
“Giudichiamo moralmente le persone proprio su un’area in cui hanno meno controllo di quanto immaginiamo. E questo giudizio peggiora i problemi che vorremmo forse risolvere”. A entrare così, senza indugi, in quello che a suo dire è il vero nocciolo della questione obesità è Francesco Baggiani, pedagogista con una specializzazione sui problemi socio-relazionali che investono bambini e adolescenti nei contesti legati all’obesità e al sovrappeso. Alla ricerca sul campo Baggiani affianca una prolifica attività di formazione rivolta a insegnanti, educatori e professionisti della salute. È autore di P(r)eso di mira. Pregiudizio e discriminazione dell’obesità (Clichy edizioni), un saggio che affronta con rigore scientifico — e con rara capacità divulgativa — i meccanismi culturali, psicologici e sociali dello stigma legato al peso corporeo. Dal libro è stato liberamente tratto lo spettacolo teatrale Meta!, andato in scena ultimamente a Milano (il 7 marzo 2025 presso lo spazio-teatro Tertulliano) alla cui conclusione Baggiani è intervenuto sottolineando come occuparsi di obesità significhi, oggi, compiere un vero e proprio “atto politico”.
Nel suo libro emerge una coincidenza di percentuali che colpisce: circa l’80% delle cause cliniche dell’obesità è riconducibile a fattori genetici o comunque endogeni, e la stessa percentuale — l’80% — descrive l’impatto che gli atti di bullismo subiti fin dall’adolescenza hanno sul manifestarsi dello stigma tipico di questa condizione. Coincidenza o nesso?
Quella coincidenza dell’80% è suggestiva, ma non va letta come un nesso magico: è un campanello d’allarme che ci dice quanto poco lo stigma e la biologia dell’obesità siano “dettagli” marginali. Dal punto di vista clinico, oggi sappiamo che il peso corporeo non è una “questione di volontà”: gli studi genetici e sui gemelli mostrano che i fattori ereditari spiegano dal 60 fino all’80% della variabilità del BMI, soprattutto nelle forme più gravi e nelle traiettorie che iniziano precocemente. Il corpo porta con sé una predisposizione importante, che si intreccia poi con ambiente, storia familiare e contesto sociale.
Sul fronte relazionale, invece, la ricerca ci dice che la derisione sul peso è una delle forme più diffuse di stigma tra ragazzi e ragazze, e che le esperienze precoci di discriminazione sono fortemente predittive di esiti peggiori in tanti ambiti: salute mentale, disturbi del comportamento alimentare, ritiro sociale, abbandono dell’attività fisica. Lo stigma non “aiuta a dimagrire”: al contrario, aumenta lo stress, la vergogna e l’evitamento delle cure.
Mettere insieme questi due elementi ci aiuta a capire il paradosso: giudichiamo moralmente le persone proprio su un’area in cui hanno meno controllo di quanto immaginiamo, e questo giudizio peggiora i problemi che vorremmo forse risolvere.
Spesso persino i medici, in assenza di una formazione specifica, mostrano atteggiamenti di sufficienza nei confronti delle difficoltà psicologiche del paziente obeso. Può portarci qualche esempio concreto?
Purtroppo gli esempi non mancano, e non riguardano solo “casi sfortunati”: la letteratura ci dice che il peso è uno dei motivi di stigma più frequenti proprio dentro gli ambulatori. Bias impliciti ed espliciti sono presenti tra molti professionisti della salute e possono influenzare la relazione clinica e la qualità delle cure.
Un primo livello di incomprensione è l’attribuzione automatica di ogni sintomo al peso. Penso a ragazzi e ragazze che arrivano per un dolore, un affanno, un disturbo mestruale, e si sentono rispondere quasi sempre “devi dimagrire”, senza un esame approfondito. In presenza di obesità si fanno meno accertamenti, si dedicano meno minuti alla visita, alcune diagnosi arrivano più tardi. Il messaggio implicito che ne deriva è devastante: “non ti sto vedendo come persona intera, vedo solo il tuo peso”.
Un secondo livello sono i messaggi semplificati e colpevolizzanti: il famoso “mangia meno e muoviti di più”, detto magari con benevolenza, come se non fosse una frase che queste persone si sentono ripetere da tutta la vita. La letteratura mostra chiaramente che questo tipo di comunicazione non solo non migliora gli esiti, ma è collegato a episodi di abbuffata più frequenti e all’abbandono dei controlli.
C’è poi un piano quasi “fisico”: sedie che non reggono, bracciali per la pressione troppo piccoli, bilance che non arrivano ai pesi importanti. Sembra un dettaglio logistico, ma dice al paziente: “questo posto non è pensato per te”. Non stupisce che molti rimandino visite e controlli per evitare l’umiliazione.
La buona notizia è che non siamo disarmati: chiedere il permesso di parlare di peso, scegliere insieme le parole, togliere il peso dal centro della scena e riportare al centro la salute globale. Sono gesti semplici, ma possono trasformare una visita che ferisce in un incontro che apre reali possibilità di cura.
Dare del “ciccione” a qualcuno sembra tutto sommato non essere poi così grave, mentre le posizioni discriminatorie su etnia, orientamento sessuale o religione vengono condannate senza attenuanti. Come si spiega questa disparità?
