di Elisabetta Bramerio

Lʼinfarto è una delle principali cause di morte in tutto il mondo ed è conosciuto per essere causato da fattori genetici e ambientali. Lʼeffetto dei fattori genetici è più forte quando si verifica in età precoce, ovvero prima dei 50 anni nell’uomo e prima dei 60 anni di età nella donna. Nuovi studi dimostrano che l’ipertrigliceridemia è un importante fattore di rischio indipendentemente dai livelli di colesterolo LDL, finora considerato il principale fattore di rischio dellʼinfarto precoce

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Alcune rare mutazioni in un gene che fanno crescere i valori dei trigliceridi nel sangue possono aumentare il rischio di infarto prematuro. È questa la conclusione di un’indagine pubblicata di recente su «Nature». Secondo questo studio, condotto da ricercatori spagnoli, le mutazione del gene APOA5 sembrano aumentare i livelli di lipoproteine dei trigliceridi. A questa stregua, l’ipertrigliceridemia diventa un importante fattore di rischio per l’infarto del miocardio a qualsiasi età, indipendentemente dai livelli di colesterolo Ldl, finora considerato il principale fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. La scoperta approda a risultati analoghi a quelli di un’altra ricerca, secondo la quale vi è un altro gene modificato (APOC3) che influenza i livelli di trigliceridi favorendo le malattie cardio-emboliche e l’ictus in particolare. Da questi due studi sembrerebbe che la prevenzione di infarto e ictus debba fare fronte comune per abbassare i livelli di trigliceridi nel sangue.

L’infarto miocardico è una delle principali cause di morte in tutto il mondo ed è conosciuto per essere causato da fattori genetici e ambientali. L’effetto dei fattori genetici è più forte quando si verifica in età precoce (prima dei 50 anni di età nell’uomo e prima dei 60 anni nelle donne). Ma è nel loro complesso che infarto e ictus sono tra le più frequenti cause di mortalità in Italia come negli altri Paesi occidentali. Nel nostro Paese la prevalenza delle malattie cardiovascolari è stimata pari all’11,4% negli uomini e al 2.1 % nelle donne con una incidenza annua di nuovi casi pari a 182,7 per 100.000 abitanti di sesso maschile e 55,7 per 100.000 abitanti di sesso femminile.

La principale causa delle malattie cardiovascolari è l’aterosclerosi cioè un’alterazione della parete delle arterie (i vasi che portano il sangue a tutti i nostri organi) che determina una progressiva ostruzione fino alla completa occlusione dell’arteria stessa. L’occlusione della arteria e la conseguente cessazione del regolare flusso di sangue verso l’organo cui l’arteria è destinata provoca la morte (o necrosi) delle cellule e la manifestazione clinica della malattia. In particolare, l’infarto miocardio è una conseguenza della occlusione di una arteria coronaria, cioè di una delle arterie che portano sangue al muscolo cardiaco.

“È oggi possibile intervenire efficacemente nella fase acuta dell’infarto – ci spiega il dottor Fabio Mori, cardiologo dell’ospedale “Careggi” di Firenze – con metodiche che permettono la riapertura dell’arteria coronaria (angioplastica); ciò ha permesso di ridurre notevolmente la mortalità e le conseguenze dell’infarto. Tuttavia il modo migliore per affrontare le malattie cardiovascolari in generale e l’infarto in particolare è senza dubbio la prevenzione”. Distinguiamo una prevenzione primaria, che può essere rivolta a tutta la popolazione oppure solo ai soggetti ad alto rischio, e una prevenzione secondaria che interessa i soggetti che hanno già presentato una manifestazione della malattia aterosclerotica e mira a evitare la progressione della malattia. “La probabilità di un individuo di avere un infarto o un’altra malattia cardiovascolare – precisa il dottor Mori – dipende da una serie di fattori di rischio che possono essere distinti in due gruppi:

a) fattori non modificabili: la predisposizione familiare (cioè la presenza di casi di malattia cardiovascolare nei parenti più prossimi è un fattore di rischio), l’età e il sesso (il sesso maschile è un fattore di maggior rischio);

b) fattori modificabili: fumo, ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, obesità e sedentarietà.

La somma di questi fattori definisce il cosiddetto profilo di rischio cardiovascolare globale di un soggetto, cioè la sua probabilità di sviluppare entro 10 anni un evento cardiovascolare. La riduzione di tale rischio permette di ridurre la probabilità di sviluppare un evento clinico, ridurre la invalidità prematura, prolungare la sopravvivenza, migliorare la qualità della propria vita”.

La riduzione del rischio cardiovascolare può essere ottenuta, oltre che con la cura di specifiche condizioni quali l’ipertensione, il diabete o l’ipercolesterolemia, attraverso una più generale modificazione del proprio stile di vita che comprenda una maggiore attenzione alla alimentazione, abolizione del fumo, controllo del peso corporeo e naturalmente una maggiore attività fisica. Per quanto riguarda l’alimentazione, è necessario ridurre l’apporto totale di grassi, sostituire i grassi saturi con quelli insaturi o polinsaturi di origine vegetale o ittica, aumentare il consumo di frutta fresca, cereali, vegetali, ridurre l’apporto totale di calorie, ridurre il consumo di sale e di alcol.

L’abolizione del fumo, oltre a ridurre il rischio di molte malattie, migliora la sensazione soggettiva di benessere (attraverso una maggiore tolleranza allo sforzo, una riduzione della tosse e un miglioramento del gusto che consente di apprezzare in modo più preciso il sapore dei cibi) e comporta un significativo risparmio economico.

L’attività fisica contribuisce a ridurre il profilo di rischio cardiovascolare con molteplici effetti: riduce infatti i valori della pressione arteriosa, migliora l’assetto lipidico (attraverso una riduzione del colesterolo totale e del colesterolo LDL e un innalzamento del colesterolo HDL), riduce il sovrappeso e contribuisce in modo rilevante a un più generale cambiamento dello stile di vita (con effetti favorevoli anche sull’abolizione del fumo).

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