In inglese c’è un termine per quando le aziende le sparano grosse raccontando di voler fare una nuova politica green finalizzata a ridurre le emissioni di CO2. Questo termine è greenwashing. Oppure, se stanno migliorando ma solo a beneficio del marketing i prodotti alimentari con ingredienti migliori per la salute, si ricorre a healthwashing. Li ha usati entrambi Marion Nestle, professoressa di Studi sul cibo alla New York University, in un post del suo blog in cui analizza i contenuti di una recente intervista a una manager della Pepsi. In questa intervista, la dirigente rilancia la strategia “green” del gruppo, aggiungendo che sono molto concentrati a migliorare i loro prodotti, dalle bibite gassate alle merendine dolci e salate, per sconfiggere l’obesità (strategia “healthy”).
«Quando PepsiCo ha lanciato Pep+ nell’ottobre 2021, la società sostiene di voler “cambiare radicalmente” il modo di fare business, allo scopo di migliorare le persone e la salute del pianeta – ricorda l’accademica newyorkese – Dall’approvvigionamento alla produzione degli ingredienti al supporto ai consumatori, nel fare scelte “migliori per sé stessi e per il pianeta”, Pep+ delineava un’agenda ambiziosa di trasformazione aziendale».
Ecco cosa l’azienda sarebbe tornata a volere:

  • stimolare la transizione verso pratiche rigenerative dei terreni di approvvigionamento, circa sette milioni di acri. Per capirci, una superficie pari a quella delBelgio. Più facile a dirsi che a farsi.
  • Ridurre la dipendenza dalla chimica. Senza tuttavia escluderne l’uso, commenta Marion Nestle.
  • Assicurare il futuro delle comunità agricole e dei redditi degli agricoltori. Nella contingenza che stiamo vivendo, ciò si declina con aiutare gli agricoltori con sovvenzioni per i costi elevati di carburante e fertilizzanti. Se la Pepsi ci riesce, in Europa la vogliamo a capo di tutto.
  • Sostenere le comunità rurali e in particolare le donne contadine che ne fanno parte. Idem come sopra.
  • Oltre il 70% del fabbisogno elettrico globale dell’azienda deve essere soddisfatto dalle energie rinnovabili. In ogni caso, entro il 2040 la Pepsi deve diventare a emissioni nette da fossili, idrocarburi compresi, pari a zero. Certamente, senonché le monocolture di mais da cui si ricava il fruttosio alla base della Pepsi come della Coca-cola, vengono ingrassate con i fertilizzanti ricavati dal petrolio. Così, per soddisfare le esigenze di produzione e consumo, si è messo in moto un circolo vizioso altamente inquinante. Più petrolio nel terreno e nelle deiezioni degli animali (per via dei mangimi a base di mais-petrolio) vuol dire falde acquifere e mari più inquinati. Nei mari inquinati dal petrolio le alghe infestanti proliferano e causano la moria dei pesci, in quanto distruggono il plancton e il resto della catena alimentare che nutre le varie specie ittiche.
  • Migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua del 18% nelle aree ad alto rischio idrico. Per le sorti dell’acqua pubblica, causa l’esistenza di aziende del beverage come la Pepsi, si veda al punto sopra.
  • Utilizzare il 100% di rPET (plastica riciclabile) entro la fine di quest’anno, eliminare la plastica vergine a base fossile in tutti i sacchetti di patatine e merendine. Forse questo è l’obiettivo più praticabile.

Vero o greenwashing e healthwashing, si chiede la Nestle? «La cosa migliore che la Pepsi potrebbe fare per l’obesità mondiale sarebbe fallire», aveva dichiarato Marion Nestle un po’ brutalmente in un’intervista del 2011, quando la multinazionale del beverage si affacciò per la prima volta con proposte analoghe a quelle di oggi, volendo dare prova del nuovo corso che poi abbandonò. Per far spazio a prodotti più healthy calavano i profitti, cosa di cui gli azionisti non furono affatto contenti; da qui la messa in soffitta di quelle proposte che oggi hanno ritirato fuori.
«Da allora è cambiato qualcosa?». Questa la domanda che chiude il post della Nestle. Una domanda che contiene già la risposta.

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