di Cristina Mazzantini

Non è vero che il limite di sale giornaliero deve essere inferiore a 5 grammi al giorno. Lo sostiene un discusso editoriale apparso su ‹‹Lancet›› nel maggio scorso. Andando contro le attuali raccomandazioni internazionali, gli autori dell’articolo affermano che la dieta iposodica potrebbe non essere salutare e che l’assunzione elevata di sale sarebbe nociva solamente alle persone affette da ipertensione

Che il sale in eccesso potesse nuocere al cuore sembrava un dato ormai assodato per tutti. Esiste, infatti, una ponderosa letteratura scientifica che mette in stretta correlazione l’“abuso” di sodio con l’incremento di malattie cardiovascolari come ictus e infarto nella popolazione mondiale (specialmente nei Paesi più sviluppati economicamente). Per evitare che ciò accada e per ridurre la mortalità da eventi cardiaci, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sulla base di solide evidenze scientifiche, raccomanda un consumo giornaliero di 5 grammi di sale (più o meno quelli contenuti in un cucchiaino da tè) che corrispondono a circa 2 grammi di sodio. Questo consiglio però è ancora disatteso dalla maggioranza delle persone. Il consumo di sale medio nel mondo è superiore ai 10 grammi. Fin qui nulla di nuovo. Allora, dove è la novità? Ad andare controcorrente è uno studio canadese per cui il ridurre i consumi di sodio potrebbe essere dannoso in chi ha valori pressori normali. Qual è il problema? Il lavoro è stato pubblicato dall’autorevole rivista scientifica inglese ‹‹The Lancet›› (20 maggio), e ha avuto subito una risonanza mondiale. Il testo riporta i risultati di uno studio, condotto da un gruppo di ricercatori canadesi della McMaster University, sull’associazione tra l’apporto alimentare di sodio di alcuni campioni di popolazione e l’incidenza di eventi e morti cardiovascolari. Andando contro le attuali raccomandazioni internazionali, gli autori affermano non solo che la dieta iposodica potrebbe non essere salutare (o addirittura aumentare il rischio mortalità e far andare incontro a malattie cerebro e cardiovascolari), ma anche che l’assunzione elevata di sale sarebbe nociva solamente alle persone affette da ipertensione.

Dall’analisi dei dati relativi a 133.118 persone (63.559 con ipertensione e 69.559 senza ipertensione), provenienti da 49 Paesi, risulterebbe l’associazione di un basso consumo di sodio con un aumento del rischio cardiovascolare e morte sia in presenza sia in assenza di ipertensione. Un alto consumo di sodio (superiore a 7 grammi), confrontato con un consumo moderato, sarebbe associato a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari e morte solo nella popolazione ipertesa, mentre non ci sarebbe tale associazione nella popolazione normotesa. «Questi dati suggeriscono che la politica di riduzione dell’assunzione di sodio va indirizzata solo alle popolazioni con ipertensione che hanno una dieta ad alto contenuto di sodio», concludono gli autori.

Com’è ovvio, tali dati non sono passati sotto silenzio e la notizia si è diffusa. Tanto è vero che ‹‹The Lancet›› è stata oggetto, fin dalle prime ore dalla pubblicazione, di una serie di repliche molto accese da parte di varie fonti, inclusa l’American Heart Association, per aver pubblicato – a loro dire – un lavoro frutto di una ricerca di pessima qualità con delle conclusioni e delle proposte infondate e, potenzialmente, molto pericolose.

In considerazione dell’importanza della posta in gioco, la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) e il Gruppo di lavoro per la Riduzione del Consumo di Sale in Italia hanno ritenuto necessario esprimere chiaramente il proprio giudizio assolutamente negativo sulla qualità dello studio in oggetto, nonché la sua totale inadeguatezza a descrivere la relazione esistente tra eccesso di sodio alimentare e malattie cardiovascolari.

Per capire meglio la posizione italiana abbiamo sentito il professor Pasquale Strazzullo, presidente della SINU e direttore dell’Unità Operativa Complessa (U.O.C.) di Medicina d’Urgenza e Ipertensione presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli. «Dobbiamo prendere una posizione netta di condanna su questo lavoro che potenzialmente è molto pericoloso. Rappresenta un attacco alle politiche sulla riduzione del consumo di sale che dovrebbero essere presenti in tutti i Paesi europei.  Direi qualcosa in più: di fatto è un attacco alla stessa prevenzione primaria dell’ipertensione», prosegue l’esperto, sottolineando che: «in poche parole la situazione è paradossale: consigliando a chi non ha patologie di assumere molto più sale di quanto raccomandato, si rischia che ci siano molti più ipertesi in futuro».

Professor Strazzullo, come risponde a tutti coloro che, dopo aver letto lo studio canadese, si potrebbero essere chiesti: chi ha ragione? Meglio mangiare meno sale o si può continuare con i nostri abituali standard? 

