di Riccardo Segato

Un nuovo compito per medici, operatori e manager sanitari: esiste la malattia con la sua sintomatologia acuta ed esiste il paziente nella sua globalità di persona con precise caratteristiche sociali, anagrafiche e anamnestiche, di cui prendersi cura prima che le malattie cronicizzino. In che modo? Attraverso una sanità più diffusa sul territorio, per facilitarne l’accesso agli anziani, che sono tanti! E la stragrande maggioranza dei quali è affetta proprio da malattie croniche

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In Italia una persona su cinque ha più di 65 anni, ci sono 154 anziani ogni 100 giovani e la vita media è di 83 anni, inferiore di un anno a quella del Giappone, il Paese con il più alto tasso di anzianità al mondo. È il dato statistico da cui hanno preso le mosse le riflessioni del congresso sulla longevità nei due Paesi che si è tenuto a Roma a Luglio. La giornata di studi è stata promossa, fra gli altri, dalla casa farmaceutica giapponese Shionogi, che impegna risorse nello studio della terapie finalizzate a migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da malattie croniche, di cui gli anziani, senza alcun dubbio, sono la fetta più grande.

Che il surriferito primato italo-giapponese non fotografi una condizione dovuta al patrimonio genetico delle due popolazioni è presto detto, giacché si stima che la genetica incida sulla longevità soltanto per il 30%, mentre il resto sia da ricercare nello stile di vita e nell’ambiente. “In questi due Paesi si nasce di meno e si vive più a lungo – ha dichiarato uno dei relatori, il professor Carlo Vergani, geriatra – è questo il combinato disposto che crea l’invecchiamento della popolazione. La nostra attesa di vita alla nascita è di 85 per le donne e di 80 per gli uomini. È un gap che si sta riducendo, agli inizi del secolo la differenza era di 6,2 anni. Gli ultracentenari sono 19 mila con un rapporto di donne-uomini di cinque a uno. A Verbania sul lago Maggiore, vive Emma Morano che ha 115 anni, la donna più vecchia d’Italia e d’Europa. Misao Okawa, la donna più vecchia del mondo, è morta in Giappone a 117 anni nell’aprile scorso”.

Un parallelismo che ha radici lontane, a cominciare dalla maniera tradizionale di alimentarsi, che produce gli stessi effetti benefici per la salute, soprattutto di cuore e arterie. Infatti, se l’Italia è il Paese che ha dato i natali alla dieta mediterranea, considerata ormai universalmente il regime di alimentazione più efficace per tenere sotto i livelli di guardia il colesterolo, il diabete e le malattie cardiovascolari connesse, come infarto e ictus, vivendo così più a lungo, il Giappone ha una tradizione alimentare che non è da meno. A ben vedere, il riso, la verdura, il pesce e la poca carne di cui si cibano gli altrettanto longevi giapponesi ebbe un entusiasta estimatore anche in Ancel Keys, colui che ha tenuto a battesimo gli studi scientifici sulla validità della dieta mediterranea. “È stata una vera fortuna che la nostra ricerca comparativa comprendesse l’Italia, la Spagna e la Grecia – ebbe a scrivere l’insigne epidemiologo americano – Se anziché focalizzarci su queste nazioni, avessimo scelto Giappone, Corea e Taiwan, molto probabilmente sarebbero emersi, sul piano scientifico, gli stessi risultati per quanto concerne la relazione fra dieta, colesterolo nel sangue e disturbi cardiaci, ma sarebbe stato molto più difficile far ricadere beneficamente questi risultati sulla salute degli americani. Sarebbero state sollevate molte critiche, suggerite dall’idea che la spiegazione della differenza nel tasso di colesterolo nel sangue e l’incidenza degli infarti è causata dalla diversità della razza mongola e quella caucasica [la prima è la razza dei giapponesi e delle altre popolazioni asiatiche menzionate, la seconda degli italiani e degli americani, ndr]. E a quel punto sarebbero sorti degli ostacoli insormontabili per persuadere gli americani a mangiare come i giapponesi, coreani o taiwanesi. Questi nostri cugini, agli occhi dei più, sono semplicemente degli alieni”.

L’invecchiamento della popolazione italiana si deve principalmente all’istituzione della sanità pubblica e ai connessi grandi interventi di salute su vasta scala, come le vaccinazioni e l’accesso agli antibiotici, ma anche all’aumento delle calorie nella dieta, alla depurazione e tutela delle acque, al miglioramento degli ambienti di vita.

In Italia, ci sono 22 milioni di occupati a fronte di 16 milioni di pensionati. Gli anziani rappresentano il 20% dell’intera popolazione ma da soli assorbono il 50% della spesa sanitaria. Nello specifico, questo 50% del welfare viene speso annualmente per la diagnosi e la cura delle malattie croniche non trasmissibili, prime fra tutte le malattie cardiovascolari, a seguire il diabete, il cancro e i disturbi respiratori cronici. Circa l’80% di queste malattie potrebbero essere prevenute eliminando alcuni fattori di rischio come il consumo di tabacco, le diete poco salutari, l’inattività fisica e il consumo eccessivo di alcol, ma senza un’adeguata prevenzione il loro peso sulla salute globale potrebbe crescere del 17% nei prossimi 10 anni. Queste sono malattie in aumento anche nei Paesi a basso reddito. Il più grave aumento è previsto per la regione africana (27%) e per il Mediterraneo orientale (25%), mentre il numero più alto di decessi si verificherà probabilmente nel Pacifico occidentale e nell’Asia sud-orientale.

