di Alberto Ferrari
Per iniziativa di alcune persone di buona volontà è stato dato alle stampe il libro che andiamo a recensire. In questo libro a più voci si parla di amianto e delle morti collegate alla produzione e all’utilizzo che si è fatto in Italia di questo minerale dannoso. Una delle sfide aperte è fare in modo che l’esperienza italiana e degli altri Stati che hanno messo al bando l’amianto sia utile ai Paesi in cui l’amianto viene ancora prodotto e utilizzato. Che purtroppo sono tanti

L’amianto è un materiale tossico. In Italia è stato messo al bando ufficialmente nei primi anni Novanta del secolo scorso ma si sapeva che fosse nocivo dagli anni Cinquanta, anche se è solo alla fine degli anni Settanta che prende avvio, a livello di opinione pubblica, la battaglia che culminerà con la legge di bando del 1992.

Le preoccupazioni sanitarie maggiori sono dovute al mesotelioma, un tumore della pleure che ha nell’esposizione all’amianto la causa pressoché unica. Oltre che nella pleure, il mesotelioma si manifesta in altre sedi dove è presente il tessuto mesoteliale: il peritoneo, i testicoli e, per quanto concerne il cuore, il pericardio. L’esposizione ad amianto è spesso responsabile anche dell’insorgenza del tumore ai polmoni.

Alcune delle informazioni di base su quello che è successo, sulle responsabilità, le omissioni, i silenzi complici di chi ha avuto un ruolo attivo nella vicenda, sono desumibili direttamente dai racconti riportati in questo libro. Sono racconti a firma di scrittori, alcuni dei quali sono piuttosto noti al pubblico dei lettori di narrativa italiana. Famosi e meno famosi, gli scrittori presenti in questa antologia condividono la passione per le questioni sociali ancora aperte del nostro tempo, come appunto è la vicenda dell’amianto, che in termini più generali può essere letta come una delle tante voci che ineriscono alla sicurezza sul lavoro e ai danni ambientali connessi alla produzione industriale.

A completare il quadro, ci sono le interviste ai familiari delle vittime e, infine, si trovano materiali informativi molto utili per delineare i contorni sanitari, sociali e storici della vicenda dell’amianto nel nostro Paese.

Leggendo ora gli uni ora gli altri contributi, si scopre che, fin dal Secondo dopoguerra, erano chiari i danni causati dall’amianto negli operai. Meno scontato è stato scoprire che la stessa sorte, a distanza di qualche decennio, si sarebbe proposta fra coloro che si sono trovati a inalare le stesse microfibre: i familiari che venivano in contatto con i lavoratori, come le mogli che respiravano il pulviscolo dannoso facendo il bucato delle tute, o i figli che andavano incontro a braccia aperte ogni sera ai papà che tornavano infarinati di polvere bianca nei capelli e sui vestiti, polvere che tutti quei poveretti credevano innocua.

Poi, ad ammalarsi di mesotelioma ci sono stati coloro che sono venuti a contatto con la polvere d’amianto ancor più fortuitamente. Per esempio, la nuora del leggendario allenatore della Roma Nils Lidholm, che, stando alla testimonianza del marito, da piccola avrebbe giocato a pallavolo sul campetto di una palestra livellato con gli scarti di produzione dell’amianto gentilmente offerti dalla ditta Eternit di Casal Monferrato.

Personalmente ho un amico che ancora lotta contro il mesotelioma la cui unica sfrontatezza è stata vivere la gioventù a Broni, in provincia di Pavia, in anni in cui era attiva una fabbrica cementifera. L’amianto in edilizia ha rappresentato uno degli utilizzi più frequenti, forse ancora di più che nella coibentazione delle navi e dei vagoni ferroviari.

