Il vero responsabile delle morti precoci nei pazienti con gravi disturbi mentali è il decadimento fisico. Ciò vale in almeno il 70 % di questi decessi, che avvengono quasi tutti prematuramente rispetto all’età in cui il resto della popolazione passa a miglior vita. In particolare, le malattie cardiovascolari sono letali nel 17,5% delle donne e nel 22% degli uomini affetti da schizofrenia, disturbo bipolare della personalità o da altra grave malattia psichiatrica. Lo conferma da ultimo un’indagine epidemiologica condotta da un’équipe di ricercatori danesi. Lo studio, apparso sul numero di ottobre di «Nature Review Cardiology», ha indagato le cause di morte per ictus e infarto nei pazienti con gravi disabilità mentali nell’intento di suggerire ai clinici, dati alla mano, di prestare maggiori attenzioni alle complicazioni cardiovascolari di questi pazienti.

In questo modo, riuscendo a incidere sui fattori di rischio per cuore e arterie, si invertirebbe la tendenza ancora dominante di isolare chi è affetto da “severe mental illnesess” (SMI) nel solco troppo stretto del solo disturbo mentale. A quanto pare, ne vale la pena. «Molti pazienti affetti da gravi malattie mentali non muoiono in conseguenza diretta di questo loro condizione bensì muoiono per cause fisiche, proprio come la popolazione in generale, che muore per lo più di malattia cardiovascolare o di cancro», scrivevano nel 2019 in un editoriale apparso su un’altra rivista specializzata («Issues in Mental Health Nursing») alcuni ricercatori australiani specializzati nei trattamenti di fine vita. In questo loro appello c’era già l’eco di appelli precedenti. Segno che il problema non è nuovo e che ciclicamente si ripresenta. Il fatto che chi è affetto da SMI muoia delle stesse malattie di cui muore il resto della popolazione, ma che per i primi non vi sia la stessa attenzione a livello clinico e neppure a livello di cure palliative che viene riservato ai secondi, è di per sé un dato che grida vendetta. Tanto più che là dove sono intervenuti con terapie farmacologiche mirate per ridurre i fattori di rischio cardiovascolare s’è visto che la vita media dei pazienti con complicazioni di carattere psichiatrico e mentale nel complesso è migliorata. Ne fa fede lo studio danese dal quale siamo partiti, che tra le altre cose ricorda che la più parte dei potenti farmaci antipsicotici, somministrati per ridurre l’impatto della malattia mentale, aumentano tuttavia il rischio cardiovascolare, giacché scatenano l’aumento di peso, la dislipidemia e il diabete mellito.

Il tema è affrontato anche in un altro studio di cui è reperibile una review in italiano nel sito della SISPO (Società Italiana di Psicopatologia) in cui si ricorda che nei pazienti affetti da schizofrenia, psicosi e disturbo bipolare le cause di morte più frequenti avvengono per diabete o per malattie cardiovascolari. La causa dell’aggravamento clinico di questi pazienti è sempre la stessa. Rintracciabile per lo più nello stile di vita che conducono, oltre che negli effetti collaterali dei potenti farmaci antipsicotici che assumono. Molti di questi pazienti convivono con forme acute di dipendenze dal alcol o droga, sono quasi tutti dei fumatori accaniti e vivono da marginali in seno al contesto sociale, in condizioni igieniche deprecabili. Il che spesso, specie se si tratta di homeless o di altro tipo di nullatenenti, significa che hanno un accesso seriamente problematico alle cure di base. Vivere in un paese povero o in uno ricco, per loro non fa differenza.

Nello studio inglese citato dall’articolo rintracciabile sul sito della SISPO, si segnala un dato che fa riflettere. Fra i pazienti con problemi psichici che sono stati arruolati nell’ambito di un’indagine epidemiologica intesa a valutare gli effetti di prevenzione primaria mirata a ridurre il colesterolo e altri parametri di rischio cardiovascolare, s’è visto che, a distanza di un anno, fra il gruppo interventistico e quello di controllo le differenze nei valori cardiovascolari sono state minime. Segno che il tipo di problema ha bisogno di più tempo e di un’attenzione ancora più mirata. Prova ne è che un beneficio diretto comunque c’è stato. E cioè che fra i pazienti trattati, sono diminuiti i ricoveri per motivi psichiatrici. L’essere presi in carico da personale medico per vedersi misurare la pressione arteriosa e altre simili attenzioni, diventare la platea a cui degli specialisti si rivolgono con consigli e con altri ammonimenti volti a migliorare lo stile di vita, l’essere inviatati ad assumere statine, antipertensivi e altri farmaci di prevenzione cardiovascolare ha comunque agito positivamente sulla salute psichica di questi soggetti. Il che non è poco, se pensiamo che si tratta di persone che conoscono soltanto marginalizzazione e solitudine da molti anni. In ogni caso, il dato di non aggravamento della malattia primaria fa ben sperare che, tempo al tempo, anche i parametri della salute di cuore e arterie potrebbero migliorare.

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