Quando si comincia una terapia antipertensiva, bisogna valutare con grande attenzione i farmaci che si utilizzano a seconda se il paziente è uomo o donna. A sostenerlo uno studio italiano pubblicato di recente sulla rivista “Hypertension”.
Lo studio è stato coordinato dal professor Raffaele Bugiardini del Dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna. Nello specifico del lavoro si è evidenziato come le donne in terapia con farmaci beta-bloccanti per il trattamento dell’ipertensione senza precedenti di malattie cardiovascolari sono più a rischio di scompenso cardiaco se colpite da un infarto del miocardio.
Gli autori sono arrivati a queste conclusioni dopo aver analizzato i dati relativi a 13.764 pazienti di 12 paesi europei, tutti con una diagnosi di ipertensione arteriosa e senza precedenti di storia di malattie cardiovascolari. Nello studio si è riusciti a evidenziare che le donne ricoverate in ospedale per infarto del miocardio hanno in media un rischio del 4,6% in più rispetto agli uomini di sviluppare uno scompenso cardiaco acuto.  Quelle colpite dalla tipologia più grave d’infarto del miocardio, inoltre, noto come STEMI ovvero infarto miocardico con elevazione del segmento ST, hanno una probabilità ancora maggiore rispetto agli uomini (+6%) di sviluppare lo scompenso.
Lo scompenso cardiaco è la seconda causa di ospedalizzazione dopo il parto. È una patologia che si caratterizza per la presenza di sintomi e manifestazioni fisiche determinate dall’incapacità del cuore di assolvere alla normale funzione contrattile di pompa e soddisfare il corretto apporto di sangue a tutti gli organi. Si rilevano 4-5 pazienti ospedalizzati ogni 1000 abitanti. Si conta una prevalenza nella popolazione generale del 1-2%, mentre negli over 65 è del 6,4%. L’incidenza di nuovi casi nella popolazione generale è dello 0,2% per anno, e negli over 85 dell’4%. Se si considera che la mortalità di tutti i pazienti – uomini e donne – che hanno sviluppato uno scompenso cardiaco dopo l’infarto è circa sette volte maggiore di quelli che non lo hanno sviluppato, appare evidente come per le donne sviluppare o meno uno scompenso possa incidere in modo determinante sulla loro sopravvivenza.
I beta-bloccanti sono farmaci in grado di ridurre la pressione arteriosa: non sono considerati come trattamento di prima linea per questa malattia, ma sono comunque utilizzati senza che venga fatta alcuna differenza nella prescrizione fra uomini o donne. Dopo una diagnosi di ipertensione in una donna, in prima battuta si dovrebbero scegliere farmaci diversi dai beta bloccanti, soprattutto in assenza di altre patologie cardiovascolari e la pressione dovrebbe essere regolata anche attraverso la prescrizione di dieta ed esercizio fisico. «Le ricerche realizzate in passato sugli effetti dei farmaci beta-bloccanti si basavano su studi in cui i partecipanti erano in maggioranza uomini: noi abbiamo invece cercato di esaminare in che modo il sesso dei pazienti che fanno uso di questi farmaci potesse influire sulle complicanze di un infarto del miocardio, specificamente sullo scompenso cardiaco, che a tutt’oggi determina la morte di circa un paziente su quattro», spiega Raffaele Bugiardini, professore di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università di Bologna che ha guidato il gruppo di ricerca. «Le donne sono storicamente sottorappresentate nella maggior parte degli studi clinici sull’ipertensione arteriosa; è invece importante che in futuro ci sia una partecipazione equa di pazienti maschi e femmine, in modo da fare luce sulle disparità esistenti e sui trattamenti da mettere in campo di conseguenza: è tempo di realizzare che le donne non sono dei piccoli uomini, e che quindi necessitano di interventi medici differenziati».
Da questo studio appare evidente quanto sia importante implementare e puntare su un più adeguato sviluppo della medicina di genere, cioè di una medicina che si occupi delle differenze biologiche tra i due sessi e della loro influenza sullo stato di salute e di malattia, tenendo ben presente che sullo stato di malattia nei due sessi pesano anche i fattori ambientali, sociali e culturali che distinguono un uomo da una donna. «Ci sono certamente fattori che devono essere studiati in modo più approfondito per capire le motivazioni alla base della disparità evidenziata nel nostro studio: è possibile che l’aumento del rischio di scompenso cardiaco per le donne sia dovuto ad un’interazione tra l’assetto ormonale e la terapia beta-bloccante» suggerisce Bugiardini. «Queste pazienti sono trattate a piene dosi per la terapia ipertensiva; quando si crea una drastica diminuzione della funzione cardiaca a seguito dell’infarto miocardico, la dose di beta-bloccante è eccessiva, specialmente per le donne, che sono meno tolleranti perché hanno un maggior assorbimento del farmaco e una minore distribuzione, legata alla loro superficie corporea» chiarisce ancora l’esperto.
«Non conoscere in che modo la risposta ai farmaci possa variare in base al sesso dei pazienti e quali siano i meccanismi che portano le donne a morire di infarto più di frequente rispetto agli uomini è un’inaccettabile mancanza e un’opportunità persa per costruire un welfare migliore e una comunità con un più elevato livello di salute» conclude Bugiardini.

Raffaele Bugiardini, professore di Malattie dell’apparato cardiovascolare
all’Università di Bologna, e colleghe.

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