di Alberto Ferrari

La nonna di Amos Oz è morta d’infarto. In realtà è l’evento traumatico che segna la fine di una esistenza consumata da una fobia. Segno che la morte cardiaca può diventare l’effetto di malessere con il quale non si è instaurato un rapporto stringente di causa effetto. Per dirla con le parole dell’illustre nipote, l’infarto è stato un dato di fatto, ma le cause della morte della nonna sono da ricercare altrove, in territori bui della psiche molto difficili da refertare per qualsiasi medico

Cè un libro di Amos Oz che rappresenta un must per molti autori. Mettere per iscritto la propria biografia senza il medium di altre storie e di altri protagonisti. A un libro del genere, che nel nostro caso reca il titolo di “Una storia di amore e di tenebra”, si approda quando si è già licenziata una discreta mole di romanzi e racconti, tanto per limitarsi alla produzione più standard per uno scrittore. È come se ci si sentisse legittimati a scrivere la propria di storia senza filtri e mediazioni ma solo dopo aver dato prova di essere stati capaci a occuparsi della vita degli altri. Ovvio che per sperare di piacere in primis all’editore, si deve aver creato intorno alla propria opera e alla propria persona una discreta aspettativa, che al lato pratico dovrebbe coincidere con un discreto numero di copie pronte a essere acquistate. Il condizionale è d’obbligo, di questi tempi. A ogni modo, se lo scrittore è ancora un Carneade qualsiasi, difficilmente l’editore sarà disposto ad accettare la proposta. Amos Oz quando, nel 2001, ha messo per iscritto la propria biografia è già un nome di fama internazionale. Nel suo Paese è noto non solo come scrittore. Ha trascorso molti anni in un kibbutz, ha un passato di combattente decorato nei conflitti israelo-palestinese del ‘67 e del ’73, ed è diventato una delle voci critiche più ascoltate in merito alla gestione dei territori occupati di Gaza e Cisgiordania. Si è professato a più riprese contrario ai nuovi insediamenti dei coloni ebrei nei territori, considerandoli occupazioni tout court. Oggi insieme a Abraham Yehoshua e David Grossman non perde occasione per criticare il pericolo della deriva razzista e lo stallo politico in cui versa la querelle palestinese in Israele, con buona pace di chi, come la giornalista Fiamma Nirenstein, li considera degli ingrati, non potendo essere più tranchant, trattandosi pur sempre del fior fiore dell’intellighenzia di Israele.

Ma torniamo al romanzo autobiografico. Qui Amos Oz ripercorre la propria vicenda di ebreo nato in medioriente, figlio di ebrei russi rifugiatisi in Palestina quando lo Stato di Israele era solo una promessa. I suoi erano scappati dai pogrom che avevano già messo a dura prova la vita degli ebrei nell’est Europa ben prima dell’immane tragedia della Shoah. Al porto di Giaffa suo padre e sua madre approdano poco più che ventenni. Vanno entrambi a vivere a Gerusalemme. Nella splendida città murata, culla dell’ebraismo, del cattolicesimo e dell’Islam, la cui vocazione cosmopolita risale alla notte dei tempi, avranno occasione di conoscersi e sposarsi. La fuga dall’Europa antisemita è condivisa con altri parenti, tra i quali spicca, per volontà del nipote scrittore, la nonna paterna. Ebbene, la nonna di Oz è il personaggio che vorremmo mettere a fuoco anche noi in questa annotazione. La nonna viene descritta come un’ebrea orientale ben inserita nella civiltà russa e ashkenazita (gli ebrei di lingua yiddish) del primo Novecento, a proprio agio con climi freddi dell’Europa continentale, che male si adatta al caldo, ai cibi, agli odori forti e alla sporcizia che le sembra di scorgere ovunque nel nuovo mondo. Fatto sta che questo suo malessere prenderà corpo come una fobia che le impedirà di vivere serenamente nel nuovo Stato, una volta che il sogno sionista si realizzerà. La nonna è assillata dalla presenza dei microbi, contro i quali ingaggia una dura e impari lotta che alla fine le consuma i nervi. È ossessionata dal sudiciume, che a quelle latitudini climaticamente difficili, sotto il sole a picco delle estati torride, le sembra di scorgere ovunque. Così ossessionata passa più tempo a lavare e a disinfestare se stessa e la propria casa che a fare altro. Ricorda Amos Oz che la nonna ufficialmente è morta d’infarto, per concludere che l’infarto nel suo caso è stato solo un dato di fatto. L’evento traumatico che le sarà fatale. A ucciderla veramente è stata questa sua mania della pulizia. Segno che si sentiva sporca dentro. In colpa per essere un membro di un popolo rifiutato ovunque, la cui rappresentazione iconografica e razzista più “felice”, ai tempi terribili della propaganda nazista contro gli ebrei, fu proprio quella di paragonarli ai microbi, ai ratti e a tutti i possibili animali immondi in grado di spargere ovunque epidemie e infezioni.

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