
Assieme al battito del cuore, la respirazione è l’altra attività ritmica e costante che mantiene, caratterizza, e definisce la vita. Come del battito del cuore, noi non abbiamo percezione cosciente di tale attività se non quando la sua frequenza, o il suo ritmo, oppure entrambi, si modificano. Ciò avviene, in condizioni normali, quando compiamo uno sforzo o quando siamo sotto l’effetto di un’emozione: l’amore, tanto quanto l’ansia o lo spavento, possono farci palpitare il cuore, e possono toglierci il respiro o darci l’affanno.
Il ruolo dell’esperto
Il termine che i medici utilizzano per indicare la mancanza di fiato, il fiatone o l’affanno, è dispnea.
La dispnea è uno dei sintomi più spesso riferiti dai pazienti, e, come molti altri sintomi – penso ad esempio alle palpitazioni, o al dolore toracico, o alla cefalea – può essere causata da innumerevoli diverse condizioni, normali o patologiche, e tra le patologiche possono esservene di semplici o complesse, acute o croniche, reversibili o irreversibili, e di ogni livello di gravità, fino a situazioni che possono mettere a repentaglio la vita. A complicare ulteriormente il quadro, dobbiamo tener presente che non soltanto le malattie dell’apparato respiratorio possono causare dispnea, ma anche alcune malattie di altri organi e sistemi, principalmente certe malattie di cuore, ed in particolare lo scompenso cardiaco, e alcune del sistema nervoso e dell’apparato muscolare.
Non solo i polmoni: cuore, nervi e muscoli sotto accusa
Nello scompenso cardiaco, la dispnea è addirittura il sintomo principale, in base al quale si costruisce la “classificazione funzionale” della patologia: si parla di classe prima, seconda, terza o quarta, a seconda che la dispnea compaia per sforzi molto intensi, medi, lievi o addirittura a riposo.
Per capire come mai anche le malattie nervose e muscolari possano dare dispnea, bisogna considerare che i polmoni si espandono e si svuotano perché trascinati passivamente dal movimento della gabbia toracica, e dunque qualsiasi patologia che interferisca con tale movimento danneggia inevitabilmente il meccanismo della respirazione. Esempi estremi sono l’intossicazione da botulino o l’infezione del tetano, in cui la morte avviene per paralisi respiratoria, ma possiamo citare anche malattie neurologiche come la SLA, muscolari come le varie forme di distrofia, o neuromuscolari come la miastenia.
Come il medico fa la diagnosi: dalla visita agli esami strumentali
Come fa il medico ad orientarsi quando un suo paziente – e abbiamo detto che ciò accade assai spesso – gli riferisce di soffrire di dispnea? Naturalmente affidandosi alle analisi di laboratorio, alle immagini (radiografie, TC, risonanze, ecografie), agli esami funzionali (la spirometria); ma, per orientarsi su quali esami effettuare, è fondamentale l’inquadramento del paziente attraverso la visita, e attraverso un’accurata anamnesi: sapere cioè se la dispnea è presente come sintomo isolato o associato ad altri, se il paziente la avverte sempre o soltanto in particolari momenti, se sia presente anche o soprattutto a riposo o se compaia sotto sforzo, se sia insorta in modo improvviso o sia andata peggiorando gradualmente nel tempo. La visita, d’altra parte, consente di valutare se l’espansione del torace sia adeguata, se vi siano restringimenti dei bronchi (come avviene nell’asma e nella bronchite) se vi sia catarro (come nelle infezioni di bronchi e polmoni), o versamenti (nelle pleuriti), o ristagno di liquido (nello scompenso).
Solo qualche esempio: sia nelle patologie cardiache che in quelle puramente respiratorie, la dispnea è più che altro legata allo sforzo, e solo nelle forme più gravi, come abbiamo già accennato, è presente anche a riposo. Tra le malattie respiratorie, l’asma ha un caratteristico andamento ad accessi, o attacchi, che di solito dipendono da qualche fattore scatenante, per esempio l’esposizione a sostanze alle quali il paziente è allergico; e la spirometria conferma tale comportamento, potendo dare un responso di assoluta normalità se effettuata fuori dagli attacchi, e addirittura potendo normalizzarsi se, una volta risultata patologica, viene ripetuta dopo aver somministrato un broncodilatatore.
Dunque, il ragionamento clinico guidato dall’interpretazione dell’anamnesi e della visita, porta a scegliere gli esami giusti per ogni singolo paziente, e poi la ricchezza di mezzi diagnostici oggi disponibili garantisce che si possa arrivare alla diagnosi corretta, e di conseguenza alla terapia adeguata.
Quando gli esami non spiegano nulla: la dispnea psicosomatica
Esistono in particolare, e in percentuale non trascurabile tra tutti i pazienti che lamentano dispnea, un certo numero di casi in cui gli esami risultano normali e dunque non si arriva ad un inquadramento in nessun gruppo di patologie organiche.
Si tratta in genere di forme di dispnea cosiddetta “sospirosa” ed intermittente: presente in modo incostante, in alcuni periodi (giorni o settimane) più intensa, in altri meno, ma spesso senza che si riesca ad individuare alcun chiaro fattore scatenante. Inoltre, i pazienti la riferiscono come una sensazione di “fatica” a respirare, o “come se non fosse possibile riempire completamente i polmoni”, come se, anche alla massima espansione, “si avesse bisogno di ancora un po’ di ossigeno”.
A fronte, come detto, di esami normali, inclusa la saturazione di ossigeno durante l’accesso di dispnea, si conclude quindi per una forma su base psicosomatica, il che non equivale assolutamente ad una minimizzazione o ad una banalizzazione del problema, trattandosi comunque di un disagio importante, che limita e preoccupa i pazienti. Solo, la terapia ovviamente è diversa, e non si basa su broncodilatatori, ossigeno o diuretici, bensì su un ricondizionamento dell’atto respiratorio, attraverso l’impiego di farmaci, colloqui psicologici, training autogeno, sedute di fisioterapia.