di Riccardo Segato

Lo stress è termine generico che si identifica con uno stato di alterazione psico-fisica con notevoli ripercussioni sull’apparato cardiocircolatorio. I danni da stress possono essere più o meno gravi, a seconda del soggetto e della durata dagli stati di alterazione, caratterizzati da nervosismo e ira, accelerazione cardiaca e contrazioni muscolari. Ne parliamo chiedendo lumi sull’argomento a due psicologi e due cardiologi, allo scopo di chiarire i meccanismi che entrano in gioco per la parte emotiva e per quella cardiovascolare dell’organismo

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La curiosità è cominciata con una definizione, che ci è sembrata prima riduttiva e poi, pensandoci su, forse l’unica davvero calzante; quanto meno, l’unica che facesse uscire la parola stress da una genericità che dava sui nervi, tanto per restare in tema. Ovvero che lo stress, fonte di rischio primario per il sistema cardiovascolare, affondasse la propria ragione d’essere nel disagio sociale o, per essere ancora più chiari, nella condizione di povertà. Ad essere stressati sarebbero i poveri, coloro che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, le persone sole, sole a tirare avanti, sole a mantenere i figli, senza nemmeno qualcuno con cui condividere le difficoltà quotidiane, qualcuno disposto a starli a sentire quando imprecano o piangono, si arrabbiano o vanno in depressione per dei motivi molto concreti. Chi aveva messo in relazione lo stress alla povertà senza voli pindarici è stato il professor Crea, esimio cardiologo, il cui nome è legato da anni alla ricerca scientifica sul microcircolo coronarico, che abbiamo intervistato in occasione del premio Recordati (maggio 2012).

Certo, anche i ricchi piangono, anche i ricchi patiscono situazioni in cui la competizione e il consumismo, il mobbing sul luogo di lavoro o chissà cos’altro inducono a sentirsi in perenne competizione e sempre in difetto, in un’altra parola stressati. Ma vuoi mettere, tornare in una casa accogliente, programmare con tua moglie o tuo marito una vacanza ai tropici per uscire dalla solita routine, dopo una giornata in cui tutto al lavoro sembra aver girato per il verso sbagliato? Vuoi mettere con il tornare a casa, in una casa modesta, senza nessuno che ti dia il benvenuto, e con il rischio concreto di cominciare un secondo turno di lavoro sei hai dei figli, dopo che il capo ti ha minacciato con la solita arroganza, senza riguardo per chi vi stava a sentire? Non è la stessa cosa. Lo stress così come lo conosciamo, sintomo che agisce senza soluzione di continuità, vale a dire sempre, a livello vascolare facendo innalzare la pressione arteriosa, e costantemente a livello cardiaco, provocando un aumento dei battiti che costringono il cuore a usurarsi anzitempo, con il rischio di infarto, angina e aritmie, sembra più un sintomo che colpisce in base al censo. Solo una condizione permanente di disagio psichico, dettata dalla povertà e dalla solitudine senza via d’uscita, è in grado di gettare un individuo in uno sconforto che non dà pace, provocando i sintomi surriferiti a danno dell’apparato cardiovascolare. Tutti gli altri – i ricchi, usiamo questa parola generica, giusto per capirci – in qualche modo l’aggiustano, quanto meno hanno da qualcuna a parecchie chances per farlo. Ci preme non confondere lo stress con il disagio psichico latamente inteso, quel malessere che sfocia in depressione, causato da qualche disturbo della personalità che – a poterselo permettere – si va a curare dallo psicanalista. “Lo stress può essere causato da situazioni oggettive – dice il professor Lucio Sarno, primario di psicologia al San Raffaele di Milano, a cui abbiamo chiesto una definizione per lo stress – come perdita del lavoro, gravi difficoltà economiche, lutti, separazioni, malattie, cambiamenti improvvisi nello stile di vita, sollecitazioni onerose in ambiti significativi della propria vita, ma può dipendere in modo significativo dalle capacità psicologiche del soggetto a far fronte o meno a tali evenienze. È evidente che più fragili sono gli equilibri psico-fisici, più ʻstressanti̓ saranno le circostanze di vita avvertite dal soggetto come difficili, e più gravi le conseguenze sulla salute psicologica e fisica”. Il professor Sarno parte dal disagio sociale – una condizione oggettiva! – ma allarga il discorso a tutta la sfera emotiva, segnalando come dirimente la capacità di reazione psichica del singolo di fronte alle avversità dell’esistenza. Su questo punto è intervenuto anche il dottor Giacomo Poli, responsabile del servizio di Psicologia Clinica presso gli Istituti ospedalieri di Cremona, con parole altrettanto ficcanti: “In definitiva, la risposta allo stress varia da persona a persona: stimoli dello stesso potere stressante non inducono necessariamente la stessa risposta in soggetti diversi, così come stimoli stressanti di differente entità possono provocare reazioni equivalenti in persone differenti. La nocività di uno stimolo stressante non dipende quindi solo dall’intensità e durata della stimolazione, ma anche da fattori individuali, come la valutazione cognitiva, i tratti di personalità, le condizioni psico-fisiche, le risorse e i meccanismi di coping utilizzati (coping è termine tecnico, con il quale si allude alle capacità di reazione emotiva del soggetto, ndr.) e dai condizionamenti di tipo ambientale e familiare”.

