di Angela Nanni

L’elisir di lunga vita? Avere uno scopo nella vita: si può riassumere così il senso di un articolo scientifico di recente pubblicazione; la convinzione che la propria vita abbia un senso non solo permette di vivere di più, ma contribuisce anche alla buona salute di cuore e arterie

Qual è la molla che spinge a tenere sotto controllo i fattori di rischio che possono nuocere allo salute e più nello specifico alla salute cardiovascolare? L’avere uno scopo nella vita. È questa la conclusione di uno studio recentemente pubblicato sulla rivista «Psychosomatic Medicine: Journal of Biobehavioral Medicine». Gli autori di questo lavoro di ricerca hanno allestito lo studio in questione per cercare l’esistenza di una correlazione, ipotizzando che ve ne fosse almeno una, fra l’avere uno scopo nella vita e il tasso di mortalità in generale e la mortalità per cause cardiovascolari in particolare. Per individuare tale nesso hanno preso in esame 10 studi già svolti proprio su questa tematica arrivando ad analizzare i dati relativi a 136mila persone con età media di 67 anni. Nel corso dei diversi studi si sono registrati 14500 decessi e circa 4mila fra attacchi cardiaci, ictus o altri problemi cardiovascolari. I partecipanti allo studio che più di altri hanno enfatizzato il fatto di vivere con uno scopo preciso hanno evidenziato un minor numero di disturbi dell’apparato cardiovascolare e una probabilità fino al 20% più bassa di morire durante il periodo delle rilevazioni. All’essere profondamente motivati non consegue automaticamente lo stare meglio in salute, ma probabilmente vivere un’esistenza piena e soddisfacente aiuta a convivere meglio con lo stress quotidiano e invoglia all’attività fisica, alla vita sociale, a un’alimentazione sana ed equilibrata, tenendosi a debita distanza dagli stravizi alimentari e dalla sedentarietà.

Nel 2010 l’American Hearth Association (AHA) aveva introdotto il concetto di salute cardiovascolare, un bene da preservare cercando di limitare o comunque di intervenire su fattori di rischio modificabili, derivanti da abitudini e stili di vita non corretti, che in un soggetto sano predicono la probabilità di sviluppare nel tempo disturbi cardiovascolari. I fattori di rischio modificabili sono noti praticamente a tutta la popolazione: chi non è a conoscenza del fatto che fumare faccia male o che il sovrappeso o, peggio, l’obesità possano mettere in pericolo la salute del cuore? O di come una colesterolemia fuori controllo possa contribuire a ostruire i vasi sanguigni e favorire gli eventi ischemici? Nonostante queste consapevolezze, adottare stili di vita salutari non è assolutamente una consuetudine diffusa.

«Già da oltre dieci anni è stato dimostrato su una estesa popolazione di pazienti che i principali fattori di rischio sono in grado di spiegare oltre il 90% dei casi di infarto – afferma il Professor Alberto Margonato, primario di Cardiologia Clinica e Terapia Intensiva Coronarica, presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano – ecco quindi che una dieta corretta, comprendente un moderato consumo di vino, l’attività fisica e l’aderenza alle terapie eventuali, risultano essenziali e permettono di ridurre significativamente l’incidenza di episodi acuti. Per completezza, va però aggiunto che resta una piccola percentuale di pazienti che si ammala pur in assenza di fattori di rischio. Solo la ricerca può aiutare a delineare i meccanismi, potenzialmente di grande rilievo, che intervengono su questi soggetti».

«Avere uno scopo nella vita significa in sostanza vivere con consapevolezza anche le piccole cose di ogni giorno e tende ad aumentare il valore percepito di ogni propria decisione – precisa il dottor Emanuel Mian, psicoterapeuta referente presso il C.I.B.O. (Centro Interdisciplinare Bariatria e Obesità) degli Istituti Clinici Zucchi – creando una protezione rispetto agli stati d’ansia e frustrazione correlati con lo stress quotidiano che ci riguarda tutti, chi più chi meno. Il che si riflette sull’autostima, cioè sul senso di autoefficacia e di adeguatezza, non solo sul quadro di salute generale. Continuare a perseguire degli obiettivi, nonostante le oggettive difficoltà che si possono incontrare, permette di sopportare meglio gli eventi fonte di stress».