Di questo secondo utilizzo ne pagherà le conseguenze un personaggio del calibro di Steve Mc Queen, il famoso attore di Hollywood, morto a cinquant’anni per mesotelioma. La sua malattia fu messa in relazione al fatto che in gioventù avesse trascorso qualche anno sulle navi della Marina. Tuttavia, la stessa sorte è capitata a molti abitanti “senza volto” di città in cui erano attive fabbriche come la Breda, tanto per tornare nel nostro Paese, specializzata nella copertura in amianto dei vagoni ferroviari.

Dal libro scopriamo un altro dato importante. E cioè che il problema dell’amianto ha solo cambiato di luogo. Fino ad oggi, i Paesi fra cui l’Italia, in cui l’amianto è stato messo al bando sono 52 in tutto il mondo, vale a dire meno di un terzo di tutti quelli che aderiscono all’Organizzazione mondiale della sanità. La Russia è il primo produttore d’amianto, mentre la Cina è in assoluto il Paese in cui se ne consuma la maggior quantità. Produzione e consumo sono ancora attivi in Brasile, India, Indonesia, Tailandia, Vietnam, Kazakistan e Ucraina, tanto per fare qualche esempio.

Un altro dato su cui riflettere e su cui l’opinione pubblica di questi Paesi si troverà prima o poi scornarsi, così come è successo a suo tempo in Italia, è che le responsabilità dell’accaduto non sono state da una parte sola. In Italia, i dirigenti delle fabbriche produttrici e utilizzatrici sapevano. Ci sono stati dei medici compiacenti che hanno preferito misconoscere il dato epidemiologico, mentre loro colleghi più coraggiosi venivano messi a tacere e relegati a lavorare fra le scartoffie degli ospedali. Ma non è tutto. Anche alcuni dei sindacalisti e dei rappresentanti dei partiti politici sapevano, ma – a quanto pare – hanno preferito minimizzare il problema, nella prospettiva che la fabbrica continuasse a produrre e che i posti di lavoro fossero, in questo modo, salvi.

Così, accanto a un racconto di Massimo Carlotto, da cui emerge tutto il cinismo di due dirigenti dei Cantieri marittimi di Monfalcone, perfettamente consapevoli della nocività dell’amianto ma impegnati a salvarsi il posto fisso e la pensione, mediante dichiarazioni false all’opinione pubblica, il libro ospita altri racconti in cui la responsabilità di sindacalisti e dei politici viene quanto meno menzionata. Non siamo di fronte a un’accusa senza appello della categoria, piuttosto a una chiamata in correità. Sembra di capire che dover sottostare ai ricatti dei padroni delle fabbriche, che subito minacciavano licenziamenti e chiusure, con trasferimenti degli impianti in Paesi più compiacenti e meno politicizzati, sia stata una decisione più sofferta per il sindacato rispetto alla ossequiosità dei dirigenti a libro paga delle aziende. Ovviamente le eccezioni si saranno manifestate in uno schieramento e nell’altro, come sempre succede nelle questioni di coscienza.

Ma c’è un dato su cui forse vale la pena riflettere per capire le differenze. I dirigenti sapevano tutto fin dall’inizio e il loro compito era proprio quello di nascondere le prove davanti all’opinione pubblica. I sindacalisti, di contro, avevano da fare i conti solo con mezze verità, che lo Stato si è ben guardato di chiarire con una presa di posizione netta e ineccepibile, specie a livello di INPS, Ministero della sanità e altre istituzioni preposte.

Un fatto la dice lunga sull’atteggiamento “ineccepibile” dello Stato quando è apparso indubitabile che l’amianto dei vagoni ferroviari fosse pericoloso. Attraverso l’Ente Ferrovie, lo Stato italiano ha scritto una lettera alle ditte fornitrici diffidandole, da quel momento in poi, dall’usare l’amianto per coibentare i treni. A giudizio di scrive, un’altra occasione in cui le somme istituzioni hanno dimostrato un coraggio da poco, in cui mandare avanti gli altri è sempre stata la regola aurea. Un coraggio da “armiamoci e partite!”

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