Un dubbio, siamo tutti a rischio, uomini e donne, giovani e meno giovani, o lo stress ha una casistica che non fa differenze da questo punto di vista? Oppure, al contrario, ci sono fasce d’età più esposte, se non addirittura predisposte? “Siamo tutti a rischio – ci dice su questo punto specifico il dottor Poli – ma alcuni gruppi lo sono maggiormente. Fra i fattori di aumento del rischio, figurano le condizioni di vita e lavoro gravemente svantaggiate, la mancanza di sostegno sociale, l’età (gli adolescenti e i lavoratori anziani), l’essere donna con sovraccarichi di lavoro (le madri single, per esempio) e la condizione dei disabili. Spesso i soggetti maggiormente a rischio sono anche i più esposti a condizioni di vita e lavoro nocive”.

Allo stesso modo, anche i cardiologi sono concordi fra loro, specie nel considerare l’apparato cardiovascolare come il primo a farne le spese. I danni causati dallo stress si manifestano sia a livello centrale che periferico. In risposta a uno stato prolungato di stress il cuore è esposto a un eccesso di stimolazione nervosa che fa aumentare la pressione arteriosa in modo più o meno stabile. “Se poi la funzione cardiaca è già alterata – dice il dottor Salvatore Pio Riccobono, in forze alla Cardiologia riabilitativa dell’ospedale Niguarda di Milano – per esempio a causa di una malattia delle coronarie, dell’ipertensione arteriosa o della ridotta contrattilità del muscolo cardiaco, l’incremento di attività del sistema nervoso diventa particolarmente pericoloso e si potrebbe dire ‘tossico’ per il cuore, che viene ancora più esposto al rischio di ischemia, aritmie o improvviso scompenso”. Vi sarebbero addirittura alcune patologie tipiche dello stress, come un particolare tipo di infarto del miocardio detto “sindrome coronarica acuta tipo tako-tsubo” che si riscontra solitamente in persone esposte a uno stress psico-fisico acuto e in cui la coronarografia risulta sostanzialmente normale; oppure alcune forme di aritmie, talora maligne. “Non per niente – conclude Riccobono – fra i farmaci più utilizzati in cardiologia vi sono proprio quelli che contrastano in modo diretto o indiretto l’iperattività del sistema nervoso simpatico e di altri sistemi attivi sulla regolazione pressoria mediata dal sistema nervoso autonomo”. Insomma, lo stress tende ad aumentare i valori di frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, due fattori che certo non rappresentano nessun guadagno per l’organismo. È noto infatti che la durata dell’esistenza, se dipendesse solo dal cuore, sarebbe inversamente proporzionale alla frequenza cardiaca, nel senso che più il battito è lento, più il cuore è sano, a fronte di un consumo di ossigeno pompato ai bassi regimi. “Ovviamente il problema è maggiore – ci racconta il professor Alberto Margonato, primario di Cardiologia clinica e Terapia intensiva al San Raffaele di Milano – in chi ha già sofferto di una malattia delle coronarie, come per esempio l’infarto. La pressione elevata aumenta il rischio di ictus e infarto ed è particolarmente temibile in chi ha altri fattori di rischio cardiovascolare, come fumo, diabete, ipercolesterolemia”.

