Per prima cosa, si introduce un catetere all’interno dell’atrio sinistro del cuore ricorrendo a un intervento percutaneo in anestesia locale. Secondariamente, s’interviene con una singola scarica di energia ad altissimo voltaggio, assestata per un tempo infinitesimale. Una questione di microsecondi ed è fatta: le cellule responsabili dell’aritmia vengono disattivate. Con l’aritmia bloccata (nell’80% dei casi) la sottostante fibrillazione atriale (FA) scompare. Una singola seduta per un effetto durevole nel 70-90% dei pazienti trattati. Negli USA, la nuova sperimentazione è già partita; ora tocca all’Italia. È la volta dell’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti, provincia di Bari. La clinica pugliese è uno dei cinque centri al mondo scelti per la sperimentazione sull’uomo. A dirigere il trial clinico italiano vi è il dottor Massimo Grimaldi in coordinamento con la Direzione Sanitaria del Miulli.  L’anno scorso, Grimaldi ha contribuito allo sviluppo di questa metodica in qualità di elettrofisiologo responsabile della sperimentazione animale eseguita ad Atlanta, Georgia. I risultati sugli animali sono stati lusinghieri, così l’FDA americana ha dato il via libera alla sperimentazione dell’elettroporazione – questo il nome della nuova tecnica di ablazione transcatetere – sull’uomo. Lo scopo iniziale di questa sperimentazione è verificare che la buona tollerabilità nell’uomo faccia allo stesso tempo impallidire i rischi connessi, primo fra tutti il rischio di danneggiare i tessuti circostanti. A parare dei medici baresi, i presupposti ci sono tutti.

La FA è una delle conseguenze dirette dei fattori di rischio cardiovascolare che si combattono con la dieta, l’esercizio fisico e tutte le altre norme di buon senso che ineriscono a un corretto stile di vita. Stiamo parlando del tipo più comune di aritmia. Alcune persone affette da FA manifestano sintomi come capogiri e vertigini, fiato corto, senso di affaticamento insieme a tachicardia o aritmia. Ma nel 90% dei casi questa malattia è senza sintomi.

Statisticamente la FA è più diffusa tra gli anziani. Ne soffre circa il 3% delle persone fra i 60-69 anni e il 16% degli over 85. Tuttavia, pensare la FA in rapporto agli anziani è vedere solo la parte più esposta del problema. Stando a uno degli ultimi studi, il rischio di sviluppare la malattia da adulti per colpa di una cardiopatia congenita è molto elevato. La prevenzione per i più giovani è chiamata a verificare se ci sono dei sintomi premonitori che debbono fare scattare il campanello d’allarme. Il soggetto che passa da un ritmo regolare alla fibrillazione atriale accusa in genere cardiopalmo, senso di tachicardia o aritmia. Spesso le due cose si verificano insieme, attraverso una sorta di tachicardia irregolare. Più raramente si manifestano un senso di svenimento, di stordimento o la mancanza di respiro.

La FA è una aritmia cardiaca che si può prevenire? La risposta è sì. Chi assume diuretici o suda perché fa attività sportiva, la sauna o altro, o accusa dissenteria o vomito, deve reintegrare i sali minerali con bustine o compresse a base di potassio e magnesio. Occorre evitare abusi alimentari o di alcolici, e curare in modo adeguato la pressione e un’eventuale malattia della tiroide.

A quali conseguenze si espone chi è affetto da FA? Quando il cuore va in FA gli atrii non si contraggono in modo efficace e quindi all’interno di essi, in particolare in una zona dell’atrio sinistro piuttosto nascosta che si chiama auricola, il sangue ristagna e questa stasi di sangue può causare la formazione di coaguli. I coaguli possono partire dall’atrio sinistro e andare in circolo attraverso il ventricolo, sia durante la fibrillazione atriale sia soprattutto al momento del ripristino del ritmo regolare. A seconda del distretto nel quale si fermano, si potranno verificare un ictus, un infarto renale, un infarto intestinale, un’ischemia al piede e così via.

Come si fa la diagnosi? La presenza di FA può essere ipotizzata in via preliminare auscultando il cuore, misurando le pulsazioni o la pressione, in quanto si percepisce l’irregolarità del ritmo. La diagnosi precisa, tuttavia, si fa con l’elettrocardiogramma. Un esame particolarmente utile per verificare se il soggetto presenta episodi brevi di fibrillazione atriale con ripristino spontaneo del ritmo sinusale regolare è l’ECG dinamico (o Holter delle 24 ore).

Come si cura la FA? La cura della FA viene attuata mediante farmaci antiaritmici. Si tratta di farmaci efficaci ma che hanno in potenza parecchi effetti collaterali.

Fino a oggi, la cura più efficace per far regredire la FA è la cardioversione elettrica, che consiste nell’addormentare il soggetto per pochi minuti durante i quali si somministra una scossa elettrica al torace allo scopo di causare una sorta di resetting del cuore. Così facendo s’interrompe l’aritmia e si mette in condizione il cuore di ripartire da zero. A questa stregua, il primo punto del cuore che riprende a dettare il ritmo è il nodo del seno. Si tratta di un convertitore fisiologico del segnale la cui funzione è quella di dettare il ritmo cardiaco. Nelle forme più resistenti e, in genere, nei soggetti giovani, si può effettuare anche l’ablazione transcatetere. Si tratta di un intervento attraverso il quale il chirurgo entra con un catetere in una vena della gamba. Lo scopo è arrivare nelle zone dell’atrio destro nelle quali, in genere, la FA ha inizio, per erogare una energia in radiofrequenza che bruci i punti di partenza. Ovviamente è una metodica più invasiva e complicata della cardioversione ma, mentre la cardioversione elettrica è efficace solo nel momento in cui la si pratica, dopodiché il cuore può tornare in qualsiasi momento ad avere la fibrillazione, l’efficacia dell’ablazione transcatetere è per sempre.

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