“Ogni anno nel mondo muoiono 58 milioni di persone – ha affermato il professor Vergani – e il 60% di questi decessi è dovuto a malattie croniche non trasmissibili”. È su questo punto specifico che si attende un cambio di rotta a livello mondiale dai responsabili delle politiche sanitarie. Dal 2015 l’Onu ha messo al primo posto in agenda il controllo delle malattie croniche su scala planetaria. Per farlo, il diktat sembra essere quello della longevità sana (healty aging), da perseguire con un accurato programma di prevenzione ma soprattutto grazie a un cambio di mentalità della medicina globalmente intesa, che deve cessare di essere la cura della malattia acuta per diventare la cura “della complessità, centrata sulla persona, attraverso l’istituzione di una rete di servizi sul territorio”. Cosa in cui noi siamo messi meglio degli Usa, dove come è noto la spesa sanitaria non tiene in gran conto il welfare: “Gli Usa, che hanno una spesa sanitaria pro capite di 9 mila dollari, tre volte superiore alla nostra, hanno una vita media di 79 anni, inferiore di 4 anni alla nostra, e una mortalità infantile di 6 per mille nati vivi, il doppio della nostra. Si ritiene che ciò sia dovuto principalmente alla mancanza di medicina sul territorio, della doorstep, la medicina dell’uscio di casa”.

Tradotta al femminile, una longevità più attenta all’altra metà del cielo, deve fronteggiare le implicazioni cliniche delle malattie croniche con i disturbi e i cambiamenti connessi agli anni che passano. A cominciare da quando nella donna, alla soglia dei cinquant’anni, si affaccia l’arrivo del climaterio. Alla domanda di qual è l’impatto della menopausa nelle donne che hanno già altre comorbidità o che soffrono di malattie croniche come le malattie cardiovascolari e il diabete, ecco cos’ha risposto un altro dei relatori presenti, la professoressa Nicoletta Briglia, ginecologa: “La menopausa arriva mediamente intorno ai 50 anni, un’età in cui, per lo meno nel nostro Paese, la maggior parte delle donne è sana e attiva. Chiaramente la menopausa può determinare delle modificazioni di tutto l’organismo e quindi può rendere manifeste o peggiorare delle situazioni come l’ipertensione, per esempio, che in molti casi si riscontra per la prima volta proprio nel periodo subito dopo la menopausa, oppure alterazioni del quadro lipidico, con aumento del colesterolo e dei trigliceridi. In questi casi si deve prima di tutto continuare a trattare le patologie che già hanno, e poi, in generale, si possono curare la miriade di disturbi legati alla menopausa utilizzando i vari trattamenti previsti. Per esempio, la terapia ormonale sostitutiva è un trattamento che, laddove non vi siano controindicazioni, come per le donne con cancro alla mammella che non possono usare gli ormoni, può correggere la maggior parte dei sintomi legati alla menopausa, sia la sintomatologia immediata che insorge negli anni di transizione, come le vampate di calore, l’insonnia, le alterazioni dell’umore, i dolori articolari, i dolori ossei, sia patologie croniche dovute a carenza degli estrogeni che si instaurano man mano negli anni a seguire della menopausa, tra cui la più nota è l’osteoporosi. Ovviamente, una donna che abbia un elevato rischio tromboembolico, perché ha avuto trombosi venose o è ipertesa o ha altre problematiche correlate, non può curarsi con la terapia ormonale sostitutiva; in questi casi si può ricorrere ad altri preparati che agiscono sul singolo sintomo”.

In buona sostanza, una sanità più attenta alla donna che invecchia, capace di avviare politiche di profilassi distribuite sul territorio, in sintonia con questa idea innovativa di sana longevità.

Anche per le donne che hanno un’aspettativa di vita più alta degli uomini, la cura dei problemi legati all’invecchiamento sta facendo passi in avanti.

“La donna oggi non è ancora pronta ad “andare in pensione” e non è neppure dispensata dai suoi compiti familiari. Si tratta di una donna attiva anche professionalmente, che spesso sta facendo ancora carriera e si occupa ancora dei figli – ha commentato Andrea R. Genazzani, presidente della Società europea di ginecologia. – La ricerca medica ha trovato da tempo delle cure per il trattamento dei sintomi e delle conseguenze dovute alle carenze ormonali della menopausa, e oggi è diventata ancora più sofisticata, offrendo nuovi trattamenti terapeutici per quelle donne che non vogliono, o non possono, utilizzare ormoni anche per curare in maniera efficace alcuni sintomi come l’atrofia vaginale, sintomo negletto ma fortemente impattante per la qualità della vita, anche sessuale, della donna”.

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