Scopriamo con piacere che Nova, il secondo romanzo che Fabio Bacà ha appena pubblicato con l’editore Adelphi, è stato utilizzato per aprire il ciclo di incontri online che la fondazione Sasso Corbaro di Bellinzona (CH) ha dedicato al percorso di Medical Humanities dal titolo “Gli scrittori e la malattia”. Il curatore degli incontri, il dottor Nicolò S. Centemero, ha dialogato con Fabio Bacà cercando di stimolare la discussione per capire quanto la malattia sia stata funzionale allo sviluppo della trama e alla psicologia dei personaggi nel nuovo romanzo dello scrittore marchigiano. Lo stesso approccio si è ripetuto durante gli incontri con gli autori degli altri libri in cartellone. Per elenco completo del ciclo rimandiamo alla locandina che appare sui social (vedi sotto), senza tralasciare di ricordare che ciascuno di questi incontri, dopo la diretta, è diventato fruibile in differita sul canale YouTube e sul sito Facebook della Fondazione patrocinante.
Riteniamo che, per quanto riguarda il romanzo di Bacà, il quesito posto dal dottor Centemero colga nel segno, ovvero sia davvero pertinente.  Nova non è un romanzo sulla malattia e sulla morte come lo è stato La morte di Ivan Ill’iĉ di Tolstoj. Qualcuno lo ricorderà, nel celebre romanzo russo, la vera protagonista è una non meglio precisata malattia mortale che, dall’oggi al domani, s’impossessa del personaggio principale e non lo molla più fino a che questi non avrà esalato l’ultimo respiro. La malattia, lungi dal diventare un luogo di compassione al pari di chi la sta patendo, diventa un fastidio per il curante, tormentato dalle domande senza risposta del paziente, e un fastidio per i famigliari, agli occhi dei quali Ivan Ill’iĉ sembra essersi calato nel ruolo di malato incurabile in maniera ogni giorno più intransigente, sordo com’è agli appelli della moglie e dei figli di farsi forza e coraggio che presto tutto sarebbe passato e lui sarebbe guarito.
In Bacà, se c’è del protagonismo al di fuori dei personaggi che alimentano la trama con i loro pensieri e le loro azioni, esso va ricercato nella paura. Il romanzo apre con un fatto di cronaca che viene letto come un esempio di indifferenza dettata della paura e sperimentato da una società che per il solo fatto di essere scampata per miracolo a un sopruso, si sente in diritto di girare il capo dall’altra parte, anziché denunciare il pericolo che ora incombe su qualcun altro, giacché ogni sopruso che non si emenda rispunta minaccioso da qualche altra parte.
Nel fare i conti con la paura e con i vari tentativi per superarla ecco che, nel libro di Bacà, fa la sua comparsa la malattia. Il personaggio chiamato a sperimentare in prima persona il cambio di stato da pauroso a coraggioso è un medico, un neurochirurgo abituato a gestire senza vera partecipazione la paura e il dolore dei suoi pazienti. Si dice che il medico debba fare il callo alla disperazione e alla sofferenza dei pazienti e dei loro famigliari. Nel caso del medico in questione, il callo si è così indurito che quest’uomo sembra più che altro inaridito. Per dirimere il contenzioso che sta avendo con il vicino di casa troppo chiassoso, si mette in mano a un avvocato. Per superare le difficoltà sul lavoro che sta avendo a causa del suo primario, abbozza aspettando tempi migliori, non riuscendo a fare di meglio. Poi nella sua vita compare Diego. Questi con un gesto simbolico ha il potere di rompere gli argini della paura che sembra paralizzare il medico. Interviene per difendere la moglie del medico da un ubriaco in vena di galanterie che passano il segno. Il medico è lì a due passi e vede tutta la scena. Pochi secondi per intuire cosa significhi intervenire attivamente per porre fine a un sopruso, tanto più se si è solo il testimone di un evento e non uno dei diretti interessati. Dopo quello che ha visto, e soprattutto dopo la paura che lui ha provato fino a sentirsi paralizzato, incapace com’era di fare alcun gesto per difendere la moglie e il figlio dalle spacconate dell’ubriaco, il medico si metterà sulle tracce di Diego. Capisce che quell’uomo ha qualcosa da insegnargli. Dalle loro conversazioni e grazie ai molti allenamenti che si mette a praticare in palestra di arti marziali si sente più forte. Con il passare dei mesi sembra diventare l’uomo che ha imparato ad affrontare di petto tutti i conflitti. Quello con cui non ha ancora fatto i conti è che l’imponderabile è sempre dietro l’angolo. E che tanto più ci si espone a situazioni limite, tanto più l’imponderabile potrà essere gravido di conseguenze funeste. Senza svelare nulla di come la nuova vita del neurochirurgo andrà a finire, vogliamo chiudere parafrasando alcuni versi di una celebre canzone di un certo medico milanese, un cardiologo che all’anagrafe faceva Enzo Jannacci. Quando nella struggente e comica canzone che reca titolo “El me indiriss” Jannacci racconta le gesta di gioventù di quattro ragazzotti, ricorda che per i quattro scavezzacolli «la legge l’era de dai via» [la regola era quella di picchiare] «ma l’era anca quela de ciapann» [ma bisogna mettere in conto anche di prenderle]. Questo per dire che quando il neurochirurgo decide di alzare la testa perché non ha più paura, sta per imparare a sue spese quello che nessun maestro di vita gli ha ancora insegnato. Che la follia o, se più vi piace la rabbia, se provocati espongono a rischi ancora più esecrabili. E infine, che siamo sempre e comunque chiamati a rendere conto delle nostre azioni. Nel caso di specie, intuiamo che il medico farà molta fatica a convincere la moglie che la serie di eventi che si andranno a innescare non sono capitati per colpa sua.

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