È una domanda che tocca il cuore del problema. La risposta sta in un intreccio di storia culturale, semplificazioni mediatiche e pregiudizi radicati che, nel caso del peso corporeo, restano ancora in gran parte “socialmente permessi”. A differenza di quanto accade per etnia o orientamento sessuale, parole come “ciccione” sono ancora spesso percepite come una battuta innocua o, peggio, come un modo brusco ma utile per “motivare” qualcuno a dimagrire. La ricerca però mostra il contrario: lo stigma non aiuta a perdere peso, ma alimenta vergogna, isolamento e comportamenti che peggiorano la salute.
Il peso ha una caratteristica che lo rende un bersaglio facile: è visibile e viene percepito come facilmente controllabile, quasi una scelta deprecabile. Per anni la narrazione dominante ha ridotto l’obesità a una questione di volontà, ignorando quanto sappiamo oggi sulla sua natura complessa, biologica, psicologica e sociale.
C’è poi un elemento particolarmente doloroso: l’interiorizzazione dello stigma. Molti gruppi storicamente discriminati hanno costruito nel tempo forme di identità e solidarietà collettiva, una consapevolezza condivisa che il problema è nel pregiudizio esterno. Nel caso del peso, invece, accade spesso il contrario: la persona finisce per credere alle stesse narrazioni stigmatizzanti. Il nemico non è più fuori, ma dentro. Questo processo è devastante per la salute psicologica. Migliaia di ragazzi imparano molto presto a odiare sé stessi per quel corpo, bersaglio pubblico.
Quali sono gli ambiti su cui investire culturalmente affinché la preparazione del medico nel gestire l’obesità sia davvero all’altezza dei bisogni reali del paziente?
Credo siano tre gli ambiti fondamentali, che vanno oltre la tecnica medica e riguardano soprattutto il modo in cui ci poniamo davanti alla persona. Il primo è la formazione: non basta conoscere i dati epidemiologici o le opzioni terapeutiche. È importante comprendere davvero la complessità dell’obesità e riconoscere i pregiudizi inconsapevoli che possono influenzare il rapporto di cura. La formazione dovrebbe includere il linguaggio da usare con i pazienti e modelli di colloquio clinico rispettosi. Università e società scientifiche potrebbero integrare questi aspetti nei percorsi formativi, anche attraverso simulazioni e discussione di casi reali.
Il secondo ambito è il lavoro di squadra. L’obesità non è soltanto una questione di alimentazione o di attività fisica: entrano in gioco fattori genetici, psicologici, ambientali e sociali. La cura funziona meglio quando coinvolge più competenze: medici, psicologi, nutrizionisti, educatori. Non sempre sarà possibile costruire équipe complete, ma si possono sviluppare protocolli condivisi e percorsi di educazione terapeutica.
Il terzo ambito è più ampio e riguarda la cultura. I medici possono avere un ruolo importante nel contrastare la narrazione semplicistica che riduce l’obesità a una questione di forza di volontà. Quando la cultura medica riesce a spostarsi da uno sguardo giudicante a uno sguardo realmente comprensivo, la preparazione del medico diventa più vicina ai bisogni reali dei pazienti: non soltanto trattare una malattia, ma accompagnare una persona in un percorso di salute in cui anche la dignità e la fiducia fanno parte della cura.

Non ritiene anche lei che psicologi e educatori debbano essere adeguatamente formati sulle novità cliniche capaci di aiutare concretamente il paziente?
Sì, è una necessità imprescindibile, soprattutto perché psicologi ed educatori — inclusi insegnanti e personale scolastico — sono spesso i primi a perpetuare inconsapevolmente lo stigma, per mancanza di formazione specifica.
Gli psicologi non possono limitarsi alla valutazione di depressione o ansia: devono conoscere come lo stigma interiorizzato ostacola i cambiamenti e imparare strategie per guidare verso l’autostima e gli stili di coping alla derisione lipofobica. Gli educatori scolastici, dal canto loro, devono saper riconoscere e contrastare il bullismo legato al peso, e rendersi conto di quando il proprio pregiudizio implicito condiziona voti e relazioni.
Una formazione specifica su educazione familiare e comunicazione rispettosa trasforma questi professionisti in alleati veri, capaci di rompere i circoli viziosi dello stigma.
A conclusione dello spettacolo Meta! lei ha sottolineato che occuparsi di obesità è anche compiere un “atto politico”. In che senso?
Occuparsi di obesità è un “atto politico” nel senso più profondo e civile del termine: significa portare alla luce un’ingiustizia ancora largamente normalizzata, metterne in discussione le radici culturali e invitare la comunità a cambiare sguardo. In questo senso è un gesto che trasforma il silenzio in responsabilità condivisa.
Meta! incarna bene questo spirito. Lo spettacolo rende visibile lo stigma sistemico legato al peso, denuncia la narrazione colpevolizzante e introduce, in forma accessibile, la complessità biologica, psicologica e sociale che la ricerca oggi riconosce nel peso corporeo. C’è poi un passaggio molto forte: quando gli attori chiedono al pubblico “Alzi la mano chi si è sentito giudicato”, lo spettatore non è più solo osservatore, ma diventa parte della riflessione. Si comprende che lo stigma non è solo un gesto individuale, ma un clima culturale a cui tutti, in modi diversi, contribuiamo.
Per questo parlo di atto politico: prendere sul serio lo stigma del peso significa prendere posizione contro una discriminazione ancora tollerata. E farlo non attraverso ideologie, ma attraverso empatia, conoscenza scientifica e responsabilità collettiva. L’ambizione di Meta! è proprio questa: accendere una scintilla di consapevolezza. Trasformare il teatro in un luogo che apre il dibattito e aiuta a costruire ambienti più giusti, nelle scuole, nelle famiglie e nella società, dove nessuno debba sentirsi sbagliato nel proprio corpo.