
Mentre la raffineria di Kapotnya a Mosca bruciava per la seconda volta in tre giorni – colpita dai droni ucraini nella notte tra il 17 e il 18 giugno – le colonne di fumo nero visibili da tutta la capitale russa raccontavano qualcosa che i bollettini di guerra raramente mettono a fuoco: ogni bomba su un impianto energetico è anche una bomba sul clima.
Secondo l’ultimo rapporto della Initiative on GHG Accounting of War, il quarto anno del conflitto ha aggiunto 75 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, portando il totale dall’inizio dell’invasione, il 24 febbraio 2022, alla cifra di 311 milioni di tonnellate – quasi l’equivalente delle emissioni annuali della Francia.
Le fonti di questo inquinamento invisibile sono molteplici. Circa un terzo delle emissioni proviene dall’attività militare diretta, principalmente dal carburante bruciato dai veicoli da combattimento. Un altro terzo è imputabile agli incendi – di depositi, raffinerie, foreste – e alle interruzioni delle infrastrutture energetiche. Il terzo restante è quello più sottovalutato: la ricostruzione futura, con le enormi quantità di acciaio e cemento che richiederà.
Gli attacchi alle infrastrutture petrolifere hanno una firma climatica precisa. Nei primi due anni di guerra i bombardamenti su impianti petroliferi avevano generato 1,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti; nel 2024 quella cifra era già salita a 2,1 milioni. E il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream ha costituito un caso a sé: la fuoriuscita sottomarina di metano durata una settimana ha avuto un impatto climatico equivalente a 14 milioni di tonnellate di CO2.
Non brucia solo il petrolio. Solo dagli incendi boschivi scatenati o aggravati dal conflitto sono derivati 16,9 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 nell’ultimo anno rilevato, su una superficie bruciata più che doppia rispetto alle medie precedenti la guerra. E poi c’è l’effetto indiretto sull’aviazione civile: le deviazioni imposte ai voli che non possono più attraversare lo spazio aereo ucraino e russo hanno generato 18 milioni di tonnellate di CO2, il 12% delle emissioni totali del conflitto.
Eppure il dibattito pubblico sull’emergenza climatica continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli scappamenti delle auto e sui voli low cost. Le guerre – con le loro raffinerie in fiamme, i loro carri armati, i loro gasdotti esplosi – restano una voce fuori bilancio nella contabilità delle emissioni. L’Ucraina ha annunciato di voler presentare alla Russia una richiesta di risarcimento climatico nell’ambito del Registro per l’Ucraina, per un valore superiore a 37 miliardi di euro: sarebbe il primo caso al mondo di risarcimento climatico da guerra.
Quella nuvola nera su Kapotnya non era solo un’immagine di guerra. Era anche il nostro futuro che bruciava.
Quando Mosca brucia, Parigi boccheggia
C’è un filo invisibile che unisce le colonne di fumo nero sopra la raffineria di Kapotnya e i 40 gradi che stanno spingendo i parigini a tuffarsi nella Senna. Non è un filo diretto – la scienza climatica non funziona con connessioni così semplici – ma è reale, e ignorarlo significa raccontare solo metà della storia.
Il 23 giugno 2026 è stata ufficialmente la giornata più calda mai registrata in Francia dall’inizio delle rilevazioni nel 1947, con un indice termico nazionale di 29,6 gradi. In Italia, 15 città sono in bollino rosso – allerta massima – con la Germania che potrebbe battere il record assoluto per il mese di giugno, sfiorando i 40 gradi. L’OMS ha dichiarato emergenza sanitaria.
È la stessa settimana in cui Mosca bruciava.
Il meccanismo è quello di una coperta sempre più spessa: ogni tonnellata di CO2 in più trattiene un po’ più di calore solare nell’atmosfera terrestre. Il fenomeno che sta soffocando l’Europa in questi giorni si chiama “cupola di calore”: un sistema di alta pressione stabile che intrappola l’aria calda, impedisce l’ingresso dei fronti atlantici freschi e amplifica la radiazione solare sul suolo. Le cupole di calore esistevano anche prima. Ma le emissioni aggiuntive alzano la temperatura di base su cui si innestano, rendendole più intense, più frequenti, più letali.
Il direttore regionale dell’OMS per l’Europa, Hans Kluge, avverte che “la nostra regione è quella che si sta riscaldando più rapidamente al mondo” e che “solo negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200.000 decessi, con una mortalità correlata al caldo aumentata del 30% negli ultimi vent’anni”.
Duecento mila morti. Nessuna dichiarazione di guerra, nessun bollettino di vittime, nessun minuto di silenzio in Parlamento.
Il paradosso è questo: discutiamo appassionatamente di limiti di velocità sulle autostrade e di motori termici da vietare entro il 2035, mentre le guerre – con i loro carri armati, le raffinerie in fiamme, i depositi di carburante esplosi – bruciano nell’atmosfera quantità di CO2 che nessuna flotta di auto elettriche potrà mai compensare. Solo gli attacchi alle infrastrutture petrolifere hanno fatto crescere le emissioni da guerra da 1,1 a 2,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti tra i primi due anni di conflitto e il 2024, e la tendenza è in accelerazione.
La nuvola nera sopra Kapotnya e il termometro a 40 gradi a Berlino non sono due notizie separate finite per caso nella stessa settimana. Sono capitoli diversi dello stesso libro. Finché non impareremo a leggerli insieme, continueremo a cercare soluzioni climatiche nei garage e nei parcheggi, mentre il problema brucia – letteralmente – altrove.