di Riccardo Segato

Si avvicina la stagione sciistica, per molti un’occasione irrinunciabile per trascorrere qualche giorno in montagna, lasciandosi cullare dagli sci. Ma siamo davvero pronti per il grande evento? Siamo allenati quanto basta per scongiurare inconvenienti di ogni tipo, tra cui quelli di natura cardiovascolare, tutt’altro che infrequenti sui campi da sci?

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Quella per lo sci e la montagna è una passione che mette d’accordo un po’ tutti. Se non è il ragazzo che ha preso lezioni di sci dai tempi dell’asilo e che poi, da adolescente, ha “tradito” il maestro e i soldi di papà per fare l’autodidatta con lo snowboard, sono quelli della settimana bianca con la famiglia al gran completo. Oppure sono le due giovani amiche che non hanno mai visto un paio di sci in vita loro, ma che la superofferta del “ponte lungo” ad alta quota non se la sono lasciata scappare, consapevoli che, alla meno peggio, si rifaranno la sera in discoteca della più che probabile figuraccia in pista. O magari è il sessantenne che scende senza stile, con la tuta che ha fatto epoca, ma che arriva a fine corsa anche lui, il naso rubizzo un po’ per la grappa al ginepro tracannata nella sosta, un po’ per la fatica eccessiva, un po’ per l’aria fredda che ha preso a tagliare la facce di coloro che scendono senza passamontagna. E se non è il sessantenne intravisto in quel giorno ventoso, è quel tale meno folcloristico ma, forse, in terapia ipotensiva; oppure è quell’altro che scia con giudizio, ma che – altro forse – è uno di tanti cardiopatici restituiti a vita piena. Di sciatore in sciatore, il focus di questa panoramica senza pretese si stringe su chi ha problemi di natura cardiovascolare eppure in montagna ci va lo stesso. Per esempio, persone che hanno subito eventi cosiddetti maggiori, come l’infarto del miocardio o l’ictus cerebrale, oppure coloro ai quali è stato applicato un stent coronarico o, più semplicemente, gli ipertesi più o meno sotto terapia. “Infarto del miocardio o ictus sono eventi maggiori a causa del quali occorre cautela prima della ripresa sugli sci – spiega il dottor Claudio Bonadiman, specialista in cardiologia e medicina dello sport – ma per chi è reduce dall’applicazione di uno o più stent coronarici e, proprio grazie a questo intervento, ha salvato il cuore dall’infarto, la situazione è un po’ diversa, poiché l’intervento medico è arrivato prima che si producessero danni irreparabili al muscolo cardiaco o al cervello”. Giusto il distinguo, che – immaginiamo – abbia delle ripercussioni differenti sul tipo di approccio allo sforzo fisico. “La funzionalità del miocardio diventa una discriminante importante proprio per definire il livello di rischio e quindi consigliare al meglio sul tipo di attività sportiva da svolgere. A questo proposito, per esempio, è importante il calcolo effettuato con l’eco cardiogramma: la Frazione di eiezione (FE), in base alla quale possiamo avere un’ottima stima della capacità di pompa di quel cuore. Tanto migliore è la funzionalità della pompa cardiaca, tanto più noi cardiologi possiamo consentire la pratica sportiva non agonistica.

L’altro esame cardine è rappresentato dal test da sforzo al cicloergometro; se il referto non segnala anomalie, tutto bene; in caso contrario occorre prestare molta attenzione”.

Attività fisica sì, purché al di fuori delle mire agonistiche, che sappiamo trasversali a tutte e le età e a tutti gli sport, sport invernali compresi. “Per chi ha avuto un evento acuto, alla pratica sugli sci si ritorna con gradualità, senza più ambizioni agonistiche, questo è pacifico! Dopo un infarto del miocardio deve passare almeno un anno prima che si possa tornare a sciare; ma dipende tantissimo dalle condizioni sopra esposte. In genere, è bene che trascorrano almeno due anni, con attenzione alle condizioni in cui trovo il muscolo cardiaco dei pazienti infartuati. Il paziente in buone condizioni, dopo un paio d’anni o anche più, può riprendere a sciare; altri, è bene che non ci vadano più a sciare. Altro problema è quello dell’esposizione all’altitudine e al freddo: condizioni climatiche che poco si adattano a un cardiopatico”.

Diversa la condizione del paziente iperteso. “Anche se il muscolo cardiaco è sano, l’altitudine gioca contro i problemi pressori, favorendo spesso un ulteriore aumento della pressione arteriosa. Pertanto, di solito, consigliamo ai pazienti ipertesi di assumere una dose maggiore di farmaci anti ipertensivi”.

