di Angela Nanni

Riuscire a mantenere bassi i livelli di grassi nel sangue può migliorare la sopravvivenza dei pazienti affetti da malattia coronarica. È quanto è emerso da un recente studio scientifico, condotto su oltre mille pazienti, che ha evidenziato come chi è affetto da malattia coronarica vede calare la mortalità per tutte le cause se i livelli di trigliceridi nel sangue sono entro la norma

Le arterie che portano il sangue al cuore sono le coronarie: un restringimento di questi vasi causato dai depositi di grasso determina una limitazione nel normale flusso ematico e aumenta la probabilità che vengano a formarsi coaguli. Il passo successivo è che questi coaguli ostruiscano l’arteria stessa, fino a provocare l’infarto. La causa più comune di coronaropatie, ovvero di malattie delle coronarie, è l’aterosclerosi. Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista «Circulation»: Cardiovascular Quality and Outcomes ha evidenziato come i pazienti con malattia coronarica vedono calare la mortalità per tutte le cause se possono vantare bassi livelli di trigliceridi nel sangue. Questo studio ha in effetti evidenziato come l’ipertrigliceridemia costituisca un indicatore predittivo indipendente, associato a un aumento della mortalità per tutte le cause.

L’occlusione delle coronarie determina mancanza di sangue in zone più o meno estese del muscolo cardiaco che a corto di sangue non può che perdere ogni funzione vitale; una necrosi più o meno grande del cuore produce un attacco cardiaco. Una progressiva e sempre maggiore ostruzione delle coronarie è causa del dolore di tipo costrittivo al centro del torace, la cosiddetta angina, una situazione che comporta dolore che può irradiarsi alla spalla sinistra o al braccio o al collo o alla mascella: la sintomatologia tende a manifestarsi in concomitanza con l’attività fisica, sotto stress e quando fa freddo. Vi sono dei veri e propri fattori di rischio alla base dell’eventuale sviluppo di malattia coronarica: alcuni sono immodificabili ovvero non si possono contrastare come il sesso, l’età e una storia familiare di malattia coronarica, ve ne sono altri però che sono reversibili ovvero fattori di rischio che si possono correggere. La malattia coronarica, infatti, è più frequente nei fumatori, nei soggetti ipertesi, affetti da ipercolesterolemia, che abusano di alcol, sedentari, fortemente stressati, in sovrappeso o francamente obesi.

Nello studio in questione sono stati inclusi 15.355 pazienti con malattia coronarica comprovata e ne è stata valutata l’associazione sul lungo periodo (22 anni) fra i livelli di trigliceridi circolanti e il tasso di mortalità. Gli studiosi, anche tenendo conto dei fattori di rischio non modificabili per la condizione, hanno visto scendere il tasso di sopravvivenza dal 41% nel gruppo con trigliceridemia bassa o normale (100 mg/dl), al 37% per valori di trigliceridi compresi fra 100 e 149 mg/dl e al 36% per un intervallo di valori compreso fra 150 e 199 mg/dl, al 35% per valori compresi fra 200 e 499 mg/dl e al 25% in caso di ipertrigliceridemia grave ovvero per valori superiori ai 500 mg/dl.

Appare piuttosto intuitivo come il controllo della malattia coronarica passi sicuramente attraverso un miglioramento dello stile di vita e dell’alimentazione che vadano ad annullare o quantomeno a mitigare il più possibile i fattori di rischio per la condizione, ma pure attraverso un rigoroso controllo dei valori dei trigliceridi, anche perché lo studio in oggetto ha evidenziato come proprio i trigliceridi alti si associno a mortalità in tutti i sottogruppi analizzati ovvero pazienti fumatori,  con diabete, colesterolo HDL basso, indice di massa corporea elevato, con l’eccezione del gruppo relativamente piccolo delle pazienti di sesso femminile incluse nell’analisi (19% della popolazione oggetto dello studio).

I trigliceridi sono una forma dei cosiddetti grassi del sangue: sono considerati valori ematici normali quelli inferiori ai 150 mg/dl, ai limiti superiori della norma quelli compresi fra 150 e 199 mg/dl, alti quelli compresi fra i 200 e i 400 mg/dl e molto alti i valori superiori ai 400 mg/dl. L’ipertrigliceridemia solo in rari casi può essere geneticamente determinata e sebbene possa essere una condizione secondaria all’assunzione di alcuni farmaci come la pillola anticoncezionale o i cortisonici, più in generale è una situazione legata allo stile di vita e alle abitudini alimentari. I valori dei trigliceridi, se fuori norma, tendono a riallinearsi quando, in caso di obesità o sovrappeso, si scende sensibilmente di peso, si riduce in maniera tangibile il consumo di zuccheri semplici e carboidrati raffinati (a base di farine raffinate, arricchite o lievitanti, molto povere o addirittura prive di fibre alimentari), se i grassi consumati sono prevalentemente monoinsaturi cioè derivanti da alimenti vegetali anziché saturi ovvero derivanti dalla carne. «È di particolare importanza per mantenere nella norma i livelli di trigliceridi ridurre al minimo il consumo di alcol e la sedentarietà – sostiene Giovanni Gravina, medico responsabile del centro per i disturbi dell’alimentazione e del metabolismo della Casa di Cura San Rossore di Pisa – L’attività muscolare infatti avviene con il consumo di trigliceridi e quindi è raccomandata una regolare attività fisica di almeno 30 minuti al giorno».

