Quando Tarrou scopre le carte con il dottor Rieux e mette in fila i motivi per cui si sta prodigando per gli altri durante le peste di Orano  scoppiata in quell’interminabile periodo del 194… che stanno vivendo, confessa che lo fa per compassione e per amore di conoscenza. Compassione è presto detto, non parendogli accettabile che tanti innocenti, fra i quali vecchi e bambini, passino a miglior vita fra atroci sofferenze. Ma conoscenza? Farsi esperti, andare in profondità nei processi che governano il mondo è di per sé un bisogno sorretto da una necessità etica basilare. Più conosciamo un fenomeno in maniera oggettiva, più siamo in grado di dominarlo e, quando si tratta di un’epidemia, come la peste che, nella finzione del romanzo, colpisce la città algerina, e più è probabile riuscire ad arrestarne il contagio.

Nel 194… non c’era Internet, e le poche informazioni che trapelavano erano ricavabili dalle affissioni comunali che il prefetto, in osservanza dei pareri medici, promulgava fra mille incertezze e reticenze, temendo di favorire dei comportamenti impanicati anziché virtuosi. La stampa cittadina era per lo più ossequiosa delle veline del potere, ragion per cui neppure i giornali erano di grande aiuto nella formazione di una coscienza critica nell’opinione pubblica. C’erano i gruppi dei volontari organizzati da Tarrou che facevano il resto ma anch’essi si muovevano e agivano in base alle conoscenze condivise del fenomeno. Si sapeva che la peste si era  diffusa per il tramite delle pulci dei ratti. A causa della moria degli ospiti, le pulci avevano permesso al “microbo” di fare il cosiddetto salto di specie trasferendosi nell’uomo, dove albergavano in indumenti e suppellettili. Dal che le persone erano edotte che dovevano elevare il livello di igiene personale e domestica; che nelle case dove vi era stato un appestato, il resto della famiglia doveva sottoporsi a un periodo di quarantena in ambienti asettici che le autorità preposte cercavano di individuare e poi, fra non poche difficoltà, mettevano a disposizione.

Quando, verso la fine del suo intero ciclo, prima di recedere in maniera inspiegabilmente spontanea, la peste da bubbonica si fa polmonare, il livello di allerta del contagio diventa più stringente ma non al punto da imporre un lockdown tipo quello di odierna memoria a causa del coronavirus, la cui trasmissione, come noto, avviene, anch’essa, attraverso le vie aeree. Gli abitanti di Orano sanno che coloro che incontrano per strada o dal tabaccaio rischiano di essere infetti e di costituire un veicolo di contagio, eppure tutti quanti sembrano far finta di niente e, cosa ancora più sorprendente, nessuno sembra disposto a recedere dalle vecchie abitudini. Tutti conducono la stessa vita sociale di prima del contagio, pur all’interno,  questa volta, di una città completamente isolata dal resto del Paese, dalla quale nessun può entrare e nessuno può più uscire.

Una leggerezza comportamentale, questa, da imputare a Camus, a quel poco dei rischi da contagio che si sapeva ai tempi in cui il romanzo è stato scritto (1947) o si tratta di un fatto voluto e dal significato particolare? In epoca di coronavirus cogliere l’apparente contraddizione fra un’epidemia in corso e i costumi sociali che non mutano ci sembra quanto meno scontato e doveroso. Ebbene, perché nella “Peste” la gente continua a fare vita sociale, al punto che non vi si sottrae neppure quando, durante una rappresentazione teatrale, il mattatore cade sul palco stecchito, e il pubblico presente si limita a lasciare con ordine il teatro gremito e va a stordirsi di alcol nel primo caffè notturno dei tanti sempre aperti e pieni di un’umanità incline alla sbronza triste?

Per chi scrive, la spiegazione potrebbe essere la seguente. La vita melliflua e disordinata che si continua a fare di notte fra fiumi di alcol e saturnali è una metafora di quanto potente e seduttivo sia il contagio della peste come metafora del male assoluto. Della responsabilità della peste nessuno può davvero chiamarsi fuori. Tutti partecipano alla vita notturna  che, come il piano inclinato della montagna per Sisifo, rende vana la fatica che viene fatta di giorno. Se la peste come allegoria di corruzione profonda nel libro di Camus coincide con il totalitarismo-nazismo, le abitudini notturne ci ricordano che di fronte a questi mali epocali un terreno di coltura e connivenza  fatica a venir meno, anche quando la lotta si fa  senza quartiere, anche fra coloro che, come le squadre di volontari che presiedono alla logistica capitanate da Tarrou, alter ego dei gruppi partigiani che hanno dato vita alla Resistenza, rischiano ogni notte di cadere vittima del “microbo” e allargare così, a loro volta, le maglie del contagio.

È come se alle mollezze suadenti del potere si possa resistere soltanto attraverso uno sforzo di volontà. Già, la volontà, l’altro caposaldo del punto di vista di Tarrou che, insieme alla memoria «erano tutto quello che l’uomo poteva guadagnare al gioco della peste e della vita».

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