Adesso che sta per scoppiare l’estate e che tocca ai giovani vaccinarsi, aumenta la confusione su qual è il vaccino più adatto a immunizzarli. Ma come? Se fino al giorno prima di aprire le iscrizioni agli under 30, agli under 20 e via di questo passo, i giovani erano additati come pericolo pubblico numero uno per la diffusione della pandemia, causa la loro naturale inclinazione a stare insieme allo scopo di divertirsi, adesso vaccinarli diventa una questione di lana caprina? Non basta che loro, i giovani, si stiano proponendo in massa, pur di andare in ferie senza problemi, anzi senza menate? E no che non basta, prima regnava sovrana la paura della movida, ora quella delle trombosi.

AstraZeneca e Johnson, i due vaccini a vettore virale che utilizzano un virus depotenziato, incapace a replicarsi ma che è in grado di portare, all’interno della cellula, la sequenza del codice genetico che codifica la proteina spike del virus, non vanno bene a causa del rischio remoto di trombosi ai seni venosi del cranio e all’aorta addominale. Secondo uno studio pubblicato su «Science», i rischi di trombosi, per quanto minimi (1,1 ogni 100 mila abitanti nella fascia di popolazione fra 20 e 29) sono maggiori di quelli che questa stessa fascia di popolazione corre di ammalarsi seriamente di Covid e finire in terapia intensiva (< 1%). La pezza, seppur di poco, sarebbe peggiore del buco, per parafrasare un noto adagio. Quindi siamo in procinto di passare ad altro, nel frattempo che si adeguano le scorte di farmaci? Poco importa se nel Regno Unito AstraZeneca l’hanno fatto tutti, indipendentemente dall’età. Quello c’era, quello hanno fatto, e grazie a questo vaccino di produzione anglo-svedese, gli inglesi sono tornati a zero morti (per Covid).

Da noi le premesse per i giovani nei prossimi mesi stanno prendendo corpo e sostanza di altri vaccini.  Passare ad altro, in questo caso significa passare ai due vaccini Pfizer e Moderna che funzionano con la tecnica dell’RNA messaggero. I due vaccini COVID-19 a mRNA approvati per la campagna vaccinale utilizzano molecole di acido ribonucleico messaggero (mRNA) che contengono le istruzioni con le quali le cellule sintetizzano le proteine spike. Le nuove proteine stimolano il sistema immunitario a produrre anticorpi specifici. Chi si è vaccinato, se viene esposto al contagio virale, ha gli anticorpi giusti per bloccare le spike e impedirne l’ingresso nelle cellule.

Uno studio che ha appena passato la peer review, cioè che ha ricevuto l’ok dai revisori, e che è apparso in anteprima sul sito della rivista dell’American Association of Pediatrics, sembra rinforzare questa ipotesi. La premessa dalla quale gli autori sono partiti era molto semplice. Nessuno può negare che gli studi sulla vaccinazione contro la malattia da coronavirus 2019 (COVID-19) hanno incluso un numero limitato di bambini e adolescenti, quindi potrebbero non aver rilevato eventi avversi rari ma importanti in questa popolazione. Dal canto loro, gli autori hanno affinato le loro ricerche concertandosi su sette casi avversi di adolescenti 14-17 anni che hanno manifestato sintomi di miocardite e pericardite a distanza di qualche giorno dalla seconda dose del virus Pfizer, quindi quello a mRNA messaggero.

Miocardite e pericardite sono due malattie rare. Il pericardio è una membrana di due strati che riveste e protegge il cuore. Fra questi due strati è presente un piccola quantità di liquido che serve a evitare l’attrito con il muscolo cardiaco. La pericardite si verifica quando i due strati di tessuto s’infiammano e il liquido non è in grado di lubrificare a dovere le parti in contatto. Il dolore toracico si genera a causa di questo attrito. La pericardite può verificarsi nel contesto di una varietà di malattie infettive e non infettive, ricordano gli autori dello studio dal quale abbiamo preso le mosse. Il tasso di incidenza di ricoveri per pericardite acuta è stimato in 2-3 persone ogni 100 mila all’anno. I maschi correrebbero un rischio più elevato rispetto alle femmine.

La miocardite (infiammazione del muscolo cardiaco) è più rara della pericardite e come mai si manifesti è ancora più difficile da individuare. La sua incidenza varia in base alla stagione, all’area geografica e all’età, ricordano gli autori dello studio in questione. Ha attestazioni di 1,95 casi ogni 100 mila persone nei bambini d’età inferiore ai 15 anni in Finlandia, e in 2,16 casi ogni 100 mila militari statunitensi, sotto osservazione per un periodo di 30 giorni. È più comune nei maschi e tra i bambini molto giovani, con meno di 2 anni di età.

Orbene, tutti e sette gli adolescenti analizzati in questo studio presentavano casi di miocardite o pericardite a distanza di qualche giorno dalla seconda dose Pfizer. Tutti avevano dolore toracico e, chi più chi meno, dolori e sintomi febbrili che per fortuna si sono risolti in un nulla di fatto, a seguito di trattamenti farmacologici ad hoc. Il che significa che, nel giro di qualche giorno, sono stati dimessi dalle cliniche che li avevano ospedalizzati d’urgenza. Il loro caso è però stato segnalato all’autorità americana preposta al monitoraggio della campagna vaccinale (VAERS). Era prassi, data la coincidenza del disturbo con la somministrazione vaccinale. Quindi, fra vaccino Pfizer a mRNA messaggero e miocardite e pericardite non è emerso nessun rapporto di tipo causale. Chi s’è ammalato, evidentemente, rientrava nella percentuale esigua che si sarebbe ammalata lo stesso di queste forme di infiammazioni cardiache.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

AlphaOmega Captcha Classica  –  Enter Security Code