«Rispondo ricordando la replica della Società Italiana di Nutrizione Umana, da me presieduta, sul fatto che lo studio canadese non è da ritenersi valido perché avrebbe commesso diversi gravi errori».

Di che tipo? 

«Li riassumerei in cinque punti. Il disegno generale dello studio risulta inadeguato perché è basato sull’analisi di dati raccolti in precedenza per studi di intervento farmacologico e non per ricerche in ambito nutrizionale. Il campione dello studio, tra l’altro, è composto indistintamente da individui di nazionalità completamente diverse, senza tener conto del fatto che culture e stili di vita differenti sono in grado di influenzare profondamente il risultato delle analisi. Al punto secondo, che gli individui presi in considerazione non si differenziano solo per nazionalità, ma anche per peculiarità di salute. Molti dei partecipanti allo studio, infatti, erano soggetti ad alto rischio cardiovascolare in quanto ipertesi, diabetici e/o dislipidemici, o addirittura già colpiti da infarto o scompenso cardiaco, quindi sottoposti a intense terapie farmacologiche, incluso diuretici ad alte dosi. Eppure lo studio non prende in considerazione questa variabile. Terzo punto, per calcolare il sodio nelle persone coinvolte nello studio è stata effettuata una singola raccolta urinaria a digiuno al mattino, ma questo sistema è totalmente inadeguato. L’escrezione di sodio nelle urine, infatti, varia purtroppo notevolmente nel corso della giornata. Addirittura, sarebbero necessarie non una ma più raccolte nelle 24 ore per definire con una certa accuratezza il consumo di sodio medio di ciascuno di noi. Punto quattro, gli autori della ricerca dicono che consumare 5 grammi di sale al giorno è più dannoso che consumarne 12 o più (in contrasto con tutta l’evidenza disponibile in letteratura) ma, allo stesso tempo, sostengono anche che le minori assunzioni di sale sono collegate a una minore ipertensione. Questa paradossale contraddizione da sola smonta la validità dellintero studio, come sostiene la SINU. Infatti com’è possibile sostenere che sia preferibile avere valori di pressione più alti, quando tutti gli studi disponibili dimostrano che a valori pressori più alti corrispondono più casi di malattia e di morte? Infine l’ultimo punto, le persone con consumo di sale presuntivamente basso, cioè pari o inferiore a 5 grammi al giorno, sono di fatto molto poche in questo studio, per cui pochissimi in assoluto sono gli eventi cardiovascolari che le colpiscono: esattamente 35 (circa il 2% del totale degli eventi registrati). Su un numero così basso di eventi la possibilità di errore nella valutazione statistica è altissimo».

Professor Strazzullo, fin qui siamo d’accordo. Ma qual è la sua conclusione e quella della Società scientifica che rappresenta?
«Per i motivi analizzati la conclusione non può che essere il rigetto in toto delle affermazioni e delle proposte degli autori di questo studio, poiché seminano disinformazione e confusione nel tentativo di scardinare le politiche di riduzione dell’eccesso di sale nella dieta abituale che, sebbene faticosamente, si fanno strada ormai nella maggior parte dei Paesi a sviluppo più avanzato».

In che modo?

«Si tratta, di fatto, di un attacco alle politiche di prevenzione primaria: cosa comporterebbe un’accettazione delle proposte avanzate dagli autori di quest’attacco? Evidentemente un ulteriore incremento del numero di ipertesi (lo ammettono gli autori stessi) e di cardiopatici, pari già a molti milioni in tutti i Paesi, e dunque del numero di persone bisognevoli di farmaci per curare prima l’ipertensione e poi le sue conseguenze (infarto, ictus, scompenso cardiaco, insufficienza renale), con buona pace della spesa sanitaria. Come ribadito fin dalle prime ore dalla pubblicazione dell’articolo dall’American Heart Association, mai come adesso è indispensabile proseguire e incrementare, a vantaggio degli individui e della comunità, le misure in favore del miglioramento degli stili di vita e quindi della prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari e cronico-degenerative, in generale: tra queste misure una sana alimentazione e un basso consumo di sale costituiscono una pietra miliare».

Va ricordato infine che anche il Ministero della Salute ha preso una posizione ben decisa, diffondendo un comunicato in cui si legge: «Non bisogna poi dimenticare che diffondere conclusioni infondate può essere pericoloso sia a livello di popolazione (la disinformazione può generare confusione tra i cittadini) sia a livello di governance sanitaria. La riduzione del sale nell’alimentazione è, infatti, una delle priorità delle politiche nazionali e internazionali di prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili. In questa prospettiva, in Italia, il Piano nazionale della prevenzione 2014-2018 ha previsto lo sviluppo di interventi mirati alla riduzione del consumo di sale nell’alimentazione, impegnando le Regioni a raggiungere questo obiettivo».

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