di Riccardo Segato

Per i sudditi di Sua Maestà non ci sono più scuse. Per combattere il diffondersi di obesità e diabete, infarto e ictus, e per abbattere i costi sociali che queste malattie comportano, il suggerimento è uno solo: mangiare mediterraneo. È così per medici del PMJ, non ancora per il Minestro della Salute inglese, che pur riconoscendo l’allerta sociale rappresentato dalle malattie cardiovascolari, preferisce scelte meno nette a riguardo dell’alimentazione negli ospedali

cambio della guardia

Su una cosa sono d’accordo, gli autori dell’editoriale apparso di recente sul Postgraduate Medical Journal (PMJ) e il National Health Service (NHS), l’equivalente del nostro Ministero della Salute. E la cosa sulla quale sono d’accordo è che è ora di attivarsi in maniera più efficace per contrastare l’obesità e l’accumulo di calorie che vengono metabolizzate attraverso quello che i sudditi di Sua Maestà la Regina mangiano e bevono. Ma, mentre i medici della prestigiosa rivista, citata spesso dalla BBC per le prese di posizione coraggiose che assume in materia di sanità pubblica, il governo, per bocca dei suoi esponenti del dicastero della Salute, sembra segnare il passo. Infatti, nell’editoriale surriferito, gli autori danno indicazioni precise su cosa bisogna fare, e cioè introdurre un regime alimentare ispirato alla dieta mediterranea. Di contro, il NHS, pur riconoscendo l’urgenza del problema, circa le soluzioni sembra preferire mantenersi nel vago. “La soluzione per una corretta alimentazione è più di una, e il consiglio del dicastero della Salute pubblica inglese – si legge in una nota ufficiale – è quello di mangiare in abbondanza pane, riso, patate e altri cibi ricchi di amido; inoltre mangiare molta più frutta e verdura, limitare il consumo di latte e derivati, abbassare il consumo di carne rossa, alla quale è da preferire il pollame e il pesce, i legumi e altre fonti alimentari prive o povere di grasse animali”. Il che, a più di un osservatore attento, è parso una presa di posizione un po’ sfuggente, e soprattutto che non impegna, per esempio, a rivedere in senso restrittivo quello che viene offerto nelle mense degli ospedali e che viene consumato sia dai pazienti sia dai loro famigliari, ma anche dal personale medico e da quello infermieristico. Da tempo gli ospedali inglesi si avvalgono di un servizio in outsourcing per i pasti interni. Ma mentre l’NHS non sembra porsi il problema sulla bontà di quello che questo servizio offra, gli editorialisti considerano che il buon esempio debba proprio venire dagli ospedali, e invitano chi di competenza a sospendere i contratti in essere o, quanto meno a rivedere nel merito la proposta alimentare che questi contratti comportano in termini di cibo e piatti cucinati. In altre parole, il NHS non menziona nello specifico mai la dieta mediterranea, che invece gli autori dell’editoriale vorrebbero introdotta a partire proprio dalle mense degli ospedali. Forse che la dieta mediterranea rappresenti un ostacolo per la complessa realtà inglese e, di conseguenza, per l’NHS sia meglio prenderla un pochino più alla lontana quanto a consigli su cosa mangiare in ospedale come altrove? Certo che non deve essere facile mettere d’accordo tutti senza scontentare nessuno, in un Paese, come l’Inghilterra, in cui convivono culture diverse con tradizioni alimentari di forte impatto sulle singole comunità. Si pensi solo alla forte richiesta di cibo Halal per i musulmani, di quello Kosher per gli ebrei, del cibo indiano per la cospicua comunità omonima, oltre che di cibo tradizionale per gli inglesi. Che questa ipotesi del non osannare troppo la dieta mediterranea a discapito delle altre sia quella corretta, sembra suggerirlo il sito Internet dell’NHS.  Infatti, per trovarvi una citazione esplicita della dieta mediterranea, nella rubrica “Food, drink e nutrition”, bisogna scorrere molte pagine di post. Strano, visto che invece questa dieta è in auge fra medici e nutrizionisti. Infatti, gli editorialisti del PMJ sembrano insistere per una proposta a senso unico. Il diktat per loro è di mangiare più frutta fresca e vegetali, consumare più legumi, cereali integrali e olio di oliva, avere maggior confidenza con noci e nocciole, pollame e pesce, di contro a una riduzione drastica di carni rosse, grassi animali, dolciumi e bevande zuccherate. Si tratta di un atout vero e proprio a favore della dieta ispirata all’alimentazione delle popolazioni di Francia del Sud, Spagna mediterranea, Grecia e Italia costiera, di cui lo scopritore degli effetti benefici è stato un medico americano, Ancel Keys, che tuttavia, ironia della sorte, ha insegnato a lungo all’università di Oxford in Inghilterra. E proprio dall’Inghilterra Keys era partito insieme alla moglie, medico anche lei, a metà degli anni Cinquanta, su invito di un collega italiano, per recarsi a Napoli e indagare come mai, infarto e ictus avessero un impatto quasi nullo sulla popolazione partenopea, a differenza di ciò che accadeva nei pazienti inglesi e statunitensi, molti dei quali erano affetti da malattie cardiovascolari e del metabolismo come il diabete. A Napoli Keys fece la scoperta, collegando il basso impatto delle malattie cardiovascolari sulla popolazione con quello che veniva consumato a tavola. Un dato questo che poi ebbe modo di studiare analiticamente a livello epidemiologico facendo un’indagine sistematica fra incidenza delle malattie cardiache e ciò di cui le popolazioni mediterranee si nutrivano, per confrontare lo stesso dato, ovvero il rapporto fra alimentazione e malattie cardiovascolari, fra le popolazioni dell’Europa continentale e quella degli Stati Uniti.

