
L’inattività fisica causa oltre 5 milioni di morti l’anno nel mondo – un dato che la colloca tra le principali emergenze sanitarie del pianeta. Eppure, la risposta delle politiche sanitarie globali rimane frammentata e insufficiente. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Medicine da un team internazionale coordinato dall’Università della California San Diego, che ha analizzato i dati WHO raccolti in 68 paesi tra il 2002 e il 2019.
Sebbene l’importanza dell’attività fisica sia riconosciuta nell’ambito della prevenzione dell’obesità e delle malattie cardiometaboliche, i suoi benefici più ampi per la salute degli individui e delle società non sono ancora stati pienamente sfruttati.
Prevenzione cardiovascolare: la base, ma non basta
Il cuore rimane il primo beneficiario del movimento. Il 7,2% dei decessi globali per tutte le cause è attribuito all’inattività fisica, e il ruolo dell’esercizio nella prevenzione e nella gestione delle malattie non trasmissibili è ampiamente documentato.
Ma i ricercatori spingono il confine oltre. L’obiettivo dichiarato dello studio è dimostrare che limitare la promozione dell’attività fisica alla sola salute cardiometabolica significa perdere una quota enorme di potenziale preventivo.
Covid-19 ha rivelato quello che non sapevamo sull’immunità
Uno dei contributi più originali dello studio riguarda il sistema immunitario. I dati raccolti durante la pandemia hanno fornito prove inedite su scala globale: in una meta-analisi di 16 studi su oltre 1,8 milioni di adulti, le persone fisicamente attive rispetto a quelle inattive prima dell’infezione hanno mostrato un rischio di contagio da Covid-19 inferiore dell’11%, un rischio di ospedalizzazione inferiore del 36%, un rischio di forma grave della malattia inferiore del 34% e una mortalità Covid-correlata inferiore del 43%.
L’attività fisica potenzia l’immunità attraverso tre meccanismi principali: aumento della sorveglianza immunitaria, rimodellamento favorevole del sistema immunitario e riduzione dell’infiammazione cronica.
L’implication per le politiche sanitarie è diretta: la sedentarietà è uno dei pochi fattori di rischio modificabili a breve termine per le malattie infettive gravi, con importanti implicazioni per la preparazione alle pandemie future.
Depressione e cancro: i benefici ignorati
Lo studio documenta con forza due aree ancora poco presidiate dalle politiche sanitarie.
Depressione. Una meta-analisi armonizzata di 15 studi prospettici ha rilevato che svolgere metà dell’attività fisica raccomandata è associato a un’incidenza di depressione inferiore del 18%, mentre il raggiungimento delle linee guida corrisponde a una riduzione del 25%. Eppure, molti operatori sanitari continuano a non promuovere l’attività fisica nella gestione della depressione.
Cancro. Le persone con i livelli più elevati di attività fisica aerobica presentano riduzioni del rischio del 10-20% per diversi tipi di cancro, inclusi quelli della mammella, del colon-retto, della vescica, dell’endometrio, dell’esofago, del rene e dello stomaco. Quanto alla sopravvivenza, i pazienti oncologici più attivi dopo la diagnosi mostrano un rischio di mortalità da cancro inferiore del 37% rispetto a quelli meno attivi.
Nonostante queste evidenze, un’indagine internazionale sugli oncologi ha rilevato che meno della metà promuove l’attività fisica con i propri pazienti.
Il paradosso della disuguaglianza: muoversi non è uguale per tutti
Uno degli aspetti più provocatori dello studio è l’analisi delle disuguaglianze. Non tutta l’attività fisica è uguale: va distinta quella del tempo libero (scelta) da quella lavorativa o nei trasferimenti (necessità economica).
Dall’analisi intersezionale su genere e status socioeconomico è emerso un divario di 40 punti percentuali nell’attività fisica nel tempo libero tra i gruppi storicamente privilegiati – uomini benestanti nei paesi ad alto reddito – e quelli storicamente svantaggiati – donne povere nei paesi a basso reddito.
Questo significa che le donne nei paesi in via di sviluppo possono risultare “fisicamente attive” secondo le statistiche globali – perché camminano chilometri o svolgono lavori fisici – pur mancando di qualsiasi accesso a un’attività fisica libera, sicura e benefica per la salute mentale e il benessere sociale.
Cosa chiedono i ricercatori alle politiche sanitarie
Lo studio propone un cambio di paradigma radicale: passare da un modello centrato sulla prevenzione delle malattie cardiometaboliche a uno che riconosca l’attività fisica come strumento di salute globale, equità sociale e preparazione alle emergenze.
Le raccomandazioni concrete includono:
- Integrare l’attività fisica nei piani nazionali contro il cancro: solo il 47% dei 150 paesi con un piano oncologico nazionale include strategie di promozione dell’esercizio fisico, contro il 90% che include strategie antitabacco.
- Inserire l’attività fisica nei protocolli di preparazione alle pandemie, data la sua efficacia documentata nella riduzione della mortalità da malattie infettive.
- Garantire accesso equo al movimento nel tempo libero, riconoscendo che l’esercizio scelto liberamente ha effetti diversi – e spesso superiori – rispetto a quello imposto dalla necessità economica.
- Formare i medici a prescrivere l’attività fisica non solo per cuore e peso, ma anche per depressione, tumori e immunità.
In sintesi: muoversi regolarmente protegge il cuore, ma anche il cervello, il sistema immunitario e le cellule tumorali. I dati sono solidi. Quello che manca è la volontà politica di trasformarli in azione – e di farlo in modo equo, raggiungendo anche chi oggi non può permettersi di scegliere come muoversi.
Fonte: Salvo D. et al., “Physical activity for public health in the 21st century”, Nature Medicine, vol. 32, pp. 1479–1489, marzo 2026. DOI: 10.1038/s41591-026-04237-5