Molti studi hanno ampiamente evidenziato il ruolo “ammazzatrigliceridi” degli omega-3: studi epidemiologici hanno confermato il fatto che gli eschimesi della Groenlandia hanno una così bassa incidenza di eventi cardiovascolari in virtù della loro dieta ricchissima di pesce e quindi di acidi grassi omega-3. Oggi persino l’American Hearth Association (AHA) raccomanda di includere almeno due porzioni di pesce a settimana in una dieta elaborata per ridurre l’incidenza di eventi cardiaci. «Potrebbe sembrare strano che l’assunzione di acidi grassi, componenti dei trigliceridi, possa abbassare i livelli ematici degli stessi trigliceridi – spiega Mario Cavallazzi, farmacista responsabile del Gruppo Ospedaliero San Donato (Milano) – ma in realtà, benché il meccanismo non sia ancora completamente noto, questo è quello che avviene. Gli studi condotti sui ratti con alte dosi non fisiologiche di omega-3 confermano l’assunto, ma gli studi sugli uomini non hanno ancora chiarito il loro meccanismo d’azione. Si suppone che oltre alla soppressione delle lipogenesi epatiche abbia un ruolo anche il potere antiossidante degli omega-3. Comunque la variabile fondamentale negli studi è la dose (la quantità di acidi grassi assunta nel tempo); i già citati Inuit, infatti, non solo mangiano pesce, ma lo assumono da quando nascono».

Gli omega-3 sono acidi grassi essenziali, l’organismo umano non è in grado di sintetizzarli, per questo devono essere introdotti con la dieta. «Il fabbisogno giornaliero di omega 3 è, in media, di circa 3 grammi – spiega ancora il dottor Giovanni Gravina – Gli alimenti che forniscono omega-3 sono diversi: il pesce, in particolare salmone e pesce azzurro (alici, sardine, ecc), poi la frutta secca, come mandorle e soprattutto noci (3-4 al giorno coprono il fabbisogno) e le verdure come gli spinaci, i broccoli e soprattutto il cavolfiore. Specie per chi non consuma pesce, infine, altre fonti di omega 3 sono l’olio di lino (un cucchiaio copre il fabbisogno giornaliero) e, in minore misura, i legumi tra cui, soprattutto, la soia e i suoi derivati».

Se con la dieta non si riesce a coprire il fabbisogno di omega-3 è necessario ricorrere all’integrazione nutrizionale. In commercio, in effetti, sono disponibili numerosissime preparazioni a base di omega-3: tali integratori sono destinati, principalmente, al consumo da parte di persone sane che vogliono mantenere il loro stato di benessere; non esistono, al momento, studi che dimostrino come una regolare assunzione di un integratore a base di omega-3 possa ridurre in maniera statisticamente significativa il rischio cardiovascolare. «Gli integratori in commercio a base di omega-3 contengono olio di pesce – precisa ancora il dottor Cavallazzi – ma se si controlla attentamente l’etichetta (che non sempre riporta tutti i dati) nella maggior parte dei casi si evidenzia che il contenuto nei due acidi grassi omega-3, l’acido eicosapentanoico (EPA) e l’acido docosaesaenoico (DHA), è molto più basso di quello delle specialità medicinali. Le specialità medicinali contengono 1 grammo di esteri etilici di acidi grassi polinsaturi (mentre spesso negli integratori si parla di quantità di olio di pesce che non contiene solo acidi grassi) di cui l’85% sono EPA e DHA (cioè 850 milligrammi), mentre, quando riportato in etichetta, gli integratori contengono una quantità sensibilmente inferiore (100-300mg) di questi due acidi grassi.»

È bene precisare che la prevenzione cardiovascolare non può essere assicurata dall’assunzione di un integratore alimentare, se non è accompagnata da una dieta sana ed equilibrata, ricca in omega-3 abbinata allo svolgimento di una regolare attività fisica. La normalizzazione dei trigliceridi, quando dieta e attività fisica falliscono, può essere ottenuta solo seguendo un’appropriata terapia farmacologica: molto utili allo scopo risultano essere i farmaci a base di omega-3 e i fibrati, efficaci soprattutto in caso di un’ipertrigliceridemia superiore ai 500 mg/dl. È bene rimarcare a tal proposito ciò che sottolinea ancora il dottor Cavallazzi: ‹‹Circa il ruolo degli integratori nell’ipertrigliceridemia è bene considerare anche l’elevato livello di purificazione dell’olio di pesce delle specialità medicinali rispetto agli integratori: se è vero che basterebbe assumere molte più dosi di integratore per arrivare al dosaggio di EPA e DHA di una capsula medicinale, è altrettanto certo che l’assunzione di una tale quantità di olio di pesce avrebbe effetti collaterali soprattutto intestinali nient’affatto piacevoli».

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