I firmatari dell’editoriale apparso sul PMJ, tutti medici di chiara fama, non solo consigliano la dieta mediterranea come il regine alimentare da preferire per abbattere le conseguenze di infarto del miocardio, ictus cerebrale e malattie delle arterie agli arti inferiori, ma suggeriscono chiaramente che la dieta mediterranea è da preferire di gran lunga alle diete ipocaloriche bastate su farmaci e integratori alimentari. Circa la bontà di questa scelta, uno dei firmatari dell’articolo citato, il cardiologo Aseem Mahorta, ha dichiarato al giornalista della BBC che l’ha intervistato che “è molto più responsabile dire alla gente di sforzarsi di mangiare cibo nutriente e sano, giacché a questo riguardo le evidenze scientifiche sono addirittura schiaccianti”.

Il che ha fatto felice il responsabile del National Obesity Forum, il professor David Haslam, il quale, dopo aver pubblicamente ringraziato gli autori dell’editoriale, ha aggiunto: “C’è caloria e caloria, ed è un ingenuo chi crede che il sistema neurologico e quello ormonale rispondano sempre allo stesso modo alle sostanze ingerite con la dieta”. Detto questo, anche il prof. Haslam è favorevole alla politica di rivedere in senso restrittivo la concessione di esercizio per punti vendita dei “fizzy drink” (bevande zuccherate) e dei ristoranti fast food negli ospedali. In queste postazioni, presso le quali si rivolgono sia malati sia i loro parenti, viene fatto un commercio del cosiddetto “junk food” (cibo spazzatura) con un’acquiescenza imbarazzante da parte delle istituzioni sanitarie. Tant’è che, a giudizio del prof. Haslam, rinnovare gli attuali contratti d’esercizio ai fast food senza rivedere le proposte alimentari, equivarrebbe a mantenere in vita una sorta di campo minato legalizzato negli ospedali.

Un altro dei firmatari dell’editoriale, il professor Stephenson, sempre a riguardo di quello che si mangia negli ospedali inglesi, ha dichiarato che il servizio pasti negli ospedali ha il potere di influenzare l’opinione pubblica, a seconda di com’è, se buono o cattivo, precisando “noi [classe medica] non ci sogniamo di lasciare che la gente beva alcol o fumi senza far presente quali siano i danni per l’organismo, sicché ritengo incomprensibile un atteggiamento compiacente a riguardo del consumo di cibi che sono causa di un sacco di problemi per la salute”.

L’articolo succitato suggerisce anche di adottare la dieta mediterranea come terapia nel post infarto, citando le evidenze scientifiche secondo le quali tale dieta si è dimostrata tre volte più efficace delle statine nella riduzione della mortalità, grazie a un sensibile abbattimento dei valori di colesterolo LDL, quello che comunemente viene definito “colesterolo cattivo”.

Che, alla lunga, questo continuo insistere sulla prevenzione alimentare sia utile, non ultimo a livello divulgativo, proprio per insegnare all’opinione pubblica inglese a crearsi delle alternative a tavola, è dimostrato dai commenti all’articolo della BBC da cui abbiamo preso le mosse. Nei commenti, molti sembrano recepire la lezione, sebbene – come noto – fra il dire il fare c’è sempre di mezzo il mare… nel caso di specie il mar d’Inghilterra.

A dire di Woody, non ci sono più scuse per non adottare uno stile di vita più salutare in UK. Il clima non è una scusa; il clima inglese non è diverso da quello di Paesi come la Scandinavia, la Germania, l’Olanda. La differenza è che la Gran Bretagna ha a disposizione molto più cibo fresco e a basso costo, per cui non approfittarne è doppiamente irragionevole. Per LippyLippo, invece, il problema sono le diete, ovvero non incasinarsi con esse, sebbene molto facciano le abitudini alimentari, quelle sì difficili da sradicare: “Se fin da bambino sei stato educato a mangiare pesce, verdura, noci e olio di oliva, allora tutto è più facile; ma se non è così, finirai per mangiare schifezze tutti i giorni senza nemmeno rendertene conto, e questo è un atteggiamento che prima o poi si paga”. Ci sono anche gli “euroscettici” del comparto agro-alimentare, per così dire, come Addcoman, per il quale la dieta mediterranea va bene nel bacino del Mediterraneo, ma non appena ti sposti verso un clima più freddo, c’è da scommettere che non funziona più. Infine, chi come Gonga, sposa l’idea della dieta mediterranea ma basata sull’equilibrio dei macro nutrienti che sono carboidrati proteine e grassi, che consentirebbe di lasciare la tavola senza aver prima spazzolato via tutto, purché, in aggiunta alla dieta, ci si ricordi di fare esercizio fisico, senza il quale è difficile mantenere un buon equilibro fra cibo e salute. Da ultimo, il commento di food4thought, che meriterebbe un pacco di pasta e olio di oliva gratis recapitato a casa dall’Italia, per il bene che dice della dieta mediterranea. Proviamo a tradurre letteralmente. “Mia madre ha avuto un infarto sette anni fa. Prima di dimetterla i medici volevano impiantarle quattro by-pass ma lei ha detto di no. Tornata a casa, si è limitata a controllare molto quello che mangiava. Ha tolto completamente lo zucchero e introdotto molta più frutta fresca e verdura, accanto a molto più pesce e all’olio d’oliva come condimento. Un anno fa il dottore le ha detto che non morirà d’infarto. Roba da fare causa al NHS e chiedere un risarcimento di almeno 20mila sterline!”

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