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Dida: Giuseppe Musumeci, Ospedale Mauriziano – Torino (destra)
Ferdinando Varbella, Ospedale di Rivoli – Torino.

I numeri dell’infarto fanno paura. Ogni anno in Italia circa 120 mila persone ne vengono colpite. Di queste, 95 mila circa sopravvivono e devono seguire attento follow-up per evitare un secondo evento. Ecco perché la prevenzione secondaria è importante. È questo il messaggio lanciato al congresso “Re-Change in Cardiology”, tenutosi a Torino presso il Centro Congressi del Lingotto, il 7, 8 e 9 aprile durante il quale è stato presentato il primo studio sul trattamento precoce della dislipidemia nel post-infarto. Uno studio che nasce in piena pandemia. Anzi, la pandemia l’ha a suo modo sollecitato. Nei primi due anni di emergenza Covid 19, la mortalità per malattie cardiovascolari è cresciuta esponenzialmente, ricorda il comunicato dell’evento. La percentuale è passata dal 4,1 al 13,7%. Inoltre, si è registrato un aumento di oltre 3 volte della mortalità per infarto miocardico Stemi. Lo Stemi è l’infarto più grave, causato da ischemia miocardica acuta, alla quale si associa la necrosi del miocardio e un innalzamento significativo di tutti gli indici di necrosi. Durante la fase acuta della pandemia era sempre più difficile garantire un follow-up adeguato ai pazienti. Da qui l’idea di usare i farmaci innovativi (i-PCSK9) già alla dimissione ospedaliera (come previsto dalla normativa AIFA del 2020) per ottimizzare “da subito” il profilo lipidico del paziente e abbattere il rischio.
Dunque, l’emergenza sanitaria da Covid 19 è servita, paradossalmente, a cambiare in meglio l’approccio terapeutico dei pazienti cardiopatici gravi. I nuovi farmaci ipolipemizzanti, che riducono l’LDL, cioè il colesterolo cattivo, se somministrati già alla dimissione ospedaliera dopo l’evento acuto (infarto miocardico), portano rapidamente i valori del colesterolo sotto il limite indicato dalle recenti Linee guida internazionali per prevenire un secondo evento (55 mg/dl) e riducono quindi il rischio di morte cardiovascolare, ictus e/o di un nuovo infarto del 20%.
Il nuovo approccio è stato utilizzato a Torino a partire da aprile 2020, nella cardiologia dell’Ospedale di Rivoli e nella cardiologia dell’Ospedale Mauriziano, sulla base del documento di posizione della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE). I risultati sono stati evidenziati da uno studio osservazionale condotto dai cardiologi dell’Ospedale Mauriziano.
Nella ASLTO3 – che comprende gli ospedali con Cardiologia di Rivoli, San Luigi e Pinerolo – sono oltre 400 i pazienti trattati con questo approccio, su una popolazione di circa 3.000 cardiopatici gravi; la Cardiologia del Mauriziano ne segue circa 250.
Il principale fattore di rischio per questi pazienti è il livello del colesterolo LDL, che normalmente viene tenuto sotto controllo tramite la somministrazione di statine per via orale. Da circa 5 anni esistono nuovi farmaci, gli anticorpi monoclonali (PCSK9i) che abbattono il colesterolo del 60-70% e che fino a dicembre 2019 potevano essere rimborsati dopo un percorso clinico complesso.
Lo studio è stato organizzato da Giuseppe Musumeci, direttore della Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano e Ferdinando Varbella, direttore della Cardiologia dell’Ospedale di Rivoli. L’analisi dello studio torinese si basa sull’osservazione di 621 pazienti con sindrome coronarica acuta, età media di 70 anni, sottoposti a rivascolarizzazione coronarica percutanea e ricoverati presso la Struttura Complessa di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino tra gennaio 2020 e giugno 2021.
Il farmaco scelto, anticorpo monoclonale inibitore della proteina PCSK9i, consente un dosaggio unico ogni 14 giorni; è auto gestito dal paziente monitorato in telemedicina: un aspetto, questo, risultato determinante per offrire ai pazienti una terapia medica ottimizzata per il periodo pandemico, che determinava una gestione dei follow-up a breve termine molto complessa e spesso logisticamente impossibile.
Dopo 6 mesi, in tutti i pazienti trattati è stato raggiunto il target del valore del colesterolo LDL inferiore a 55 mg/dl, previsto dalle linee guida internazionali per la prevenzione secondaria di infarto o ictus cerebrale.
«Abbiamo optato per la somministrazione precoce dei nuovi farmaci ipolipemizzanti – spiega Giuseppe Musumeci–iniziando il trattamento alla dimissione nei pazienti a rischio più alto (circa il 20% dei nostri pazienti con infarto). Dopo 6 mesi, il 92%di tutti i pazienti dimessi dopo un infarto registrava valori del colesterolo inferiori a 55 mg/dl, limite internazionale che riduce del 20% il rischio di nuovi eventi cardiovascolari maggiori come morte, re-infarto o ictus».
«L’ipercolesterolemia rappresenta, ad oggi, il principale target di prevenzione secondaria nelle malattie coronariche” – gli fa eco Ferdinando Varbella– L’introduzione dei nuovi farmaci PCSK9i, unitamente a statine ed ezetimibe, e la possibilità di prescrizione degli stessi in fase acuta, hanno ampliato le possibilità terapeutiche e con esse la probabilità di raggiungere i valori target del colesterolo LDL. Compito del cardiologo rimane riconoscere e trattare aggressivamente e precocemente i pazienti a più alto rischio, fornendo loro un adeguato counseling che favorisca il buon esito della terapia».

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