Uno degli impegni della sanità italiana in epoca di coronavirus è migliorare la medicina a distanza. Si tratta di una serie di prestazioni comunemente conosciute come telemedicina. Complice l’uso sempre più generalizzato di computer, tablet e soprattutto di smartphone, sembra scontato che la telemedicina stia per diventare uno strumento su cui puntare per i controlli sanitari quando il paziente e il curante non si trovano nel medesimo luogo.

Per chi avesse dei dubbi, è il caso di ricordare che il settore della telemedicina è in piena ascesa di fatturato, come ci ricorda il sito economico “Trend Online”. Non poteva essere diversamente, alla luce dei tanti limiti imposti alle visite mediche “in presenza” in epoca covid. Sono gli Stati Uniti che conducono le regole del gioco quando si parla di high tech. È negli Usa, infatti, che alcune fra le più importanti società di telemedicina stanno avendo un notevole aumento di valore sui mercati di riferimento.

Tornando alla questione sanitaria, si tratta di un approccio che interessa vari attori. Interessa il medico di base nell’ottimizzazione dei rapporti con i pazienti. Interessa le Asl per la gestione della popolazione nel territorio e interessa gli ospedali nella presa in carico e nella gestione dei pazienti da sottoporre a prestazioni specialistiche. Da ultimo e non per importanza, interessa direttamente il paziente, se il servizio, come promette, è in grado di dimezzare costi, tempi di attesa e garantire una prestazione non inferiore, come qualità, a quella erogata “in presenza”. «Le persone sono assolutamente interessate a capire che cosa le tecnologie […] possano fare per la loro salute e per la prevenzione delle malattie – ha dichiarato il prof. Emanuele Lettieri del Politecnico di Milano, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale».

Del resto, l’esperienza Covid che stiamo vivendo qualcosa di nuovo ci sta insegnando. Nei mesi di lockdown si è toccata con mano la carenza di presidi medici efficaci sul territorio, che se ci fossero stati o se fossero stati pienamente operativi avrebbero permesso di fare il tampone di riscontro e prestare i soccorsi necessari ai pazienti a casa in convalescenza e quarantena molto meglio di come è avvenuto. Accanto a una medicina territoriale “in presenza”, il confinamento e l’alto rischio di contagio che l’ha imposto hanno evidenziato che migliorare le prestazioni “da remoto” appare una scelta non meno necessaria e doverosa. Si tratta, insomma, della telemedicina in affiancamento alla medicina del territorio.

Servendosi di una data applicazione attiva sullo smartphone, tablet o computer, il medico può verificare i parametri glicemici o di altra malattia cronica registrati dal terminale del proprio paziente e, in caso di necessità, intervenire di persona o, in alternativa, delegare chi di competenze.

È quello che fa, per esempio, l’applicazione Sm@rtEVEN messa a punto, ormai da qualche anno, al Centro Cardiologico Monzino di Milano. L’App è accessibile da smartphone e ha un interfaccia con la centrale competente dell’ospedale. In questo modo il paziente è in grado di seguire il proprio piano terapeutico, verificando le indicazioni dei farmaci, la posologia, le note e gli orari per la somministrazione. Allo stesso modo, i valori trasmessi all’ospedale, via Bluetooth, consentono al personale sanitario di intervenire in qualunque momento per consultare lo storico dei parametri, rilevare eventuali anomalie e interagire a distanza con il paziente, i suoi familiari e tutto il team di cura.

Oppure attraverso una video chiamata, per rassicurare il paziente circa lo stato di salute o per interagire con un familiare, e, in caso di bisogno, per modificare una terapia. In epoca di coronavirus questo tipo di approccio è stato esteso a tutti i pazienti già in cura presso il Centro Insufficienza Cardiaca dell’ospedale Auxologico di Milano. Qui il servizio di telemedicina si affianca e si integra all’attività del medico di Medicina Generale, allo scopo di prevenire le crisi dei pazienti con insufficienza cardiaca, consentendo in molti casi di gestirli a domicilio. «Questo permette di ridurre gli accessi al Pronto Soccorso – chiosano sul sito dell’Ospedale – di limitare il ricorso a prestazioni specialistiche ambulatoriali evitabili, di prevenire i ricoveri ospedalieri e di migliorare globalmente la qualità di vita del paziente».

Si dice che una parte non trascurabile dei miliardi del MES, ammesso e non concesso che questo tipo di finanziamento diventi realtà, potrebbe servire a migliorare sia la medicina del territorio sia la telemedicina. Indipendentemente da cosa deciderà la politica, molte strutture sanitarie cercano di non farsi trovare impreparate all’appuntamento con l’innovazione tecnologica. Al San Raffaele di Milano è attivo un nuovo servizio di teleconsulto. Attraverso di esso lo staff specialistico preposto è in grado di supportare concretamente in pazienti. Grazie ai teleconsulti sono a disposizione dei richiedenti le visite per i primi pareri, i consulti o second opinion e le visite di follow-up. Il tutto comincia dopo che il paziente si è registrato sulla piattaforma presente sul sito dell’ospedale fondato da Don Verzè, nella quale c’è spazio anche per caricare ogni sorta di documento medico in formato pdf o DICOM (quello delle immagini radiologiche). «La piattaforma prevede anche la possibilità di ottenere consulti di telemedicina in convenzione, a seconda degli accordi con le diverse assicurazioni mediche».

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