Due casi di cronaca nera, in questo dicembre 2021, già funestato dalla recrudescenza della pandemia, hanno riproposto un’altra notevole emergenza sanitaria. Quella dei malati di demenza che diventano un peso per i loro familiari spingendoli alla disperazione più truce. Stando appunto alla cronaca, in provincia di Chieti un pensionato di 74 anni avrebbe ucciso la moglie spingendola giù da un viadotto. Per lui era diventata ingestibile da quando l’Alzheimer ne aveva seriamente compromesso le facoltà mentali, è quanto trapelato dalle indagini in corso. Quasi negli stessi giorni, un anziano medico con la moglie affetta da una non meglio precisata forma di demenza, ha messo mano alla pistola che possedeva con regolare porto d’armi, e ha ucciso la propria consorte a causa della di lei ingestibilità patologica. Subito dopo il reo confesso ha provato a suicidarsi ma il figlio, un 45enne, intervenuto nel frattempo, l’ha bloccato e ha chiamato le forze dell’ordine.
Inutile dire che questi gesti estremi meriterebbero una riflessione ulteriore per la violenza di genere. Data l’alta frequenza con cui avvengono nel nostro Paese, non è estranea una certa subcultura maschilista a fare da denominatore comune, indipendentemente dalle motivazioni omicide. Una subcultura da “Codice rosso”, dal nome delle recenti norme legislative introdotte nel Codice penale affinché agiscano da deterrente contro i femminicidi, il revenge porn e lo stalking. Mentre, nel secondo caso, allarma il fatto che la maggior parte dei femmicidi avvengano per mano armata di uomini che posseggono un regolare porto d’armi, ragion per cui forse sarebbe il caso di inasprire le norme sulla detenzione e l’uso delle armi, onde prevenire il loro utilizzo improprio contro, per lo più, donne inermi.
Per alleggerire un po’ il tema e allo scopo di proporlo all’interno degli argomenti che solitamente trattiamo sulla nostra rivista, ci piace ricordare che molte forme di demenza hanno origine vascolare. Sono insulti cerebrali che si sviluppano in seguito a malattia cardiovascolare, pertanto a differenza di altre forme di demenze che non lo sono, le forme vascolari si possono prevenire al pari di qualsiasi altra malattia che affligge cuore e arterie. Non ha origine vascolare il morbo di Alzheimer. Infatti, nel 99% dei casi, l’Alzheimer è legato all’alterazione del metabolismo di una proteina, (detta APP) che, per ragioni ancora non chiare, prende una via sbagliata e porta alla formazione di una sostanza neurotossica – la beta amiloide – che accumulandosi lentamente nel cervello porta il cervello a una morte neuronale progressiva. Il morbo di Alzheimer copre il 60-80% dei casi di demenza. Subito dopo viene la demenza vascolare. Quella, per capirci, che si sviluppa in seguito a un danno cerebrale, da un’ischemia o dalla forma più grave e debilitante di questa, classificata come ictus.
Quanto ai fattori di rischio cardiovascolare, quelli accertati sono ipertensione, eccessivo consumo di alcol, fumo, obesità e scarsa attività motoria. A questi se ne aggiungono altri di più chiara matrice socioculturale: la bassa scolarità, l’isolamento sociale e l’inquinamento dell’aria. Curioso che la bassa scolarità sia un fattore di rischio per la demenza. A parere degli esperti, chi studia e tiene il cervello allenato, attiva maggiormente le proprie sinapsi, ovvero le relazioni tra i neuroni alla base delle capacità cognitive. Un processo di segno opposto all’annebbiamento neuronale proprio delle demenze. Allo stesso modo, le persone con deficit dell’udito possono trovarsi svantaggiate di fronte all’incalzare della demenza, in quanto, a causa del disturbo dell’udito soffrono di una riduzione degli stimoli sensoriali senza i quali, o avendone meno del dovuto, mettono in crisi il patrimonio delle sinapsi.
A parere del professor Giovanni B. Frisoni, docente di Neuroscienze cliniche all’università di Ginevra, Svizzera, il 40% dei casi di demenza potrebbero scomparire o rallentare al migliorare degli stili di vita e dell’ambiente. Questo vorrebbe dire – seguendo il filo del suo discorso, così come l’ha esposto in un’intervista radiofonica – che su 10 mila nuovi casi di demenza al mese in Italia, 4 mila potrebbero essere evitati riducendo l’impatto dei fattori di rischio appena menzionati. Inoltre, i restanti 6 mila svilupperebbero sì i sintomi della demenza ma più tardivamente. È noto che, a parità di insulto neurodegenerativo, coloro che presentano fattori di rischio per demenza si ammalano alcuni anni prima rispetto a coloro che curano il proprio stile di vita.
Vi sono infine condizioni che possono provocare sintomi di demenza ma che sono reversibili. Fra questi, i più comuni sono i problemi di tiroide e quelli dovuti a carenze vitaminiche.

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