Proprio lo stress è uno dei principali indagati di una cattiva salute cardiovascolare: sono numerosi gli studi che hanno evidenziato come le persone che svolgono mansioni poco gratificanti, che hanno scarso potere decisionale siano più propense a sviluppare condizioni come l’ictus o l’infarto, siccome faticano a tenere sotto controllo ipertensione, colesterolo e peso corporeo. Le persone provate dallo stress sono più vulnerabili e sviluppano disturbi cardiovascolari avendo poco tempo e poca voglia di svolgere attività fisica. Di regola, sfogano le frustrazioni nel cibo, abbuffandosi di quello poco sano, dove sembra che trovino maggior consolazione.

«Essere concentrati verso un obiettivo, può aiutare a diventare meno sensibili alle ricompense immediate che reperiamo nell’utilizzo di alcolici, nella nicotina o nel cibo spazzatura – sostiene il dottor Mian – Tutti comportamenti che possono concorrere al peggioramento della qualità della vita».

Lo stress continuo eleva i livelli di cortisolo, una sostanza endogena meglio conosciuta come ormone dello stress, che può compromette la corretta funzionalità del sistema immunitario e giocare un ruolo nient’affatto secondario nello sviluppo dei disturbi cardiovascolari. Quando si parla di stress cronico ci si riferisce a quella situazione di logoramento continuo che si instaura ogni qualvolta si vivono relazioni sentimentali molto complicate, crisi matrimoniali, separazioni e divorzi, condizioni economiche precarie, uno stato di disoccupazione senza alcuna apparente prospettiva futura, mobbing sul posto di lavoro, tanto per citare le cause più frequenti.

Le preoccupazioni di salute aumentano i livelli di stress e, in generale, sono molto sentite dalla popolazione femminile, soprattutto quando si vive una condizione lavorativa precaria. Tale dato è particolarmente vero per le donne italiane, come testimoniato da uno studio pubblicato sulla rivista «Social Science & Medicine» e condotto presso il dipartimento di Statistica, Informatica, Applicazioni dell’Università di Firenze. Come spiega la dottoressa Elena Pirani, prima autrice dello studio: «La società italiana, da sempre, si caratterizza per la presenza di una disparità nei ruoli di genere. Sono le donne a occuparsi in maniera prevalente di figli, famiglia e lavoro domestico. Il peso di tale posizione, tanto più se gravato da un lavoro precario, si ripercuote negativamente sullo stato di salute fisico e psicologico. L’incertezza lavorativa delle donne italiane, almeno secondo i dati del nostro studio, si associa a una riduzione del livello di salute percepita, perché genera meccanismi di insoddisfazione e stress emozionale. Un corteo sintomatologico che sparisce (o quanto meno si attenua) quando si passa da un contratto di lavoro precario a uno a tempo indeterminato. Gli uomini, almeno in termini di stato di salute percepito, non sembrano stare peggio in relazione al tipo di contratto di lavoro, stabile o precario».

Sono diversi gli studi scientifici, condotti a livello internazionale, che hanno tentato di indagare la relazione fra precarietà e condizioni di salute: in genere, i risultati ottenuti si sono rivelati strettamente connessi con la realtà del Paese preso in esame.

La motivazione di vita, nonostante tutti i disagi e le problematiche che la quotidianità impone, è la molla cioè che spinge a mantenersi in buona salute, ma come va ricercata? La risposta è certamente personale, tuttavia è molto interessante, a tale proposito, la considerazione del dottor Mian «Come si trova una sana motivazione? Dai motivi stessi che ci spingono ad agire: quando un obiettivo sembra troppo grande o troppo lontano da raggiungere, è meglio suddividerlo in tanti piccoli gradini, da salire uno per volta, o uno ogni giorno. Una simile suddivisione rende la condizione umana meno frustrante e consente di concedersi tante piccole e sane ricompense quotidiane, determinate dal raggiungimento dei tanti piccoli obiettivi che ci si era prefissati».

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