E veniamo ai rimendi. Lo stress viene citato fra i fattori di rischio cardiovascolare al pari di tabagismo e obesità. Ma se di fumare si può smettere totalmente, e forse anche di ingrassare, riesce più difficile immaginare che una persona riesca a smettere di stressarsi, specie se il malessere da stress dipende da condizioni oggettive che appaiono immutabili. “Indubbiamente ridurre lo stress è molto difficile – dice il professor Margonato – tuttavia, una regolare attività fisica, meglio se aerobica e associata a tecniche di rilassamento tipo lo yoga, e al supporto di uno psicologo, possono fornire un valido aiuto. Oltre a ciò, fare controlli medici annuali per il trattamento dei fattori di rischio; questi ultimi, se tenuti sotto stretta osservanza, possono ridurre marcatamente le conseguenze, seppur non sono in grado di eliminare i fattori di stress”.

Dello stesso avviso il dottor Riccobono, che da cardiologo gioca un altro atout a favore della riduzione dei fattori di rischio attraverso lo sport: “L’esercizio fisico sicuramente permette una forte ricarica emotiva, consente di staccare la spina dalle preoccupazioni, ma soprattutto elimina un altro potente fattore di rischio, che è la sedentarietà: insomma, paghi uno e prendi due!”

Sul fronte psicologico invece, i suggerimenti per abbassare i livelli di stress sono più in sintonia con la sfera emotiva della persona. Di buona utilità tutte le strategie finalizzate a migliorare la conoscenza di sé, sia dei propri punti di forza che delle proprie debolezze, quindi le strategie che aiutano a risolvere i problemi e favoriscono il controllo delle emozioni. “Bisogna imparare a volersi bene e ad avere cura della propria persona – dice il dottor Poli – aumentare il senso di iniziativa e di apertura al cambiamento e imparare ad avere fiducia negli altri. A livello organizzativo, diventa importante condividere la gestione dei carichi di lavoro, partecipare ai processi decisionali, creare e alimentare il senso di squadra, ma soprattutto “imparare a darsi obiettivi realistici per non rimanere frustrati per colpa propria”.

Fra le situazioni stressanti da cui rifuggire, come il rumore, le vibrazioni, i vapori, le sostanze pericolose, le temperature troppo elevate o troppo basse, i turni e i carichi di lavoro eccessivi, non mancano “le incertezze”, più difficili da definire verbalmente che da intuire a livello cognitivo. Le incertezze che creano ansia riguardano il lavoro, la salute, gli affetti e altro ancora.

Infine, come si valuta se un tipo di stress ha passato il segno e ha bisogno di essere sottoposto al controllo dello psicoterapeuta? Insomma, quando viene il momento di andare dallo “strizzacervelli” per colpa dello stress? “Quando lo stress non è gestibile personalmente e autonomamente dal soggetto – precisa il professor Sarno – quando si avvertono segni di perdita di capacità di gestione di ambiti significativi della propria vita: nel lavoro, nelle relazioni sentimentali e sociali, durante l̓attività sessuale, a causa di mancanza di volontà e desideri, quando subentrano perdita di interessi, malessere fisico generalizzato, sonno e sogni disturbati…”.

In una parola, quando ci si sente stressati.

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