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Nei primi anni Novanta la tassa sulle bibite zuccherate era una rarità. Oggi riguarda 64 paesi e copre 3,5 miliardi di persone, circa il 43% della popolazione mondiale. La svolta è arrivata dopo il 2017, quando le adozioni si sono moltiplicate rapidamente. Non si tratta di tasse generiche: lo studio si concentra solo su quelle introdotte esplicitamente per ragioni di salute pubblica, o comunque di entità significativa (almeno il 5% del prezzo del prodotto).

Le strutture fiscali variano: il 45% dei paesi ha scelto una tassa ad valorem (proporzionale al prezzo), il 44% una tassa sul volume, solo l’11% ha adottato sistemi più sofisticati basati sul contenuto di zucchero. Proprio questi ultimi sarebbero i più efficaci per spingere le industrie a riformulare i prodotti, ma restano una minoranza – probabilmente per la complessità tecnica di gestirli.

A cosa è servita

Le evidenze sull’efficacia esistono e sono citate nello studio. In Messico, dopo l’introduzione di un’accisa di circa 1 peso per litro, gli acquisti di bevande tassate sono diminuiti dell’8% nei primi due anni, con un calo più marcato nel secondo. Negli Stati Uniti, un’analisi in cinque città ha registrato una riduzione del 33% nelle vendite a seguito dell’introduzione della tassa. In termini più ampi, quando la tassa è abbastanza alta, riduce consumi, vendite e rischi per la salute come l’obesità.

Solo il 13% dei paesi ha però destinato esplicitamente i proventi a programmi di salute pubblica – un dato che solleva interrogativi su quanto la logica sia davvero sanitaria o prevalentemente fiscale.

Chi introduce la tassa e perché: i fattori decisivi

Qui lo studio rivela qualcosa di controintuitivo. Ci si aspetterebbe che i paesi con il consumo più alto di bevande zuccherate siano i più motivati ad agire. Invece il consumo di bevande zuccherate non risulta statisticamente associato alla probabilità di introdurre la tassa. Contano altri fattori:

  • Il PIL pro capite aumenta del 19% la probabilità di adottare la tassa: i paesi più ricchi hanno strutture amministrative e istituzionali più forti, maggiore autonomia dalle pressioni industriali, e la capacità tecnica di progettare e aggiornare sistemi fiscali complessi.
  • Il tasso di diabete aumenta del 22% la probabilità: i costi sanitari del diabete sono quantificabili e politicamente urgenti, il che spinge i governi ad agire.
  • L’obesità aumenta del 14% la probabilità, ma con un’associazione più debole rispetto al diabete.
  • L’indice di sviluppo sociodemografico (SDI) – che misura istruzione, fertilità e reddito – riduce invece del 30% la probabilità: i paesi con sistemi sanitari robusti e basso carico di malattie tendono a non sentire la pressione di una simile misura fiscale.

I paesi più fragili: chi rischia di restare indietro

Il quadro geografico è disomogeneo e rivela una profonda inequità strutturale.

Sud e Sud-Est asiatico guidano l’adozione (rispettivamente 50% e 48% dei paesi), ma con aliquote relativamente contenute. Medio Oriente e Nord Africa mostrano le aliquote più alte, con una mediana del 17%. America Latina e Caraibi hanno un tasso di adozione del 41%, con paesi come il Messico diventati riferimenti globali. L’Africa sub-sahariana ha raggiunto il 32%, spesso con tasse sul volume intorno al 9%.

I paesi a basso reddito sono però i più esposti e i meno attrezzati. Rappresentano l’11% dei 64 paesi che hanno adottato la tassa, ma sono quelli dove il consumo di bevande zuccherate cresce più rapidamente – insieme al carico di diabete di tipo 2, che in questa fascia geografica è in aumento costante. Gli stessi ricercatori citano stime secondo cui le bevande zuccherate causano ogni anno 2,2 milioni di nuovi casi di diabete nel mondo, con un incremento particolarmente marcato in Africa sub-sahariana.

Il paradosso è evidente: i governi a basso reddito avrebbero più bisogno della tassa, ma hanno meno capacità di introdurla. Fronteggiano vincoli tecnici, finanziari e istituzionali, e sono spesso più vulnerabili alle pressioni delle multinazionali del settore – lobby, produzione di ricerche di parte, pressioni economiche dirette.

Cosa manca ancora

A 34 anni dall’inizio del periodo osservato, il 57% della popolazione mondiale non è ancora coperto da alcuna tassa sulle bevande zuccherate. Lo studio è onesto sui propri limiti: il disegno osservazionale non consente di stabilire causalità. Mancano inoltre dati comparabili su fattori politici e istituzionali – la forza delle lobby, la stabilità dei governi, il grado di indipendenza regolatoria – che potrebbero spiegare meglio le differenze tra paesi simili per reddito o carico di malattia.

La strada indicata dai ricercatori è duplice: rafforzare la capacità regolatoria nei paesi a basso reddito, e spingere verso tasse basate sul contenuto di zucchero, oggi adottate da pochissimi ma più efficaci nel modificare i comportamenti dell’industria alimentare.

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