di Elisabetta Bramerio

Si chiama cromoterapia. È una branca della medicina alternativa che si prefigge di restituire equilibro psicofisico al paziente attraverso la visualizzazione dei colori. Finora negli ospedali ha fatto la sua comparsa come teoria ispiratrice dei colori di corsie e sale d’aspetto progettate da famosi architetti. Si spera che presto la cromoterapia dia lavoro anche ai naturopati, gli specialisti che la applicano direttamente al paziente

colori

Delle due l’una. O la cromoterapia è una cosa seria oppure non lo è. Se la cromoterapia è una cosa seria, chi prende decisioni importanti negli ospedali non se la può cavare solo commissionando al famoso architetto la scelta cromatica di corsie e reparti, ma dovrebbe fare uno sforzo di immaginazione in più. Pensare che quegli stessi principi che hanno ispirato i colori negli ospedali, allo scopo di rendere questi ultimi più accoglienti e migliori per il benessere psicofisico dei pazienti, sono gli stessi principi su cui si basa la cromoterapia come pratica della medicina olistica o alternativa, che dir si voglia.

Nel 2009 l’ospedale Cà Granda Niguarda di Milano s’è valso dei servigi del noto architetto della “Teoria del colore” e professore di Design Industriale al Politecnico di Milano Jorrit Tornquist che ha elaborato un progetto cromatico adottando l’uso di colori diversi per reparti e corsie, perché, come lui stesso ha dichiarato alla stampa, “un ospedale deve essere un luogo gradevole e accogliente, dove i pazienti e il personale che vi lavora si sentano a proprio agio”. Tornquinst ha scelto come colori predominanti l’arancio e il verde intenso, in quanto rilassanti, ideali per le camere di degenza. Secondo la teoria ispiratrice, queste tonalità rinsaldano l’emotività e stimolano la voglia di vivere. Nella rivoluzione del colore messa in atto nell’Ospedale milanese, è stato bandito il bianco, perché freddo e troppo connotato come “ospedalierio”, per dare il via libera a tonalità calde e intense, allo scopo di favorire il buon umore e ridurre l’ansia.

Ebbene, digitando la parola “cromoterapia” sul motore di ricerca dell’ ottimo sito Internet dell’ospedale milanese, fiore all’occhiello della Cardiologia italiana, non esce proprio un bel niente. È come se la pratica medica non esistesse. Il giochino può essere ritentato con altri famosi ospedali dove “il consumo” di cromoterapia in architettura è avvenuto più o meno allo stesso modo. Anche in questi altri casi, a cercare sui motori di ricerca dei siti ospedalieri, per la parola cromoterapia come metodica di cura diretta al paziente non si trova nessuna menzione. Anziché chiuderla lì dando la colpa all’annosa querelle fra medici tradizionali e naturopati, con i primi che, salvo eccezioni, fanno di ogni erba un fascio, per cui ecco spiegato la tabula rasa negli ospedali di cure alternative, abbiamo provato ad andare controcorrente, nella speranza di imbatterci in qualcosa di concreto su cui porre l’attenzione. Nella nostra ricerca, che è stata tutto tranne che sistematica, a un certo punto ci siamo trovati al cospetto di una realtà bolognese ben strutturata, a giudicare dalle presenza in Internet, che abbiamo contattato telefonicamente. “Come Associazione Siam – ci ha detto il naturopata Rocco Guglielmo – di recente ci siamo offerti ad alcuni primari ospedalieri chiedendo loro di farci da sponsor per la nostra proposta di cura cromoterapica nel territorio bolognese. Attendiamo risposta. Se questa nostra iniziativa dovesse avere un seguito, penso che si tratterebbe in assoluto di un esperimento pilota a livello nazionale”. In che cosa consiste esattamente la proposta? “Credo che siamo gli unici in Italia a trattare la cromoterapia come metodo sistemico. Abbiamo costruito un modello di cromoterapia basato su dei principi di musicoterapica che sfruttano le sinergie fra frequenze musicali e frequenze cromatiche, due stimolazioni diverse che nel paziente possono portare a un valore aggiunto”.

Un po’ di informazione più dettagliata, sulla scorta di quanto si legge sul sito dell’Associazione bolognese. La cromoterapia è una medicina naturale che ricerca uno stato di benessere globale del paziente, agendo a livello fisico, mentale e spirituale. La cromoterapia, o teoria del colore, utilizza la luce come fonte di energia allo scopo di riequilibrare lo stato energetico dell’individuo. I colori sono onde elettromagnetiche caratterizzate da una propria carica energetica. La cromoterapia si serve di queste vibrazioni energetiche per trattare gli squilibri fisici e mentali.

Condizioni di disagio, malessere e stress sono sempre riconducibili a un’alterazione della vibrazione originaria. Il naturopata individua gli scompensi energetici del paziente e li cura con i colori appropriati.

In generale, la cromoterapia si dimostra efficace per individuare e rimuovere i fattori di stress; migliorare l’autostima e la considerazione di sé; ridurre il bisogno di farmaci, innescando un processo di autocontrollo nella gestione dei disturbi.

Già, ma quanto costa? “La cromoterapia proposta sia in ospedale che a casa – sostiene Rocco Gugliemo – agisce favorevolmente sull’abbassamento dei costi. In ospedale, in termini di riduzione dei tempi di degenza”. A suo avviso, infatti, una stessa patologia “trattata cromaticamente” potrebbe impiegare alcuni giorni in meno per arrivare a un buon grado di remissione rispetto ai normali standard di degenza ospedaliera. Un esempio concreto? “Una cicatrizzazione da intervento post chirurgico, per esempio. Il colore aumenta la cicatrizzazione”. Un altro esempio? “Il colore aumenta le funzioni intestinali, sicché un individuo dopo un intervento, quando va in bagno, è pronto per essere dimesso”. Se obbiettiamo che sono piccolezze? “Poniamoci sulla semplicità. La cromoterapia aumenta i processi di cicatrizzazione, accelera il processo di evacuazione intestinale e altre funzioni primarie. In questo modo, possiamo dire che ci può essere anche un costo minore in termini di spesa sanitaria di diaria giornaliera. A condizione che a casa il paziente venga seguito sempre con la cromoterapia. Riduzione dei tempi di degenza in generale e in particolare per oncologia e chirurgia generale. Questo glielo sottoscrivo. Abbiamo dati in nostro possesso che lo dimostrano, ma lo possiamo sperimentare e dimostrare in maniera molto semplice e molto evidente alla prima occasione. Iniziamo la sperimentazione in reparto, io chiedo. I dati li valuteranno i responsabili scientifici e amministrativi  degli ospedali”.

di Rosaria Campi

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