Lo spunto a parlare di trapianto di cuore ce lo offre Francesco, incontrato nell’appartamento dell’Associazione Nazionale Amici del Cuore (ANAC) a Pavia. Qui trascorre la convalescenza del secondo trapianto. È già stato ospite ANAC tredici anni fa, quando poco più che ventenne gli viene impiantato lo stesso organo per mano, come oggi, della cardiochirurgia del Policlinico San Matteo.

Francesco è stato dimesso, ogni venti giorni deve recarsi in ospedale per il controllo dei parametri vitali e di compatibilità del nuovo cuore. Lui si dichiara fiducioso. La debolezza e le complicazioni con le quali sta lottando non lo spaventano. O se lo spaventano, non riescono a scalfire la fiducia nel futuro. La sua fidanzata la pensa come lui, sembrano suggerire gli occhi che non gli stacca mai di dosso. Questa giovane coppia sa di appartenere al numero dei pochi ai quali è stata concessa la chance di un secondo trapianto. Di regola si fanno trapianti a pazienti al primo intervento, nei quali la prognosi è migliore. Del resto, Francesco con il primo cuore è stato bene per anni. Scegliere lui una seconda volta è stata una decisione che si è fatta strada non senza difficoltà, ci tiene a raccontare, memore di quanto si sarebbero fatti scappare alcuni dei membri dell’équipe pavese diretta dal professor Stefano Pelenghi, e volendo rimarcare il debito di gratitudine contratto con quegli “angeli” di medici e infermieri che l’hanno in cura. Un debito altrettanto grande con chi morendo gli ha donato la vita per la seconda volta. Già al primo trapianto la gratitudine verso il donatore era forte. Già allora Francesco aveva fatto quanto la legge consente. Aveva cercato, attraverso i medici, di fare arrivare alla famiglia del donatore il suo messaggio, nel quale si diceva disposto a un incontro per esternare di persona la profonda riconoscenza che albergava nel suo nuovo cuore. Incontro che non c’è mai stato. I donatori di allora non avevano accolto questo invito. Rifiutarlo era nelle loro prerogative. Del resto, la legge 91/99 parla chiaro. L’anonimato fra le due parti è totale, a meno che la famiglia del donatore non voglia saperne di più. In questo caso, il centro trapianti della propria regione, che spesso è diverso da quello che esegue l’espianto, fornisce alcuni informazioni basilari come età, sesso e ospedale dove è avvenuto il trapianto. Informano anche se c’è intenzione da parte del ricevente di incontrare la famiglia del donatore. Sta poi alla famiglia del donatore decidere se vuole incontrare la persona che sta vivendo con il cuore, il fegato, il rene o gli occhi del proprio congiunto. Spesso si tratta di più destinatari. Anche per via di questo espianto multiplo con relativa suddivisione degli organi fra più persone s’intuisce che il compito di incontrare chi vive al posto di chi non c’è più non è un compito facile. Se i vincoli stretti che tutelano l’anonimato dovessero essere modificati per rendere le pratiche di riconoscimento più agevoli, è bene che entrambi le parti in causa vengano seguite con un puntale e adeguato sostegno psicologico, è il parere che Flavia Petrin, presidente AIDO (Associazione Italiana Donatori di Organi) ha esternato in una dichiarazione ufficiale.

C’è qualcosa in questa pratica dell’incontro fra trapiantato e famiglia del donatore che ricorda lo sforzo, la fatica ma anche la speranza che si scorgono dietro la giustizia riparativa. La perdita di una persona cara “che non ci sarà mai più” è una perdita ontologica che destabilizza la fiducia nei confronti del mondo, per citare le parole di Adolfo Ceretti, professore di Criminologia all’università di Milano-Bicocca e massimo esperto di giustizia riparativa nel nostro Paese. «Su questo “che non ci sarà mai più”, noi che ci occupiamo di giustizia riparativa cerchiamo di fare delle scommesse e di immaginare dei futuri credibili». Come? Facendo incontrare la vittima e/o i suoi parenti con il reo. Per estensione, i parenti del donatore quando incontrano il trapiantato. Lo scopo è favorire, ove possibile, l’incontro e l’interazione fra questi due mondi agli antipodi. Fatta salva l’avvertenza che il trapiantato non ha nulla a che spartire con il reo, se non per incarnare la colpa, agli occhi inconsolabili dei familiari del donatore, che il loro caro vive anche se non c’è più, che vive sotto nuove spoglie ma senza di loro.

Una colpa che, forse, si può attenuare se la scelta della donazione è avvenuta su base volontaria. Cioè se il donatore si è iscritto di propria iniziativa al registro dei donatori di organi. Attualmente la legge stabilisce il principio del consenso o dissenso esplicito, per cui a chiunque è data la possibilità di dichiarare validamente la propria volontà facendo propria una delle seguenti modalità, di cui troviamo traccia nel sito dell’AIDO. La prima è essere in possesso del tesserino blu inviato dal Ministero della Sanità. La seconda, avere registrato la propria volontà presso gli appositi sportelli delle Aziende Sanitarie Locali e dei Comuni. Terza chance, aver fatto una dichiarazione di volontà alla donazione di organi e tessuti scritta su un comune foglio bianco che riporti nome, cognome, data e luogo di nascita, data e firma. Ultima ma non per importanza, avere sottoscritto la tessera o l’atto olografo dell’AIDO.

Infine, ci sono i social, cosa che tredici anni fa non c’erano o non erano organizzati come lo sono adesso. Grazie a Francesco e alla sua fidanzata scopriamo l’esistenza di una pagina Facebook (Trapiantati e donatori… incontriamoci!!!) in cui il ricevente e i parenti degli espiantati possono trovare spunti utili qualora volessero saperne di più gli uni degli altri. Anche stavolta Francesco vuole provarle tutte per conoscere i parenti che piangono l’angelo (maschio o femmina che sia) che non c’è più, nell’ipotesi di poterli consolare con il grazie più grande che può.

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