Altro consiglio per il cardiopatico, “non fare pasti abbondanti nel corso della giornata e non eccedere con l’alcol. Lo sci deve essere un divertimento e un modo sano di stare all’aperto, per cui occorre fermarsi quando si è stanchi anziché spingere troppo sulle gambe”.

Per aumentare la performance durante la settimana bianca serve un̓alimentazione equilibrata, non ipercalorica. “Dobbiamo evitare assolutamente i pasti ricchi di grassi di origine animale e piatti iperproteici – dice Maria Papavasileiou, dietista – che rallentano la digestione e causano sonnolenza, diminuiscono la performance e aumentano il pericolo cardiovascolare. Meglio optare per alimenti ricchi di energia, facilmente digeribili in modo da non appesantire il nostro stomaco. Questa energia ideale è contenuta nei carboidrati complessi a lento rilascio: ottimo carburante per il nostro cervello, che è un tessuto glucosio-dipendente”.

E per chi non ha problemi di salute? “Per gli individui cosiddetti sani – aggiunge il dottor Bonadiman – lo sci è un ottimo allenamento cardiovascolare; però valgono sempre le regole sopra descritte; in special modo, occorre fare attenzione a cosa si mangia. Il fatto che faccia freddo e il consumo calorico aumenti, non deve essere la scusante per abbuffate o surplus di alcol, che sarebbero davvero fuori luogo in concomitanza con una prestazione sportiva così impegnativa come lo sci”.

Dunque anche i sani devono stare in guardia a ciò che mangiano e bevono in montagna, sia durante che dopo la prestazione sportiva, proprio per evitare criticità. Immaginiamo che i rischi più comuni a tavola siano rappresentati dal consumo di cibi ricchi di colesterolo, dall’assunzione eccessiva di proteine di origine animale e dal consumo di alcol. “Dobbiamo sfatare una volta per tutte che questi alimenti ci proteggano dal caldo e che aumentino le nostre prestazioni atletiche – precisa la dottoressa Papavasileiou  – perché non è vero. Numerose ricerche in letteratura dimostrano come pasti ricchi di grassi, proteine di origine animale e alcol siano la primaria causa di malattie degenerative tra cui il cancro, i disturbi cardiovascolari ecc.”

Va da sé che gli alimenti adatti alle alte quote siano principalmente quelli di origine vegetale, “che ci permettono una digestione veloce, che ci danno tanta energia e idratazione. Dobbiamo scegliere alimenti che rilasciano il glucosio lentamente, come pasta, pane e cereali integrali o frutta secca – ricca di calorie e grassi buoni. Per le proteine, da preferire quelle dei legumi, soia e pesce. Seguono frutta e verdura cruda, in grado di soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamine e minerali, elementi essenziali per chi pratica sport”.

Insomma, una dieta articolata e completa, che rifornisce il corpo di energia, con tanti nutrienti essenziali tra cui le vitamine. Diete a elevato contenuto di carboidrati complessi, a basso contenuto di grassi animali e moderato contenuto di proteine animali, sono le più indicate anche per migliorare le performance atletiche. “I carboidrati complessi sono il carburante d᾽eccellenza e la loro assenza costringe l᾽organismo a utilizzare i grassi di deposito e le proteine animali. Negli ultimi anni si citano spesso le diete iperproteiche, che alcuni atleti pubblicizzano come ottimali per le performance sportive. Sull’argomento non esistono dati scientifici, mentre esistono prove del contrario, ovvero che le diete proteiche e lipidiche, povere di carboidrati, non sono diete, ma veri e propri metodi per ammalarsi”.

Inoltre, bisogna prestare moltissima attenzione all’idratazione, sebbene le temperature ad alta quota non abbiano nulla a che spartire con i picchi di calura estivi, quando il consiglio di bere molto è noto a tutti. “Sì, bere molto è utile anche in montagna, perché a causa dell’intensa sudorazione e dell’aumento della frequenza respiratoria, si determina una maggior dispersione di vapore acqueo, attraverso le vie respiratorie, per cui è inevitabile la perdita dei liquidi. Per questo è opportuno limitare il consumo delle proteine animali, l’assunzione delle quali favorisce la perdita dei liquidi che causa la disidratazione corporea”.

E per finire, quale allenamento per i cardiopatici e non? “Per i cardiopatici ribadisco la necessità dei controlli – ricorda il dottor Bonadiman –. Per tutti è importante arrivare con un po’ di preparazione fisica; la famosa “presciistica”. Quanto meno, che uno si abitui allo sforzo fisico con buone performance sulla cyclette o sul tapis-roulant. Da evitare, il passaggio da uno stato “sedentario” all’attività sciistica sfrenata. Ne andrebbe di mezzo non solo il cuore, ma anche muscoli e articolazioni”.

di Riccardo Segato

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