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Circa la metà delle donne adulte convive oggi con una qualche forma di malattia cardiovascolare. Non è un dato solo americano: è la fotografia dei paesi sviluppati, Italia compresa. Eppure, sempre la metà delle donne non sa che le patologie cardiache rappresentano la loro principale causa di morte. Un paradosso che denuncia un fallimento collettivo: della medicina, della comunicazione scientifica e, in parte, di una cultura che ha a lungo trattato il cuore delle donne come un’appendice di quello maschile.

I dati, pubblicati nel marzo 2026 sulla rivista “Atherosclerosis” sulla base di ricerche condotte negli Stati Uniti, fotografano una realtà che gli esperti riconoscono come comune a tutti i paesi ad alto reddito. La percentuale è destinata ad aumentare nei prossimi decenni. Le cause classiche – ipertensione, colesterolo alto, obesità, diabete – sono note. Ma esiste un secondo livello di rischio, tutto al femminile, che la ricerca ha impiegato troppo tempo a riconoscere.

Per lungo tempo le donne sono state sistematicamente escluse dagli studi clinici sulle malattie cardiovascolari. Il risultato è stato un ritardo nella comprensione dei fattori di rischio specifici del sesso femminile, e strategie di prevenzione e trattamento modellate quasi esclusivamente sull’uomo. «Siamo ancora indietro nello sviluppo di strategie mirate per prevenire e trattare le malattie cardiache nelle donne», dichiara la dottoressa Nandita Scott, cardiologa di Harvard al Massachusetts General Hospital.

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