La prima cosa che un mio parente mi ha detto, la volta in cui ci siamo rivisti, è stata che guarire dal Covid è stata dura. Subito dopo ha preso a sfogarsi per come l’hanno trattato. Si riferiva ai vicini e a tutti quelli che, incrociandolo per strada non appena è tornato a uscire di casa, gli hanno intimato, più che chiesto, di non avvicinarsi troppo, prima ancora di salutarlo e felicitarsi per lo scampato pericolo. Lui, incerto sulle gambe e non ancora in pieno possesso di tutte le facoltà intellettive, qualcuno l’ha mandato a quel paese, e non solo idealmente. Se la mascherina ce l’aveva? Non se la leva più! Ormai è diventata una protesi della faccia. Al momento di visitarli, durante i venti giorni di trascorsi nel reparto Covid del Policlinico San Matteo di Pavia, i medici si raccomandavano che tutti i degenti l’avessero sempre al suo posto. Così indossarla per lui è diventato una specie di riflesso condizionato. Ecco perché, dopo la brutta esperienza del coronavirus, aver rischiato di lasciarci la pelle, ci mancava solo di essere additato come un appestato ora che è guarito. Il mio parente non ci sta, tanto più che, se non fosse troppo avanti con gli anni, avrebbe livelli di anticorpi tali da donare il sangue ai malati di Covid che al San Matteo curano con la terapia del plasma, cosa che gli avrebbero confermato i medici al momento della dimissione. E adesso? Adesso, a parte la glicemia ancora alta, dopo essere schizzata alle stelle per via di tutto il cortisone che gli hanno somministrato in ospedale, ha il problema delle gambe. Le gambe non lo reggono più come prima: se si abbassa, gli serve un punto di appoggio su cui fare forza con le braccia per riguadagnare la posizione eretta. Infine i polmoni, da tenere sotto controllo chissà fino a quando.

È ancora presto per capire quali e di che entità sono le complicazioni della prognosi di chi è stato travolto dal coronavirus, tuttavia qualcosa sembra di poter affermare come un fatto certo. Per esempio, un terzo dei guariti rischia di avere problemi respiratori cronici, sulla base degli esiti fibrotici, cioè le cicatrici causate dal virus. È quanto afferma uno studio che si basa sui dati di follow-up dei sopravvissuti, i cui risultati sono stati resi noti dalla Società Italiana di Pneumologia, che invita a potenziare le Pneumologie in previsione dell’emergenza sanitaria post Covid. Tanto per cominciare, sarebbe necessario rendere più snelli i percorsi di riabilitazione respiratoria. A Pavia sono attivi già dalla fine aprile, quando si è capito che il problema persisteva. A far scattare l’allarme, il riscontro dello stesso tipo di difficoltà respiratorie nei giovani, con un incidenza stimabile del 30%, come ha dichiarato Angelo Corsico, direttore della Pneumologia del San Matteo di Pavia, a “Quotidiano sanità”. Qual è il percorso per questi pazienti? A seguito di un esame radiografico del torace, sono a disposizione il test da sforzo della funzionalità respiratoria, radiografie ripetute e, per i casi, più gravi, la TAC toracica allo scopo di rilevare l’entità della pneumopatia interstiziale o l’embolia polmonare. Tutti questi pazienti guariti dal Covid-19 ma con sintomatologia polmonare ancora in corso vengono inseriti in programmi di riabilitazione polmonare.

Che Covid e polmoni abbiano avuto un rapporto difficile fin dagli esordi, lo confermano anche i cosiddetti casi Covid-like: pazienti negativi al tampone ma con la classica polmonite bilaterale interstiziale prodotta dal virus che emerge solo con la Tac oppure con il bronco-lavaggio: si inietta acqua nei polmoni e poi il liquido viene analizzato – nei casi positivi si riscontra l’acido nucleico del virus.  A quanto pare, casi di questo tipo sono posteriori rispetto a quanto si registrava in marzo-aprile quando si era in piena emergenza ed era oggettivamente più difficile soffermarsi più del consentito sui casi dubbi, come afferma Raffaele Bruno, primario di malattie infettive al Policlinico di Pavia, in una dichiarazione riportata dal quotidiano “Provincia pavese”. Si tratta di casi di estrema importanza clinica, chiosano gli esperti, perché hanno costretto i clinici a uno sforzo ulteriore in sede di diagnosi.

Infine ci sono i casi di chi è passato per le forche caudine dei ventilatori. Ricerche da tutto il mondo scoprono che funzioni ordinarie come deambulare e deglutire rischiano di essere reimpostate ampiamente in chi è stato per giorni sedato e intubato per compensare l’organismo dell’insufficienza respiratoria che il virus ha scatenato. Non è il caso del mio parente, che pur essendo entrato in ospedale a causa di una saturazione dell’ossigeno troppo bassa, non è mai finito sotto il ventilatore. A suo dire, perché troppo vecchio: quando a marzo l’hanno ricoverato in piena emergenza, i pochi ventilatori disponibili erano per i pazienti più giovani e con un quadro clinico migliore del suo. O perché non era strettamente indispensabile, viene da pensare, altrimenti come avrebbe fatto a guarire?

È il caso, invece, di Diana Aguilar, ricoverata d’urgenza il giorno 18 marzo al Robert Wood Jhonson Hospital, Somerset, New Jersey, come riferiscono le cronache dagli USA (cfr. Bloomberg News). Diana, 55 anni, ispano-americana, è uno delle migliaia di casi, tra gli oltre 1 milione e 300 mila complessivi, stando al bollettino Usa del 28 maggio, a essere finita nei reparti ICU (Intensive Care Unit) per essere sottoposta a ventilazione artificiale. Dopo dieci giorni di coma Diana riprende conoscenza e a poco a poco riprende a respirare senza l’aiuto delle macchine. L’euforia del risveglio è funestata dalla notizia che, da qualche giorno, sotto i macchinari della ICU è finito anche suo marito, 64 anni. Entrambi guariti, vengono dimessi dall’ospedale a metà aprile. Diana è ancora molto debole, ha il fiato corto e fatica a deglutire. In più, ha l’incubo dei polsi legati alle spalliere del letto. Risale a quando, risvegliandosi dal coma, ha scoperto che per respirare l’avevano attaccata a una macchina dalla quale non doveva staccarsi per nessun motivo. Specie a causa di un suo riflesso incontrollato.

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