L’ultima che ci è pervenuta come danno collaterale da Covid è comunque una buona notizia. È riferita a un trapiantato, un 57enne in lista d’attesa al Policlinico San Matteo di Pavia. Aspettava un cuore nuovo per sostituire il marchingegno meccanico che gli hanno inserito nel petto e che pompa sangue in circolo da quando il suo cuore vero ha smesso di farlo per conto proprio.
Il nome di quest’uomo è finito nella lista d’attesa dei casi urgenti. Tempo fa gli dicono che può aspettare stando a casa. Solo che casa sua è in Toscana e, di regola, gli urgenti non li fanno uscire dall’ospedale. All’ospedale gli avevano appena spiegato che, causa covid, dovevano centellinare i posti letto, da qui la decisione di dimetterlo. Chi ci ha raccontato l’aneddoto, ha riferito che, prima di partire, durante l’ultimo incontro che hanno avuto, l’uomo è apparso estremamente sfiduciato e abbattuto.
Un paio di giorni dopo il toscano telefona al nostro testimone. Stavolta è al settimo cielo. Lo ha appena chiamato il primario del San Matteo per dirgli di tornare subito in ospedale. C’è un cuore compatibile con il suo che lo aspetta. Passano altre due settimane e il nostro testimone riceve una seconda telefonata. Il toscano è appena uscito dalla terapia intensiva e si sente discretamente bene, al punto che la voglia di scherzare adesso viene a lui. Essendo entrambi cacciatori, il nostro testimone riferisce che, quando lo vedeva particolarmente depresso, cercava di distrarlo con aneddoti sulla caccia, loro comune passione. Adesso sta accadendo il contrario. È il neo trapiantato che fa forza al suo vecchio compagno di stanza, parlandogli delle battute di caccia, quelle vere, che un giorno faranno insieme. Quando? Non appena il nostro testimone supererà l’intervento al cuore. Stavolta, però, caso più unico che raro, non si tratta del primo bensì del secondo trapianto. E qui entriamo nel merito della seconda storia di “un malato di cuore”, per citare il titolo della canzone di Fabrizio De André. Sia detto per inciso, chi avesse voglia, può risentire questa canzone del grande cantautore genovese e rinfrescarsi le idee a riguardo delle tante occasioni perdute e delle poche ma intense che un malato di cuore riesce a strappare alla vita. Tutte cose che Antonio conosce bene, anche senza l’intermediazione di De André. Antonio (nome di fantasia) ha 35 anni. A 23 ha fatto il primo trapianto, dopodiché tutto è andato a gonfie vele per dodici anni. A 25 anni si fidanza con Lucia (altro nome fittizio) la sua attuale compagna. Non ci voleva credere, e soprattutto non ci sperava più. A dire il vero, questo pensiero se l’era tolto dalla testa. Trovare una donna disposta a dividere tutto con lui, farsi una famiglia, dei figli, gli sembrava una chimera e una responsabilità troppa grossa da caricarsi sulle spalle. Poi succede che la vita cambi in un giorno. In un giorno puoi incontrare la persona giusta e sperimentare quello che Bauman teorizza in “Amore liquido”, che il desiderio umano di formare relazioni affettive stabili resta fortissimo, più forte di qualunque proponimento di segno contrario, al punto che, paradossalmente, può capitare che si ponga fine a una relazione ma solo per crearsi nuove occasioni per tornare a sognare una relazione nuova. La relazione fra Antonio e Lucia è una barca che ha solcato tante burrasche ma con intatta la voglia di navigare sugli stessi legni. Li incontriamo solo virtualmente, nel rispetto dei protocolli di sicurezza, mentre vivono nella casa dell’Associazione Nazionale Amici del Cuore (ANAC) di via Lombroso a Pavia. Antonio è in lista d’attesa per il trapianto ma il suo nome non è fra le urgenze.
Tutto precipita a fine 2019, quando comincia ad avvertire sintomi di astenia e ipotensione. Disturbi che gli impediscono perfino di prendere sonno. Così si fa ricoverare nell’ospedale più vicino a dove vive, a Vibo Valentia. Qui lo curano senza rilevare particolari criticità. Dello stesso parere sono i medici della cardiologia del Policlinico di Pavia, quando ricevono i referti degli ecocardio e degli elettrocardiogramma che i colleghi calabresi spediscono loro. A quel punto lo invitano a Pavia per sottoporlo a biopsia. Con questo esame andranno a fondo del suo malessere. Solo che, una volta a Pavia, scoppia la pandemia. Lui e Lucia vengono tenuti per mesi in isolamento stretto in una stanza d’ospedale. Il rischio di contratte il virus potrebbe essergli fatale. Nel frattempo le sue condizioni peggiorano. Caso più unico che raro, ai primi di ottobre 2020 i medici comunicano che sta avendo una crisi di rigetto del cuore che gli hanno trapiantato dodici anni prima. Lo cureranno per scongiurare l’ipotesi del secondo trapianto, gli dicono, ma lui mangia la foglia e ha l’impressione che questa promessa sia una mezza verità con la quale i medici hanno appena messo le mani avanti per accennare all’intervento più radicale. Da maggio trascorrono mesi con lui fuori dall’ospedale. Prima sul Lago Maggiore, a casa di parenti di Lucia, in attesa che si ripristino i collegamenti aerei fra la Lombardia e la Calabria, interrotti a causa della pandemia. Quindi a casa propria, sita nelle campagne calabresi. Ironia della sorte, prima che si ammalasse per la seconda volta, Antonio e Lucia avevano avviato le opere di ristrutturazione della loro abitazione con l’idea convolare a nozze. Entrambi sono ancora fiduciosi. Antonio si augura di conservare lo stesso sangue freddo dimostrato in occasione del primo trapianto. Anche allora era ospite dell’ANAC, in un’altra casa di quest’associazione che opera da anni a Pavia fornendo una base logistica gratuita a chi viene in Lombardia e segnatamente a Pavia per i cosiddetti viaggi della speranza.

Antonio ci racconta che la sera del 24 settembre del 2008 arriva la telefonata in cui dicono a suo padre di portare urgentemente il figlio in reparto. C’è uno cuore compatibile con il suo che li attende. Mentre suo padre va in pallone per l’agitazione, Antonio avverte un sangue freddo che non credeva. Così è lui che guida l’auto fino all’ospedale. In reparto, mentre lo preparano per l’intervento, un infermiere gli si avvicina. Vedrai, andrà tutto bene, gli sussurra con voce paterna. Al che Antonio risponde che si vedrà. Se si sveglia dopo la terapia intensiva, vorrà dire che è andato tutto bene, se non si veglia, sarà andato tutto bene lo stesso. Nel senso che avrebbe smesso di soffrire. Oggi come allora avverte gli stessi stessi sintomi di estrema debolezza e astenia, a causa dei quali l’immagine che usa per riferire di come si sente è quella della candela giunta al lumicino ma, vista la pacatezza che ci mette nel misurare le parole, nel raccontare e raccontarsi, forse la sua candela è tutt’uno con la fiammella della speranza che brilla a dispetto di ogni buio.

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