di Nicoletta Dellerma

L’Italia è uno dei paesi con regole più rigide rispetto allʼutilizzo degli animali in laboratorio; stando così le cose, sarebbe falso che si utilizzi la vivisezione, tanto più che, per qualsiasi tipo di intervento, è necessaria lʼanestesia. Lo sostengono i nostri ricercatori, che minacciano di chiudere i laboratori e di andare a lavorare all’estero, se dovessero passare le nuove proposte di legge contro la sperimentazione animale

gatto

Il 29 aprile 2013 gli animalisti hanno occupato lo stabulario e il dipartimento di Farmacologia dell̓Università di Milano liberando numerosi animali, quasi tutti transgenici che difficilmente riusciranno a sopravvivere in libertà. Poche settimane dopo i ricercatori italiani sono scesi in piazza per sostenere la necessità della sperimentazione animale. Silvio Garattini – direttore dell’istituto Mario Negri – ha affermato che al momento non ci sono valide alternative alla sperimentazione animale, sostenendo che una cellula proveniente da una coltura in vitro su modelli cellulari è molto diversa rispetto a una cellula influenzata dal sistema circolatorio, endocrino e nervoso. La ricerca sugli animali sarebbe, quindi, per ora necessaria. L̓Italia è uno dei paesi con regole più rigide rispetto all̓utilizzo degli animali in laboratorio; stando così le cose, sarebbe falso che si utilizzi la vivisezione, tanto più che, per qualsiasi tipo di intervento, è necessaria l̓anestesia.

La sperimentazione animale è la sperimentazione a scopo di studio e ricerca su animali da laboratorio in ambito farmacologico, fisiologico, biomedico e biologico. In base al contesto, gli esperimenti sugli animali possono avere natura molto diversa. I test più diffusi consistono nell̓indurre su un campione animale specifiche patologie e verificare la reazione a farmaci, ad altre pratiche terapeutiche e a cosmetici.

Fino al 2008, in Europa, gli animali maggiormente usati erano i topi (59,30%) quindi i ratti (17,70%) e a seguire animali a sangue freddo (9,6%) e quindi uccelli (6,3%).

Un po̓ di storia recente ci ricorda che, dal 1900, la quasi totalità dei premi Nobel per la medicina hanno condotto le loro ricerche con l̓utilizzo di modelli animali: Camillo Golgi e Rita Levi Montalcini per le scoperte della struttura e dello sviluppo del sistema nervoso. Altri hanno rivoluzionato la conoscenza del sistema immunitario e delle infezioni, hanno permesso la messa a punto delle tecniche dei trapianti di organi e tessuti, la scoperta e lo studio della penicillina, la cura della febbre gialla, del tifo, della poliomielite. L̓insulina fu isolata per la prima volta nei cani nel 1922, rivoluzionando il trattamento del diabete. Negli anni Settanta, trattamenti antibiotici multi-farmaco per la cura della lebbra furono sviluppati grazie a test sugli armadilli.

Da fine 2013, è in atto una trattativa tra il governo e gli scienziati per ridimensionare la legge contro la sperimentazione animale. La nuova legge – sostengono i ricercatori – complicherebbe le questioni legate all̓uso di animali nella ricerca (già complicate dalla mancanza di fondi e dalle leggi italiane, come noto, non sempre concepite per snellire le procedure burocratiche e facilitare il lavoro di chi opera in prima linea su più fronti professionali). Le obiezioni alla nuova normativa sono molte e ampiamente condivise da parte degli scienziati dei più importanti centri di ricerca italiani.

A detta di questi ultimi, la modifica che in Italia si sta cercando di applicare alla direttiva europea complicherebbe l’attività di studio e laboratorio, danneggerebbe la vita dei malati e non porterebbe ad alcun beneficio per gli animali. Per esempio, sull̓uso dell̓anestesia, sarebbe, secondo la modifica italiana, obbligatoria anche nei casi di dolore sopportabile, mentre la direttiva europea specifica che se il dolore è lieve non serve anestesia. Questo perché spesso l̓anestesia è rischiosa per la salute dell̓animale.

Una delle restrizioni più importanti che porterebbe con sé questa legge è l’emendamento sugli xenotrapianti. Per xenotrapianto si intende il trapianto di cellule tra specie diverse. Secondo gli animalisti “xenotrapianto” significa prendere il cuore da un babbuino e trapiantarlo in un uomo, ma questo non corrisponde alla realtà, rispondono i ricercatori. Per esempio, davanti a un paziente con il cancro, invece di continuare con tentativi chemioterapici si prende la biopsia del tumore, la si impianta nel topo, si tratta il topo e successivamente si stabilisce la terapia migliore per il malato. Per quanto riguarda gli xenotrapianti di organi, l̓organo dell’animale viene decellularizzato lasciando solo la struttura connettiva, e al posto delle cellule dell̓animale si impiantano cellule staminali per ricostruire l̓organo di partenza. Al momento, questa tecnica ha avuto successo solo sui topi, ma nel futuro potrebbe risolvere il problema della scarsità di organi per i trapianti e si eliminerebbe il problema del rigetto, perché le cellule per ricostruire l̓organo sarebbero del paziente stesso.

Oggi la legge vigente prevede che l’utilizzo di animali per la sperimentazione sia ammesso solo quando non ci sono alternative. L’idea è quella di seguire le tre “R”: riduzione, raffinamento e rimpiazzo. Per altro, la legge in questione supera le stesse direttive dell’Unione Europea, cosa che Bruxelles ha espressamente vietato. La direttiva UE è frutto di 15 anni di mediazione tra i ricercatori e la principale lobby animalista europea, l’“Eurogroup for animalsˮ. Il punto è – a detta dei ricercatori – che in Italia le associazioni animaliste sono molto attive, e più di una fa disinformazione, esempio calzante l̓utilizzo di cani e gatti randagi nella ricerca. In effetti, leggendo i commenti di alcuni animalisti, sembra che la direttiva ammetta l’utilizzo di questi animali per la ricerca. Ma in realtà la normativa dice piuttosto chiaramente che non si può sperimentare su animali randagi. Si aggiunga che la sperimentazione su di loro è ammessa solo in caso di gravissimo rischio per l’ambiente, per l’uomo o per gli stessi animali, o se si deve fare qualcosa per la sopravvivenza di quella specie e non ci sono alternative. Per esempio, se si volesse studiare il Fiv, (corrispettivo dell’Hiv per i gatti) ci sarebbero due alternative: prendere un gatto da laboratorio, infettarlo con il virus e studiarlo oppure cercare un gatto già infettato e studiare cure e reazioni.

Per il benessere dei gatti, è molto meglio seguire la seconda strada, ma alcune associazioni animaliste l’hanno fatta passare come un via libera alla sperimentazione sui randagi. La normativa prevede infatti il divieto di sperimentare sulle cosiddette “specie d’affezione”, cani e gatti, a meno che non ci siano motivi specifici per farlo. Va richiesta una deroga, che deve essere approvata dal ministero, è questa la sintesi finale del partito dei ricercatori.

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