Cristina Cavalletti, cardiologa presso l’Unità Coronarica Policlinico Umberto I,
Università La Sapienza, Roma

Da settimane si fa un gran parlare di long covid. E se ne parla come dello spettro della malattia primaria che fatica ad andare in remissione o che riappare a guarigione avvenuta. La letteratura scientifica sull’argomento s’incrocia con le tante testimonianze di pazienti reperibili un po’ ovunque su Internet, grazie ai social e alla risonanza che poi queste testimonianze hanno sui media. Entrambi sono concordi nell’affermare che il long covid si manifesta quando alcuni dei sintomi influenzali persistono o si ripresentano mesi dopo la negativizzazione. Sintomi che stanno facendo danni. Alcuni di questi sintomi sono di pertinenza cardiologica. Per questa ragione ne discutiamo con Cristina Cavalletti, cardiologa presso l’Unità Coronarica Policlinico Umberto I, Università La Sapienza, Roma.


Professoressa Cavalletti, cosa dobbiamo temere a livello delle malattie del cuore per quanto riguarda il long covid?
«Possiamo distinguere due scenari: quello dei pazienti cardiopatici, ed in particolare di coloro che soffrono di scompenso cardiaco, nei quali il long covid può determinare un aggravamento, o addirittura il precipitare delle condizioni cliniche, e quello – assai meno numeroso – dei pazienti che sviluppano una malattia cardiaca proprio a seguito del covid19.
«Il cuore può essere danneggiato nel corso dell’infezione attraverso due possibili meccanismi: l’azione “tossica” di tutte le sostanze che vengono liberate nell’organismo a seguito della violentissima reazione infiammatoria contro l’aggressione del virus, ed un’azione diretta che il virus stesso può effettuare sulle cellule del miocardio, infiltrandole. Si tratta in quest’ultimo caso di una vera e propria miocardite, cioè un’infiammazione del muscolo cardiaco, cui si può associare anche una pericardite, cioè l’infiammazione delle membrane che rivestono il cuore; la miocardite e la pericardite, a loro volta, possono guarire completamente o cronicizzarsi e lasciare esiti permanenti. Bisogna dire però che un simile coinvolgimento del cuore è piuttosto raro, e si verifica soprattutto come ulteriore complicanza in casi già molto gravi».

Come fare ad agire di prevenzione? Quali i campanelli d’allarme da monitorare, se ce ne sono?
«Non esiste una prevenzione specifica. Anche per la prevenzione del danno cardiaco vale l’atteggiamento generale, per cui nelle forme paucisintomatiche è sufficiente la terapia con antiinfiammatori non steroidei, ed in particolare con paracetamolo, e che il ricorso a terapie farmacologiche più aggressive o eventualmente il ricovero ospedaliero devono essere decisi caso per caso in base al decorso clinico, soprattutto monitorando la funzione respiratoria. E non esistono campanelli d’allarme speciali per il cuore: il dolore al petto, le palpitazioni, la difficoltà di respiro sono sintomi comuni alle malattie respiratorie e a quelle cardiache».

Il cardiopatico è più esposto al perdurare della malattia o all’insorgenza di nuovi sintomi anche dopo la negativizzazione? E con lui anche il diabetico e l’iperteso?
«Non direi che cardiopatici, diabetici e ipertesi siano più esposti al perdurare della malattia o all’insorgenza di nuovi sintomi anche dopo la negativizzazione; piuttosto che, se una simile evenienza dovesse realizzarsi in un paziente portatore di una o più di tali problematiche, le conseguenze potrebbero essere più gravi che in coloro che “partivano” da una situazione di pieno benessere».

Fra i fragili da vaccinare prioritariamente si parla più degli oncologici che dei cardiovascolari? Vi è un difetto di comunicazione oppure lo scarto fra le due categorie di pazienti ha senso, purché tale scarto sia minimo?
«Non dovrebbe esservi scarto tra le categorie: pazienti oncologici e con gravi cardiopatie, così come i diabetici, o i pazienti con insufficienza renale o respiratoria sono tutte categorie che meritano attenzioni particolari, e tra queste attenzioni c’è anche la vaccinazione contro influenza, polmonite e SARS».

A quanto pare, le donne soffrono più di long covid degli uomini, mentre per il covid “normale” vale il contrario. L’avrebbe detto?
«No, non l’avrei detto e sinceramente non so dare una spiegazione a questo apparente paradosso. Potrebbe anche trattarsi di una di quelle “aberrazioni statistiche” che sempre saltano fuori quando si cercano di leggere dati il cui significato non conosciamo del tutto: si cercano a tutti i costi delle correlazioni causali ma talvolta non si fa che prendere atto di associazioni casuali».

Casi di long covid sintomatici si sono registrati anche fra giovani e adolescenti che in prima istanza magari erano asintomatici. Ciò la dice lunga, mi pare, su quanto questa malattia sia subdola e ancora tutta da studiare. Ne conviene?
«Sono d’accordo. La malattia è ancora da studiare, e tutta la problematica legata al long covid mi pare sia l’espressione perfetta di ciò: da quando tutto è iniziato è passato poco più di un anno, e dunque è evidente che non sappiamo ancora nulla su quelli che potranno essere gli effetti a lungo termine».

Qualche altra curiosità che vale la pena segnalare in un articolo che metta insieme le istanze del long covid con quelle di chi sviluppa dei sintomi cardiovascolari?
«In conclusione, sotto la denominazione di long covid sono compresi evidentemente quadri clinici anche molto diversi. Talvolta, probabilmente, si tratta di una sindrome di tipo psicologico, inquadrabile nell’ambito dei disturbi da stress post traumatico, analogamente a quelle che si osservano nei pazienti sopravvissuti ad altre forme di malattie gravi che li hanno portati ad un passo dalla morte, costringendoli per lunghi periodi a terapie stressanti e debilitanti, in ambienti asettici e in condizioni di deprivazione emotiva e perfino sensoriale. Altre volte invece sono presenti danni organici, soprattutto ai polmoni ma anche in altri organi come cervello, reni e, per l’appunto, cuore.  Le terapie per tali diverse forme dovranno essere necessariamente altrettanto differenziate, ed abbiamo ancora moltissimo da studiare».

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