cardiopatia ischemica). Da studi recenti è emerso inoltre che il rischio di complicanze cardiovascolari è alto soprattutto nei primissimi giorni dall’esordio dei sintomi della polmonite. Quindi, nel caso di sospetto di un’infezione delle vie respiratorie, le persone anziane non dovrebbero rimandare la visita medica”.

Viceversa, quando il cuore può recare danno al polmone?

“Cuore e apparato respiratorio sono intimamente legati. Spesso i primi sintomi di un problema cardiaco sono appunto di tipo respiratorio: la famosa dispnea di cui parlavamo prima”.

Stando al vostro studio prospettico, sembra che le troponine e i referti dell’ECG vadano tenuti costantemente sotto controllo. Che cosa significa in parole semplici? 

“Il medico dovrebbe essere consapevole che c’è un aumentato rischio cardiovascolare associato alla polmonite. Indi, il controllo serrato dei parametri cardiologici dovrebbe essere riservato soprattutto ai soggetti il cui rischio è elevato (come accennato prima, gli anziani con comorbidità).”

C’è chi sostiene che sarebbe utile monitorare anche il BNP per avere costantemente sotto osservazione lo scompenso cardiaco. Qual è la vostra posizione sul controllo dei parametri di BNP?

“Il BNP è una sostanza liberata dal miocardio in condizioni di stress ed è quindi riscontrabile in valore aumentato nello scompenso cardiaco. A volte, se non si dispone di mezzi diagnostici più sofisticati (per esempio, di un ecocardiogramma) il BNP può essere utilizzato per escludere che una dispnea sia di origine cardiaca. I valori di BNP sono comunque soggetti ad ampie fluttuazioni, per cui non li trovo utili per tenere sotto controllo lo scompenso cardiaco. Trovo invece più utile uno screening di popolazione basato su visite mediche specialistiche, eventualmente accompagnate da esami quali elettrocardiogramma, ecocardiogramma, elettrocardiogramma sotto sforzo.

Il messaggio che si sente di veicolare al grande pubblico in base ai risultati della vostra indagine quale sarebbe?

“Stando a quanto abbiamo appreso dal nostro studio osservazionale prospettico, va ricordato che la polmonite rappresenta a tutt’oggi la prima causa di morte associata a malattie infettive. In corso di polmonite, le persone anziane e i cardiopatici sono a rischio di complicanze cardiovascolari, ragione per cui questi pazienti dovrebbero essere attentamente tenuti sotto osservazione da questo punto di vista.

Sono quindi auspicabili nuovi studi che valutino l’efficacia di un trattamento ad hoc in grado di ridurre il rischio cardiovascolare durante la polmonite”.

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